L’orfanotrofio degli elefanti

di Diego Fiore
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Tempo di lettura stimato: 4 minuti

Alla periferia di Nairobi, gli operatori dello Sheldrick Wildlife Elephant Orphanage si prendono cura dei piccoli elefanti bisognosi di aiuto. Li salvano da morte sicura e li preparano al ritorno in libertà

L’elicottero di pattuglia riceve una chiamata di emergenza dai ranger a terra. Lo invitano a recarsi immediatamente al luogo indicato per salvare la vita a un giovanissimo rinoceronte individuato nella savana accanto alla madre morta. Il rumore dell’elicottero che atterra nella radura lo fa fuggire. Si fa buio, il timore è che il piccolo scompaia nel fitto sottobosco: da solo non avrebbe chance di sopravvivere ai predatori.

Passano venti minuti, un’eternità, prima che venga di nuovo si avvistato. L’animale corre al galoppo, inseguito dai cani addestrati che nel frattempo sono stati liberati dalla squadra dell’elicottero. I ranger li raggiungono dopo dieci minuti di corsa a rotta di collo: fortunatamente il baby-rinoceronte è con loro. Viene immobilizzato con l’aiuto di un sedativo, legato con mezzi di fortuna e trasportato all’elicottero. Dopo 15 minuti di volo il mezzo atterra alla sede dello Sheldrick Wildlife Trust.

Una coppia speciale

La fondazione è intitolata a David Sheldrick, creatore nel 1948 dello Tsavo National Park, il più grande parco nazionale del Kenya. David consacrò la sua vita alla salvaguardia di questa straordinaria oasi naturale, fino alla sua scomparsa nel 1977. Al suo fianco aveva la moglie Daphne, morta nel 2018, che ha proseguito l’impegno naturalistico con lo Sheldrick Wildlife Trust (Swt), che oggi è gestito da figli e nipoti.

Al campo base dello Tsavo vengono radunati i cuccioli di elefanti (e rinoceronti) rimasti soli e in pericolo di vita, prima di essere trasferiti in una struttura vicino alla capitale Nairobi. Gli esemplari bisognosi di cure sono decine ogni anno. I genitori sono morti per cause naturali o sotto i colpi dei bracconieri in cerca di avorio. E i cuccioli sono ancora troppo piccoli per potersela cavare nella savana. Vengono quindi aiutati, seguiti giorno per giorno, in attesa di poter rendere loro la libertà.

Nella periferia di Nairobi si trova un vero e proprio orfanotrofio per elefanti, fondato da DaphneSheldrick dopo la morte del marito. Ogni giorno dalle 11 alle 12 il centro apre ai visitatori per mostrare la poppata mattutina degli elefantini, mentre gli addetti raccontano la storia dei cuccioli e spiegano il processo di allevamento, che si conclude quando i piccoli sono sufficientemente autonomi da essere liberati nello Tsavo.

La nuova vita di Apollo

L’indomani, il nostro piccolo pachiderma appare più calmo: beve latte in polvere speciale da un bottiglione, una sorta di grande biberon, con l’aiuto di un custode dell’Elephant Orphanage. «La sua sopravvivenza dipende da noi – ci viene spiegato –. Perché fino ai due anni un cucciolo può morire, se resta più di 24 ore senza latte». Il terzo giorno, l’elefantino è pronto per una passeggiata fuori dalla stalla e per un bagno di fango con successivo rotolamento nella polvere. Di notte dorme sotto un materasso. «Probabilmente gli offre la protezione e il conforto che non trova più nella madre», ipotizzano i suoi custodi.

L’elefantino ha sei mesi, è maschio ed è stato battezzato con il nome di Apollo (lo si può adottare, come tutti gli esemplari ospitati, tramite il sito web dell’associazione). La sua storia è simile a tante altre. I cuccioli in difficoltà vengono salvati nella savana dai ranger dello Sheldrick Wildlife Trust che li custodiscono nell’orfanotrofio, giudicato dagli esperti il migliore al mondo: qui vengono nutriti, allevati, resi nuovamente autonomi e preparati alla vita selvaggia. In poco più di 40 anni di attività, Swt ha salvato da morte sicura 247 piccoli, mandando sul campo per 6269 volte i suoi veterinari, inquadrati in 14 squadre di pronto intervento.

Minacciati dall’uomo

L’attività di Swt non si ferma qua. Esso interviene anche per prevenire le cause di morte di elefanti, rinoceronti e giraffe combattendo il bracconaggio, preservando gli habitat naturali e sensibilizzando le popolazioni locali alla convivenza coi pachidermi (che talvolta minacciano colture e villaggi nei pressi del parco). I veterinari intervengono spessissimo anche per salvare i piccoli avvelenati da esche, colpiti da proiettili o caduti nei pozzi artificiali.

La convivenza tra elefanti e uomini non è delle più semplici. La pressione demografica sottrae territori un tempo occupati dai pachidermi. Nel 1925 la loro diffusione era estesa all’87% della superficie dell’Africa orientale, nel 1975 si era ridotta al 27%. Il problema è destinato ad aggravarsi, perché si prevede che fra dieci anni la popolazione keniota sarà aumentata del 50 per cento, sottraendo ulteriori terre agli elefanti. E che dire delle nuove strade e ferrovie che tagliano gli habitat e le rotte di migrazione degli animali (gli elefanti possono fare 80 chilometri in un sol giorno)?

«Bisogna intervenire anche costruendo sottopassi protetti nei punti di transito, meglio di quanto fatto sinora», osservano gli operatori di Swt, che puntano il dito anche contro le micidiali trappole usate dai cacciatori per catturare le gazzelle e altri erbivori, ma che feriscono anche i piccoli elefanti.

(testo di Mario Ghirardi – foto di James Morgan/Panos/Luz)

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