La guerra delle milizie

di Diego Fiore
Milizie
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(reportage dal numero 2/2020 di Africa)

In vaste regioni dell’Africa occidentale e centrale gli Stati sono incapaci di difendere la popolazione, e i civili si autorganizzano per proteggersi dagli attacchi. Le loro milizie promettono sicurezza, ma alimentano la violenza

In Mali e Burkina Faso continuano i massacri di civili. Uomini, donne e bambini vengono trucidati in una escalation di violenza che mescola matrici di vario genere: jihadista, etnica, banditesca, ecc. I jihadisti del Sahel hanno saputo manipolare antichi conteziosi e ora li sfruttano a piacimento. Milizie peul e dogon si affrontano con un odio dovuto alla paura e allo spirito di sopravvivenza. Assenti le istituzioni statali, i clan e le etnie si organizzano da sé, creando milizie private che operano al di fuori di ogni mandato. E tutto ciò va bene al jihad: più confusione si crea, più si aprono spazi di manovra.

Tutti contro tutti
Il fenomeno ha ormai raggiunto la regione centrale del Mali, e avanza. La cancrena della violenza si sta espandendo. La stessa cosa accade in Nigeria attorno al Lago Ciad, dove colpiscono i gruppi di Boko Haram e dove le popolazioni locali sono ormai tutte armate. Anche nel caso della Repubblica Centrafricana i gruppi degli ex ribelli si sono trasformati in milizie locali: un’involuzione già vista in Kivu, nell’Ituri e in altre aree della Repubblica democratica del Congo. Là dove si apre un fronte jihadista, quasi automaticamente appaiono le milizie.
La mancanza dello Stato, o di un serio intervento internazionale, sta trasformando certe zone d’Africa in crogioli di varie forme di autodifesa armata. A dire il vero, in molte regioni d’Africa è ormai difficile distinguere se le uccisioni e le violenze siano causate dal jihadismo o dagli odi intercomunitari che tradizionalmente avvelenano le relazioni tra i diversi popoli, o infine da altre ragioni. Spesso c’è caos nell’identificare i reali mandanti.
Primo motivo di contezioso è quello che oppone quasi ovunque pastori (come gli stessi Peul, ma non solo loro) e agricoltori. Tradizionalmente era stato possibile contenere le dispute su terra e pascoli mediante il dialogo tra gli anziani delle tribù, ma ora la situazione sfugge di mano soprattutto perché i jihadisti hanno appreso ad approfittarne e a manipolare. Attorno al Lago Ciad, addirittura condizionano a loro favore le liti tra pescatori, agricoltori e mandriani… In alcune aree d’Africa ormai ogni clan possiede una sua milizia e può accadere pure che utilizzi la “guerra al terrorismo” per giustificare le proprie azioni, compiere vendette private od occupare il terreno.

Il terrore che avanza
Nel caso maliano nessuno capisce più nulla. I massacri più recenti si svolgono nella regione a cavallo con il Burkina Faso, e molti sostengono che i miliziani possano essere venuti da lì. I jihadisti si avvantaggiano della situazione: il Fronte per la Liberazione del Macina, la cellula islamista guidata da Amadou Koufa (unico capo peul jihadista), fa reclutamento tra i suoi aiutato dalla paura che tutti ormai hanno dei Peul. Tanto vale aderire al suo gruppo… Da qui a indicarli tutti come terroristi il passo, infatti, è breve. Tale situazione potrebbe portarli tutti (sono 3 milioni solo in Mali) dalla parte dei terroristi.
Per convincimento o per interesse, le altre etnie (come i Dogon, non più di 250.000 in tutto) sono persuase che tutti i Peul siano colpevoli di aiutare o almeno assecondare i terroristi. Il Fronte del Macina appartiene al Gruppo di sostegno dell’islam e dei musulmani (Gsim): la nuova alleanza jihadista dove è inclusa anche al-Qaeda locale.

Alleanza jihadista
Il Gsim è guidato da un nobile tuareg, uno dei terroristi più ricercati al mondo: Iyad Ag Ghaly. La primula rossa jihadista possiede una biografia particolare: ha studiato, parla le lingue, è stato ambasciatore e addirittura mediatore nei conflitti tuareg del 1991 e 2006; ha svolto la funzione di negoziatore nei rapimenti. Ghaly ha legami e contatti in Niger, Burkina, Libia. Poi tradendo tutti, ha scelto il jihad al posto del nazionalismo secessionista tuareg. Non è un combattente ma un politico, ed è riuscito là dove i capi di al-Qaeda locale avevano fallito: federare tutti i gruppi in un’unica alleanza che includa anche lo Stato Islamico del Grande Sahara (guidato da Walid al-Sahrawi e attivo a cavallo di Mali-Niger-Burkina) e Ansarul Islam, i terroristi del Burkina Faso.
Così la coalizione jihadista del Sahel si internazionalizza sempre di più, contaminando tutte le etnie. Dovesse estendersi al Niger, otterrebbe di connettersi anche con i Boko Haram, per ora lontani e alle prese coi loro problemi.

Far West africano
Nel jihad saheliano sono ormai coinvolte quasi tutte le etnie della regione, se si tiene conto anche dei Tebu libici in guerra in quel Paese. Nel 2019, le vittime di tale conflitto sono state oltre 5000 in tutto il Sahel (senza contare la Libia), ma quest’anno saranno molte di più. Migliaia di persone fuggono l’area, aumentando la confusione e le tensioni. Così come l’esercito regolare maliano non è in grado di fermare tale emorragia né tantomeno di arginare gli attacchi, allo stesso modo accade in altri Paesi.
L’Adf ribelle, presente da decenni alla frontiera tra Rd Congo e Uganda, è ormai divenuta un piccolo esercito jihadista; contro di esso reagiscono da tempo le milizie Mayi-Mayi. C’è da scommettere che i recenti attacchi jihadisti nel Nord del Mozambico creeranno a breve una simile dinamica.
La moltiplicazione delle milizie in Africa corrisponde a un fenomeno simile e diverso utilizzato dalle grandi potenze: quello dei contractors (militari che operano per conto di compagnie private assoldabili da governi o signori della guerra). Il monopolio della violenza in mano agli Stati perde terreno a favore di una “privatizzazione” dello strumento militare. Una cattiva notizia per tutti.

(testo di Mario Giro – foto di Luz)

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