Riek Machar: «Non rientro a Juba»

di Enrico Casale
Riek Machar
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Riek Machar, il leader dei ribelli sud-sudanesi, aveva annunciato di voler rientrare a Juba il 12 novembre per formare un governo di unità nazionale. Tuttavia, l’attuazione dell’accordo di pace siglato il settembre 2018 sta subendo molti ritardi e, molto probabilmente, Machar rimarrà ancora in esilio.

Lo Splm-Io, il partito di Machar, ha accusato il governo di opporre una serie di ostacoli alla piena riconciliazione: condizioni di sicurezza insufficienti, mancata creazione di un esercito unificato, l’apparato federale dello Stato ancora da costruire. In queste condizioni, il partito di Riek Machar ha annunciato che non parteciperà al governo di unità nazionale.

Nell’intesa di pace era previsto che le milizie dessero vita a forze armate composte da 83.000 soldati e a un gruppo misto di tremila uomini per proteggere le personalità. Tuttavia, il processo è rimasto incompiuto. «È impossibile addestrare un esercito in un mese. Il governo ha interrotto il processo rifiutando di finanziare», hanno  denunciato i leader dello Splm-Io.

Per quanto riguarda la definizione dello Stato federale, il presidente Salva Kiir è sospettato di voler manipolare i confini tradizionali a favore del suo gruppo etnico, i Dinka. Le commissioni hanno voluto approfondire la questione, ma il lavoro è stato bloccato.

Per Alfred Youhanis Magok, portavoce di Riek Machar, è necessario che si trovino soluzioni adatte prima che il leader ribelle ritorni. «Nel 2016, si pensava che tutto sarebbe stato risolto in seno al Consiglio dei ministri. Ma il regime non voleva cooperare. Lo scenario si sta ripetendo», afferma.

Secondo la ricercatrice Lauren Blanchard, interpellata da Rfi, «la volontà politica è debole, le condizioni di sicurezza sono insufficienti e le dichiarazioni ufficiali non ispirano fiducia».

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