Uganda, maschere d’argilla e tagli dolorosi

di claudia

di Alberto Salza – foto di Badru Katumba / Afp

I giovani di etnia gisu, maggioritaria nell’Uganda orientale, devono sottoporsi alla tradizionale cerimonia della circoncisione, passaggio fondamentale per entrare nell’età adulta. Il rituale, chiamato imbalu, si svolge in una palude sacra alle pendici del Monte Elgon. Vi è coinvolta l’intera comunità.

All’inizio dell’italica crisi erotico-presidenziale del 2011, venni intervistato da un giornalista radiofonico. Mi fu chiesto (giuro): «Lei che è un noto africanista, potrebbe descriverci la cerimonia del bunga-bunga?» Ci fu un certo sconcerto quando spiegai che il termine si riferisce a una barzelletta, un po’ volgare, che coinvolge i rapporti (letteralmente) tra cannibali danzanti ed esploratori da lessare nel classico pentolone. Solo in seguito mi vennero in mente i Gisu, conosciuti anche come Masaba, coltivatori-allevatori di lingua bantu nell’Uganda: sono notori ballerini e alcuni si professano cannibali.

Patrick Kityo, magistrato di Bungoma, nell’Uganda orientale, dove vivono le comunità Gisu afferma: «Ancora nel 2021 ho giudicato una ventina di casi correlati al cannibalismo»; un sito turistico per il confine Uganda-Kenya raccomanda: «Evitate le capanne dei sospetti cannibali. Essi cuociono le carni solo in vasi di terracotta, quindi non entrate dove non ci sono pentole di metallo». Nonostante ciò, il cannibalismo dei Gisu parrebbe limitato al consumo dei morti di famiglia. Per me è una tattica pre-difensiva nei confronti delle popolazioni circostanti, come comprovato da Evans-Pritchard per gli Zande del Sudan meridionale.

Incontrovertibile è invece la centralità operativa di musica, canto e danza per la fondamentale cerimonia dei Gisu: l’imbalu, la circoncisione dei maschi che hanno raggiunto la pubertà, che si svolge ogni due anni nella stagione secca.

Come una rinascita

I Gisu parlano una lingua bantu, ma si comportano come nilotici, il gruppo dominante nell’Africa orientale prima delle conquiste coloniali. La leggenda dice che siano saltati fuori da un “buco” del Monte Elgon, un vulcano tra Kenya e Uganda. I Gisu hanno elaborato un mito delle origini secondo cui Maswahaba (il loro antenato) fu obbligato alla circoncisione dai pastori (masai o kalenjin a seconda delle fonti) che mai avrebbero permesso l’accoppiamento di un incirconciso (un non-uomo) con Nabarwa, una delle loro donne di cui si era innamorato. Il luogo in cui avviene l’imbalu è la palude sacra di Namasho, alla confluenza dei fiumi Manafwa e Uha. Ai giovani maschi sottoposti alla cerimonia si lega all’alluce l’erba itinany, che avrebbe il potere di suscitare in loro il desiderio irrefrenabile di farsi tagliare il prepuzio.

Per evitare tentazioni antitradizionali, l’iniziando viene costretto ad aggirarsi per tre giorni nel villaggio, per mostrarsi nel suo stato di maschio imperfetto soprattutto alle ragazze. Poi viene cosparso di farina di cassava e dipinto con pasta d’amido e argilla di palude, a ricordo degli antenati: il bianco è il colore della morte reale degli avi, così come di quella virtuale del candidato che “risorgerà” dopo la circoncisione. Infine parenti e amici cominciano a cantare, suonare e ballare per anticipare le fasi e gli effetti della circoncisione, in pantomima. E urlano «Wachonga myo’» (“ti taglieranno”), tanto per sollevare il morale quanto per terrorizzare.

Festa corale

Musiche, parole e passi di danza sono identificabili dagli spettatori e ogni performance è accuratamente preparata in anticipo. Per esempio, la musica detta khukhubulula accompagna il canto autocelebrativo del candidato e della sua famiglia, le cui parole sono composte mesi prima da lui stesso. In tale contesto, le più importanti attività di un iniziando sono la memorizzazione delle canzoni appropriate all’imbalu e l’uso della sonorità acuta dei chinymba, due campanelle fatte risonare contro i braccialetti da polso, tipo nacchere. Altri strumenti di accompagnamento sono uno zufolo e gli shifufu, crepiti di fibra e legno legati alle caviglie con pezzi di tubolare. Mentre i canti sono a responsorio e richiedono partecipazione di gruppo, l’iniziando si limita a fornire il ritmo di base. Il performer deve creare pertanto una relazione tra movimento, musica e parole. Con espressioni facciali distorte, scuote il corpo, agita le mani, rotea le natiche; muove testa, spalle e gambe in un modo tale che, all’osservatore, l’intero corpo appaia flessibile in modo alieno: la rappresentazione fisica della trasformazione sociale.

A quel punto entra in scena il bibiwoyo, un canto da parte degli uomini che incoraggiano il candidato lodandolo e illustrando la magnificenza del potere che la violenza subita fornirà a corpo e spirito. Poi segue il kadodi: musica di cinque tamburi e danze itineranti per intrattenere comunità e visitatori, mentre il candidato si dà un’occhiatina intorno per individuare ragazze matrimoniabili. Il kadodi è così popolare che oggi se ne fanno cd preregistrati. Con questi supporti della modernità, si chiude il cerchio della “fabbrica di uomini” dei Gisu. Per due anni, a causa della pandemia da covid-19, il governo ugandese aveva vietato la cerimonia, come tutte le manifestazioni pubbliche che potevano favorire la diffusione del virus. Quest’anno l’imbalu, che è programmato nel periodo estivo, si annuncia particolarmente affollato.

Questo articolo è uscito sul numero di 5/2023. Per acquistare una copia, clicca qui, o visita l’e-shop.

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