Sierra Leone | La maledizione della soda caustica

di Enrico Casale
Soda

Sul tardo pomeriggio, quando l’ospedale di Emergency si acquieta un poco e il sole è basso all’orizzonte, le sale d’attesa si colorano d’arancione. Sbuffate di vita bucano le inferriate verniciate di fresco, portando nel cortile le voci di Goderich, quartiere ricco all’estremità occidentale di Freetown.

In Sierra Leone ogni anno centinaia di bambini scambiano la soda caustica (utilizzata per fabbricare sapone in casa) per acqua, sale o zucchero, bevendola accidentalmente. Il liquido, inodore e trasparente, provoca ustioni anche molto gravi all’esofago e a tutto l’apparato digerente. Il chirurgo Antonio Bruscoli, con Emergency dal 2010, abbozza due cifre e tre nomi su un foglio bianco, ripensando alla gastroscopia conclusa pochi minuti prima: «Quello della soda è un problema sociale, culturale, di disagio e povertà, oltre che fisico e sanitario».

Rispecchia le condizioni di un Paese che appare all’avanguardia arrivando a Freetown in aereo, per scoprire poi che il 60% della popolazione è analfabeta e la mortalità infantile è tra le più alte al mondo: malaria, malnutrizione, infezioni gastrointestinali sono le principali cause di decesso tra i minori di cinque anni. Nel 2018 i casi di ustione da ingestione accidentale di soda sono stati oltre 70. «Nel 2019 – continua il medico – il numero è aumentato. Contiamo 10 casi, in media, al mese. Nonostante la tentata sensibilizzazione nulla è cambiato dalla prima volta che ho messo piede qui. Era il 2012. Continuare a curare i pazienti ustionati dalla soda resta comunque una delle nostre priorità, nessun altro ospedale è in grado di offrire un servizio simile: unico e soprattutto gratuito».

Fatmata, una giovane venditrice di Waterloo, conscia del problema, ha smesso totalmente di fabbricare sapone in casa ma comprende bene la miseria di molte famiglie: «Un sacco di riso è arrivato a costare 30 euro e un pezzo di sapone uno o 1,50 euro. La maggior parte dei locali sopravvive proprio con un euro al giorno, ossia 10.000 leones. La vita non è semplice. Basta entrare una sola volta in uno slum per capire che le donne hanno bisogno di piccole attività redditizie per tirare avanti. Come la vendita del sapone». Taglia corto, incamminandosi verso l’uscita.

La maggior parte degli incidenti avviene quando i bambini sono molto piccoli. Il trattamento possibile è la dilatazione dell’esofago in via endoscopica e, nei casi peggiori, la gastrostomia (ossia posizionare un tubo nello stomaco per l’alimentazione). Il filo sottile che entra nel naso dei bambini presenti serve a non far chiudere del tutto l’esofago e a guidare l’endoscopia.

Alì, 4 anni, è originario di Bo, seconda città della Sierra Leone. Borbotta, tenta di deglutire, ma la lingua gonfia e le ferite in gola non glielo permettono. Nessuna parola fuoriesce dalla bocca lesionata. Solo piccolissimi lamenti e occhi che indagano la stanza bianca. Lo zio del bambino,

Alì anch’esso, 22 anni, è appoggiato di spalle al muro esterno, in attesa: «Ha bevuto mezzo bicchiere di soda dai vicini. Stava giocando nel cortile e non ce ne siamo nemmeno resi conto. Siamo arrivati con l’ambulanza dopo sei ore di viaggio. L’incidente è capitato ieri mattina alle 11. I genitori sono già in viaggio per raggiungere Goderich».

Anche Sia Tolno, una bimbetta cardiopatica dai capelli scuri, ha bevuto per sbaglio qualche centilitro di soda. Ha degli occhi cosi neri e profondi da tuffarcisi dentro, una posa da donna afflitta, il fatalismo nello sguardo adulto. Dormicchia, ciondolando, al letto numero 3 del reparto di Terapia Intensiva. Il buio cala dall’alto come una coperta umida.

(Matthias Canapini)

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