Perché la crisi del Nord Mozambico dovrebbe riguardarci

di claudia
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L’assedio di Palma ha aperto sui media europei e occidentali la questione del jihadismo in Mozambico, in un’area a forte presenza di aziende anche italiane. Eppure, la questione sul terreno è aperta ampiamente almeno dal 2018, e rappresenta un problema più ampio presente in Africa sub sahariana che i governi locali hanno seri problemi ad affrontare in maniera efficace.

di Alessandro Vivaldi

L’assedio di Palma, passato sottotraccia sui media italiani nonostante la presenza in loco di connazionali, rappresenta l’esempio tipico di problematica poco conosciuta, ma decisamente importante e di portata globale, non solo locale. Con questo episodio – a livello mediatico – è successo quanto accaduto con l’affaire Attanasio: una pessima mattina l’opinione pubblica si sveglia e scopre l’esistenza di un problema che in realtà esiste da anni.

L’insurgency (l’insurrezione), termine che meglio definisce il fenomeno rispetto al classico “terrorismo”, si sta sempre più dimostrando un problema endemico in molte regioni del mondo, spesso in aree che rivestono un’importanza strategica globale.

Analizzare il caso della provincia di Cabo Delgado (la più a nord del Mozambico e al confine con la Tanzania), venuto parzialmente alla ribalta in questi giorni, annoda i fili di molteplici questioni che vanno dall’economia alla sostenibilità sociale, passando per l’incapacità congenita dei Paesi di più recente costituzione di combattere efficacemente le milizie che in essi nascono e si alimentano, spesso diventando un fenomeno regionale.

A fine marzo il gruppo Ansar al-Sunna, di ispirazione jihadista, stringe d’assedio ed entra nella cittadina di Palma, estremo nord della provincia, costringendo gli abitanti a fuggire (verso la Tanzania) e circa 180 dipendenti (locali ed expat) delle compagnie straniere presenti in loco a rifugiarsi prima in un hotel locale e poi presso i compound maggiormente fortificati delle compagnie stesse.

L’assedio in realtà non è recente: le attività di Ansar al-Sunna per l’isolamento di Palma erano cominciate mesi prima, costringendo il governo mozambicano a inviare non solo l’esercito, ma anche alcune unità provenienti da Private Military Companies russe e sudafricane. Le vie di approvvigionamento terrestri erano state rese insicure già a fine 2020 e russi e sudafricani avevano subito rilevanti perdite dallo scorso ottobre. Le attività degli insurgents (i ribelli) hanno visto una vistosa progressione, sia per qualità che per quantità, sin dal 2018. Insomma, tutto era prevedibile sulla carta. Tuttavia, l’insurgency è una questione complessa alla quale non si può rispondere solo con le armi.

Nuovo problema, vecchie radici

Data tale complessità, non si può ridurre l’origine del fenomeno a un unico fattore. Comparando le varie insurgency nel mondo, si possono intravedere alcuni tratti comuni. Il primo è che in genere dove c’è insurgency c’è qualche elemento di importanza strategica di livello globale: riserve di petrolio o gas (Siria, Libia, Mozambico stesso), sostanze illegali (oppio afghano), cobalto (Repubblica Democratica del Congo), oro (Mali). Dove il fenomeno persiste, c’è sempre un’identità nazionale debole incapace di prevenirlo, una situazione socioeconomica non sostenibile per tutti (caratteristica, questa, presente più nei casi africani che non in quelli mediorientali o in quello libico), dove il “tutti” dovrebbe per altro includere anche le diverse identità etnico culturali o religiose sul territorio. C’è, infine, sempre lo zampino straniero, ancorché non necessariamente di tipo statale; che si tratti di finanziamenti, di supporto logistico o addestrativo, nessuna rivolta armata sopravvive senza il sostegno di terze parti. In nessuno dei fattori menzionati ci si può arrischiare a una reductio ad unum della causa scatenante: come detto, il fenomeno va inquadrato anche dal punto di vista sociale e culturale, frutto di una molteplicità di fattori (di cui i menzionati sono esclusivamente quelli comuni, ai quali si aggiungono una miriade di fattori locali).

Ansar al-Sunna in Mozambico

Il Mozambico è una nazione a maggioranza cristiana, con due province a maggioranza musulmana, tra cui Cabo Delgado. Questa è diventata fondamentale per via dell’African Renaissance Pipeline Project, un futuro gasdotto che dalle riserve off shore della provincia dovrebbe arrivare in Sud Africa, risultando quindi strategico e di enorme importanza non solo per il paese, ma anche per i vicini. Le aree di estrazione in mare sono principalmente l’Area 1 (40-70 mila miliardi di piedi cubi di gas), a ridosso della costa, e l’Area 4 (85 mila miliardi di piedi cubi), adiacente alla 1. In tutto il progetto sono impegnate tra le altre, oltre la controllata di stato mozambicana ENH, le italiane ENI e Bonatti, le americane ExxonMobil e Anadarko, le francesi Total e Technip, la britannica BP, la giapponese JCG, la coreana Kogas, la sudafricana SacOil, la cinese CPP. Parrebbero mancare solo russi e monarchie del Golfo. Anzi, i russi ci hanno messo la Wagner con i propri operativi, e quindi verrebbe da pensare malignamente che le monarchie di cui sopra ci abbiano proprio messo Ansar al-Sunna.

Questa (da non confondere con movimenti mediorientali omonimi) nasce – secondo le poche fonti disponibili dal 2018 circa – con i proseliti del kenyano Aboud Rogo Mohammed (1968 – 2012), sospettato di aver contribuito a vari attentati in Kenya, di aver sostenuto economicamente il movimento somalo Al-Shabaab e per lo stesso di aver reclutato. I suoi discepoli, fuggiaschi dal Kenya, sarebbero arrivati in Mozambico attraverso la Tanzania già alla fine del 2012, cominciando una certosina opera di indottrinamento che si sarebbe trasformata in insurgency intorno al 2017. Ansar al-Sunna è ritenuta essere collegata allo Stato Islamico, tuttavia è improbabile vi siano contatti diretti. Parrebbe inoltre non direttamente in contatto con i somali di Al-Shabaab, pur avendo usato alcuni operativi degli stessi come istruttori, insieme – informazione del 2018 – a vari membri estromessi dalle forze dell’ordine locali.

La progressione degli attacchi del gruppo è impressionante. Nel 2018 cominciano brevi operazioni ai danni di civili e villaggi isolati, mentre nel 2019 gli attacchi alle forze mozambicane si scatenano e si ha il primo attacco a degli asset dell’americana Anadarko. A marzo 2020 una prova tattica non indifferente: la città di Mocimboa da Praia (127.000 abitanti) viene presa rapidamente da una manovra via terra e via mare, per poi essere abbandonata nell’arco di 24 ore.  La situazione va rapidamente degenerando, lo capiscono i sudafricani che inviano in supporto le forze speciali; ad agosto gli insurgents tornano a Mocimboa, infliggendo oltre un centinaio di perdite alle forze regolari; a fine settembre gli USA chiedono allo Zimbabwe di assistere le attività di counterinsurgency (contro-insurrezione); tra novembre e dicembre si aggiungono le forze di Tanzania e Malawi. Tra civili uccisi (spesso decapitati) e la conquista di dozzine di villaggi, arriviamo alla situazione attuale, in cui statunitensi e portoghesi sono costretti all’invio di consiglieri militari, ritenendo quanto fatto finora insufficiente (aggiungeremmo: palesemente, visti i risultati, e decisamente in ritardo). Ad oggi Ansar al-Sunna si ipotizza abbia circa 4000 effettivi (a fronte di poche centinaia di perdite tra caduti e arrestati) e un potere economico (difficilmente stimabile, in realtà) che si articola in alcune decine di milioni di dollari, proveniente per lo più dal traffico di rubini, avorio e legname (meno probabile, invece, quello di eroina).  

Perché il Mozambico (come altri) non può farcela da solo

La counterinsurgency (contro-insurrezione) raramente ha successo, perché richiede un approccio olistico che difficilmente riesce alle ben più preparate forze occidentali, figuriamoci a quelle locali. Per arrivare a un risultato serve l’elevazione dello status culturale, economico e sociale della popolazione locale, che porti a un crollo dei reclutamenti e al taglio delle linee di finanziamento delle organizzazioni, unitamente ad azioni militari che siano chirurgiche e con pochi effetti collaterali.

Ad oggi il Mozambico (come molti altri Paesi africani) non ha la capacità per mettere in piedi un’operazione di counterinsurgency efficace: le azioni indirizzate alla popolazione sono poche e mal coordinate. La permeabilità dei confini con la Tanzania e la peculiare situazione logistica del territorio non permette né il taglio dei finanziamenti, né dell’afflusso di reclute. Inoltre, come in molti altri casi, Ansar al-Sunna ha dei vantaggi fondamentali rispetto alle forze regolari: siamo oramai ben lontani dall’immagine degli insurgents talebani che combattono con Kalashnikov e ciabatte; oggi ogni organizzazione “sorella” di Ansar Al-Sunna può contare su operativi che hanno un addestramento inferiore alle forze occidentali, ma decisamente superiore alle forze locali; anche dal punto di vista degli armamenti, le forze mozambicane e affini sono decisamente svantaggiate; nella counterinsurgency gli armamenti pesanti sono usati di rado (per evitare – almeno in teoria – gli effetti collaterali), mentre il nemico può accedere tranquillamente ad approvvigionamenti ben più moderni (gli Ak 47, pur rimanendo l’arma standard su entrambi i fronti, vedono un impiego migliorato da parte degli insurgents (i ribelli), potendo accedere ai miglioramenti presenti sul mercato a prezzi relativamente bassi rispetto al flusso finanziario di cui dispongono). Apparentemente paradossale la disparità di addestramento: mentre i miliziani sono addestrati da veterani e sviluppano esperienza sul campo rapidamente, le forze regolari difficilmente sono addestrate, mancano di disciplina (per altro, come spesso accade, si danno a deprecabili episodi nei confronti della stessa popolazione) e gli ufficiali stessi rasentano talvolta l’incompetenza (con poche eccezioni addestrate all’estero: i Thomas Sankara sono, sempre più, un’eccezione).

Concludendo, l’esempio del Mozambico ben sottolinea come l’insurgency (l’insurrezione), soprattutto di declinazione jihadista, rappresenti IL problema per eccellenza soprattutto nell’Africa subsahariana, problema che i Paesi africani da soli non possono affrontare e di cui i Paesi europei – per ragioni strategiche, ma anche umanitarie – devono farsi carico.

(Alessandro Vivaldi –Amistades )

Fonti
www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/19361610.2021.1882281?src=&journ
alCode=wasr20
www.africanews.com/2021/03/11/united-states-lists-dr-congo-and-mozam
bique-rebels-as-terrorists/
www.institute.global/policy/mozambique-conflict-and-deteriorating-securi
ty-situation 
www.ida.org/-/media/feature/publications/e/ex/extremism-in-mozambique-interpreting-group-tactics-and-the-role-of-the-governments-response/d-13156.ashx
www.maritime-executive.com/editorials/how-weak-maritime-enforcement-
emboldened-ansar-al-sunna

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