Nomadi del mare

di Diego Fiore
Vezo 4
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Sono sempre in viaggio a bordo della loro piroghe, seguendo il vento e le correnti, alla ricerca dei banchi di pesci che si spostano sotto il tropico del Capricorno, lungo la costa ovest del Madagascar

Se vi trovate a passare sulle rive occidentali del Madagascar, luoghi di bellezza desolata non ancora deturpati dall’uomo, incontrerete i Vezo. Non avrete dubbi: i Vezo sono pescatori; la loro vita è totalmente proiettata verso il mare; invece che nelle capanne dei villaggi semipermanenti, sembrano vivere per la maggior parte del tempo sulle loro semplici piroghe (lakana): scavate in un tronco, hanno un bilanciere e la vela quadra, elementi strutturali che ci portano alle origini indonesiane del popolamento umano verso il Madagascar.

 Tribù fantasma

I Vezo sono persone solide, eppure per gli antropologi sono fantasmi: i Vezo non sono classificabili come etnia. Le teorie dell’etnicità si basano sull’assunto che “le persone sono come sono in quanto nate per essere così”. La biologia della parentela (il “sangue”) e la cultura tradizionale (“naturalizzata” tramite il linguaggio e la storia condivisa) sono alla base delle etnie, in quanto caratteristiche dell’essere. Vezo, invece, non si è: lo si diventa.

Per i maniaci dell’identità etnica (madre del razzismo e di tutte le guerre, al punto che andrebbe abolita), i Vezo sono divenuti un paradosso; l’estensore dell’Atlante del Madagascar affermò nel 1970: «Dal momento che non sono un gruppo etnico, di fatto i Vezo non esistono». Siamo ancora in quel processo di “invenzione delle tribù malgasce” che caratterizza la colonizzazione francese, la politique des races basata sul preconcetto che i gruppi etnici esistessero da prima, di modo che i loro leader, disuniti, potessero essere manipolati da Parigi.

Origini misteriose

Gli etnografi sono meno drastici; presumendo che ognuno debba avere un’affiliazione etnica, allora i Vezo, per forza, sono parte di un’etnia che li ingloba. Per prossimità territoriale e linguistica si afferma che i Vezo sono un sottogruppo della famiglia etnica salakava. Questo è un grossolano errore: i Salakava sono un coacervo di popolazioni e individui venuti a trovarsi sotto la dominanza (forzata o volontaria) dei regni con quel nome, i quali hanno imposto nella regione il bestiame come valore dominante. Quelli che si definiscono “Vezo” non coltivano né possiedono bestiame, ma nessuno può dire chi fossero o cosa facessero prima di diventare pescatori. Se sulla spiaggia chiedete a qualcuno chi siano i Vezo, la risposta sarà: «I Vezo non sono un tipo specifico di persone» (Vezo tsy karazan’olo). La parola karaza implica le caratteristiche intrinseche di una classe di persone, animali, oggetti, oltre che il collegamento con gli antenati. I Vezo non hanno karaza: barattano l’essere con il divenire.

Come si diventa Vezo

Un esempio. Prendiamo un uomo dei Masikoro, gli agricoltori dell’interno con cui i Vezo scambiano pesce, miele, prodotti selvatici, in cambio di riso e manioca. I due gruppi sono complementari, ma si percepiscono vicendevolmente attraverso la loro incapacità tecnica (con feroci prese in giro): un Masikoro certamente rovescerebbe una piroga, mentre un Vezo se ne andrebbe per mare lasciando marcire il raccolto. La relazione biunivoca con i Masikoro è dimostrata dal fatto che i Vezo condividono le principali cerimonie con loro; matrimoni, funerali e iniziazioni sono officiati da Masikoro, come se ai Vezo non interessasse la gestione della tradizione. Il nostro uomo, nel villaggio di foresta si trova in difficoltà; magari non è un buon coltivatore, o ha poca terra, o litiga con i vicini. Così si mette in cammino e arriva in un villaggio costiero.

Imparare nell’acqua

Tramite i legami di reciprocità degli scambi, trova una moglie vezo, del mare. A quel punto si guarda attorno: niente risaie, zappe, bestiame: solo piroghe, gomene, sagole, reti, ami, lenze, velature, squame. E il mare, un universo che si muove sotto i piedi, di cui non sa nulla. Aiutato dai parenti della moglie, si mette a lavorare sodo, osserva gli altri, impara facendo. Mette in pratica il motto tutto africano “Chi sa insegna, chi non sa impara”, che fu alla base della straordinaria campagna di alfabetizzazione di Siad Barre in Somalia nel 1974. Non sa, e quindi fa di tutto per imparare, sennò non mangia o muore per ignoranza di onde e correnti. Sembra un bambino. Come mi disse un pescatore: «I bambini non sono Vezo, non ancora. La loro scuola è l’acqua. Ecco, quando cominciano a nuotare bene, a pagaiare, a pulire il pesce, a gettare una rete, a costruire le piroghe, allora i bambini cominciano a essere, pian piano, un po’ vezo».

Alla fine del processo di apprendimento, il bambino oppure l’uomo che era un agricoltore sa cosa fare per mare, anche se non può permettersi di smettere di imparare: sta diventando una delle “persone che lottano con il mare e vivono sulla costa” (olo mitolo rano, olo mipetsaky andriaky), unica autodefinizione che un Vezo darà di sé stesso. Non tramite qualità, ma per mezzo di azioni.

Fragili piroghe

Nonostante la pletora di termini marinari, la lingua vezo non ha una parola generica per dire “pescare”. Per indicare la sopravvivenza, i Vezo dicono mitindroke: “cercare da mangiare”. Niente specializzazione, tecnica, strumenti, trasmissione di proprietà; mitindroke è pura azione per uno scopo, la sopravvivenza giorno per giorno, in qualsiasi ambiente. La vita vezo è un affare di piccola scala, senza tempo. Ecco perché la piroga diventa il simbolo dei Vezo: è piccola, leggera, fragile, tutti la sanno costruire, dura un paio d’anni, porta due o tre persone, contiene solo il pescato che può mangiare una famiglia, si sposta in continuazione. Per poter conoscere l’entità della popolazione vezo, in continuo movimento, l’ultimo censimento si è limitato a contare le piroghe, un numero fisso.

Vivere il presente

Un Vezo si riconosce dai segni che il tempo ha lasciato sul suo corpo. Per prima cosa, la pesca segna le mani: le lenze, appena il pesce abbocca, incidono la pelle in segni caratteristici; anche il torace è coinvolto, dato che, durante gli spostamenti a pagaia, le lenze si arrotolano attorno alla vita per non perderle; se abbocca un pesce, la frizione è direttamente sul petto. I graffi rossastri cicatrizzano in striature bianche da mostrare a chi voglia capire la “vezosità” di una persona. A contrasto, le donne mostrano i piedi piagati dalla raccolta di molluschi sulla barriera corallina o di piante selvatiche sulle dune, ma indicano la loro qualità di Vezo anche perché non hanno i calli alle mani come le agricoltrici masikoro.

Una persona vezo è trasparente, in quanto non mostra sedimentazioni del passaggio del tempo. È inutile frugare al suo interno: la sua vita è totalmente proiettata nella capacità di agire, in quel che sta facendo. Chi si basa sulla discendenza tende ad avere un passato e a vivere fuori dal presente; chi è in movimento come i Vezo, non ha un passato e vive nel presente. Sarà per quello che i cimiteri vezo sono lontani dai villaggi, sperduti in luoghi di foresta quasi inaccessibili e, soprattutto, invisibili. Se non si pensa di divenire l’antenato di qualcuno, la morte è l’arresto del divenire. Poco “vezo”.

(testo di Alberto Salza – foto di Frans Lanting/Luz )

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