Sudan: perché non c’è un accordo tra dimostranti e militari

di Raffaele Masto
sudan proteste
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La notizia della sospensione unilaterale dei negoziati tra Consiglio Militare Transitorio e “Alleanza per la Libertà e il Cambiamento”, cioè il cartello che riunisce tutte le forze di opposizione e della società civile sudanese, arriva dopo il raggiungimento di un accordo su diversi punti, che evidentemente, però, non sono bastati a far considerare conclusa la vicenda. Cosa manca? Cosa separa ancora l’opposizione dai militari? Si può dire che manca la cosa essenziale, quella per la quale i dimostranti protestano dal dicembre scorso, cioè un accordo sulla composizione di quello che è stato definito il “Consiglio Sovrano” cioè l’organo che dovrà portare il Paese alle elezioni. In sostanza i dimostranti vogliono che i militari escano realmente di scena e che lo facciano da subito. Ovviamente i militari resistono: per trent’anni hanno gestito il potere, hanno distribuito privilegi, hanno creato una sorta di oligarchia di potenti con tutte le loro famiglie allargate e ora dovrebbero, da un giorno all’altro, rinunciare a tutto, a un sistema di potere ferreo, onnivoro, corrotto.

Finora si è raggiunto un accordo sulla durata del periodo di transizione, tre anni. Sulla composizione del parlamento di 300 membri e sulla nomina del 67% dei membri da parte dell’opposizione e i restanti, praticamente dai militari.

Il problema è chi gestirà la transizione in questi tre anni. Di questo “Consiglio Sovrano” non si sa nulla. I militari hanno detto che dovrebbe essere un organo simbolico, ma ci vogliono entrare. Gli oppositori invece vogliono che i militari non ne facciano parte, o ne facciano parte in modo minoritario, o comunque che non abbiano un potere preponderante.

In queste ore i militari hanno saggiato la determinazione dell’Alleanza per la Libertà e il Cambiamento e hanno capito che sulla estromissione dei militari non ci sono margini di mediazione e allora hanno sospeso unilateralmente i negoziati e sono tornati alla repressione di piazza: il presidio permanente di manifestanti davanti al quartier generale delle Forse Armate, nel centro di Khartoum, è stato fatto oggetto di colpi di arma da fuoco, ci sono stati almeno otto morti. Poche ore dopo altri morti tra i dimostranti per uno scontro con le forze di sicurezza.

La Rivolta sudanese, dunque, è ancora in bilico: può diventare una vera rivoluzione o può essere soppressa dalla forza militare. Ciò che sembra non possa accadere è che i dimostranti si accontentino di un “cambio cosmetico” al vertice, come è avvenuto, per esempio in Egitto con al-Sisi, o in parte in Zimbabwe dopo l’uscita di scena di Mugabe. In Sudan l’opposizione e la società civile fanno sul serio e la loro lotta è già diventata un esempio: nel Sudan del Sud, nella capitale Giuba, in queste ore, la popolazione sta protestando contro i militari del presidente Salva Kiir al potere e il governo ha mobilitato le forze speciali che hanno blindato il centro di Giuba.

(Raffaele Masto – Buongiorno Africa)

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