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Rivista Africa
La rivista del continente vero
Tag:

jihadismo

    FOCUS

    L’Isis non è morto. E punta sull’Africa?

    di claudia 11 Luglio 2021
    Scritto da claudia

    La minaccia jihadista è ancora presente in Iraq e Siria, ma lo sguardo va ora rivolto al continente africano, e in particolare al Sahel, da dove si va diffondendo ancora la propaganda del Califfato con l’affermazione dell’ISWAP, il nuovo Stato Islamico della Provincia dell’Africa Occidentale. Ma anche il Mozambico da tre anni è preda delle insurrezioni di al-Shabaab e delle compagini ancora legate all’Isil.

    di Maurizio Delli Santi (*)

    Tra gli impegni di G7, G20 e i recenti vertici della Nato e del Consiglio Europeo, sembra essere passata in secondo piano la riunione Ministeriale plenaria della Coalizione anti-Daesh svoltasi a Roma il 28 giugno, un appuntamento che giunge a distanza di due anni dall’ultimo incontro del febbraio 2019. Alla plenaria è intervenuto il Segretario di Stato USA Antony Blinken, che ha co-presieduto l’incontro insieme al Paese ospitante, nonché 40 delegati degli 83 Stati partecipanti alla Coalizione. Ma stavolta c’è stato un segnale di novità, non di poco conto: sono stati convocati come osservatori anche alcuni Paesi africani, una scelta indicativa delle forti preoccupazioni sull’espansione delle propaggini jihadiste nel continente.
    A dire il vero, anche prima che la pandemia spostasse l’attenzione dalla minaccia del terrorismo è da tempo che i riflettori mediatici hanno attenuato le luci sul pericolo dello Stato Islamico, che nella narrazione del web viene indicato come sconfitto il 17 ottobre 2017, alla liberazione di Raqqa, la capitale de facto del califfato e centro operativo dal quale l’organizzazione pianificava gli attacchi. Altri analisti ritengono invece opportuno spostare la sconfitta più compiuta fino a due anni dopo, in ogni caso sempre con la convinzione che la minaccia non si sarebbe definitivamente estinta, come lo dimostra, lapalissianamente, la circostanza che la Coalizione Globale sorta per sconfiggere l’Isis è tutt’ora attiva e presente nell’area.

    Era quindi già ampiamente noto che sarebbe stato necessario ancora condurre la battaglia terrestre e aerea per eliminare le ultime roccaforti in Iraq e Siria, ma anche che si sarebbero aperti altri fronti sui problemi che sarebbero derivati dai “lupi solitari” e dai foreign fighters, oltre che dai rischi di una propaganda sempre attiva in contesti politici e sociali instabili come quello iracheno e siriano. E, difatti, mentre in Europa si investe nell’intelligence e nei programmi di de-radicalizzazione, è ancora aperto il fronte del jihad dello Stato Islamico in Iraq e Siria, dove residua la minaccia di gruppi che, specie nelle aree nord-occidentali dell’Iraq e al confine con la Siria, ora si eclissano come cellule dormienti ora escono allo scoperto con colpi di mano e attentati.
    Ma ciò che non era stato previsto almeno nella giusta dimensione è quanto il fenomeno jihadista di matrice salafita si sarebbe andato caratterizzando in tutta la sua espansione nel continente africano. In verità, una ragione di questa sottovalutazione, quanto meno parziale, la si deve alla circostanza che a differenza della proiezione globale della minaccia dell’Islamic State of Iraq and the Levant, che si è avvalso dei foreign fighters ed ha colpito nel cuore dell’Europa fino all’ultimo attentato di Vienna del 2 novembre 2020, la galassia jihadista del continente africano è per lo più autoctona ed è apparsa comunque orientata a perseguire target circoscritti alle aree dei rispettivi territori di riferimento, sebbene incline a violenze non meno efferate.

    La minaccia jihadista in Africa

    Il problema della minaccia jihadista invece ora sembra emergere in maniera più seria proprio nel continente africano, sia nelle resilienti compagini terroriste ancora presenti in Libia, sia negli altri gruppi presenti nei Paesi del Nord Africa, ma anche nell’area centrafricana e in particolare nel Sahel, dove peraltro viene annunciato il ritiro francese della missione in Mali. Lo scenario in cui la propaganda jihadista si autoalimenta è quello di un contesto con storici contrasti di natura etnica e sociale ed una perdurante instabilità politico-economica, dove anche qui una rigida interpretazione della sharia, incentrata comunque sul mito del Califfato come retrotopia di riscatto sociale, ha facile gioco su una popolazione sottomessa o inasprita dalle guerre e dalla miseria. I gruppi estremisti attivi nel Sahel hanno potuto quindi consolidare consensi e un certo grado di esperienza strategica e tattica, riuscendo a coinvolgere le etnie locali e le diffuse organizzazioni criminali presenti nella regione e ad assumere il controllo di vaste aree di territorio.

    Un villaggio colpito dalle violenze jihadiste nel nord del Monzambico (M. Longari/Afp

    In questo momento storico, il gruppo emergente, che sembra essersi imposto anche sull’ organizzazione jihadista nigeriana Boko Haram accusandolo di essere eccessivamente violento, risulta essere l’Iswap, Islamic State West African Province, il nuovo “Stato Islamico della Provincia dell’Africa Occidentale” così denominato in relazione a quella idea di costituzione di più wilayat, province islamiche che poi si riuniranno nella umma del grande Califfato continentale. L’Iswap ha quindi operato con un approccio mirato ad accattivarsi le comunità locali offrendo occupazione e sostegno alle famiglie a chi accetta il reclutamento, e presentandosi come migliore sostituto di poco plausibili “autorità statali” nel garantire sicurezza e servizi di pubblica utilità. È in sostanza il modello dello “Stato guscio” di cui ha parlato a suo tempo Loretta Napoleoni (“ISIS: lo Stato del terrore”, Feltrinelli, 2014) a proposito del successo originario dell’Isis in Iraq: anche qui l ’ISWAP, come a suo tempo esordì l’Isis, riscuote imposte, regola e facilita i commerci, le attività di pesca e l’allevamento, assicura l’ordine interno attraverso la sharia e, soprattutto, riesce a declinare una prospettiva di un futuro di rivincita per le popolazioni locali.

    Oltre il Sahel

    Ma la minaccia delle nuove compagini islamiste si estende ben oltre il Sahel, perché le ultime cronache segnalano la recrudescenza dell’insurrezione jihadista in Mozambico, culminata nell’attacco del marzo scorso al polo del gas di Palma, nella regione a maggioranza musulmana di Cabo Delgado, dove sono stati presi di mira mozambicani e alcuni appaltatori stranieri. Si parla di una regione che da tre anni è preda delle incursioni jihadiste di al-Shabaab e di altri combattenti ancora legati all’ISIL che hanno causato già 3000 morti e 8000 profughi, assunto il controllo di strade e infrastrutture, praticando esecuzioni sommarie, il reclutamento forzato e lo stupro di massa. Una situazione incontrollata che ha indotto il governo di Maputo a richiedere il dispiegamento di una forza militare dei Paesi aderenti alla SADC, la Southern African Development Community, cui aderiscono Botswana, Malawi, Mozambico, Sudafrica, Repubblica Democratica del Congo, Eswatini, Tanzania e Zimbabwe.
    Su queste prospettive la Coalizione Globale anti-Daesh ha dovuto calibrare il suo raggio d’azione, non trascurando che il Sahel e l’Africa centrale sono punti cruciali nella filiera dei migranti che si dirigono verso l’Italia, porta d’ingresso per tutta l’Europa. Ma è chiaro che la battaglia dovrà essere soprattutto sul piano strategico, per contrastare le cause profonde che possono alimentare la deriva terroristica, e in questo senso avrà peso quel piano per l’ Africa che è al centro del dibattito promosso attualmente dalla Presidenza italiana del G20, il forum delle 20 più grandi economie del mondo.

    (*) Maurizio Delli Santi è membro dell’International Law Association, dell’Associazione Italiana Giuristi Europei e dell’Associazione Italiana di Sociologia. È autore della pubblicazione “L’ISIS e la minaccia del nuovo terrorismo. Tra rappresentazioni, questioni giuridiche e nuovi scenari geopolitici”, Aracne, 2016

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    11 Luglio 2021 0 commentI
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