Kenya – La Erin Brockovich africana porta in giudizio la fonderia che inquina

di Enrico Casale
Tempo di lettura stimato: 2 minuti

Le hanno quasi ucciso un figlio, hanno tentato di rapirla, l’hanno arrestata e l’hanno minacciata. Lei, però, la testa davanti ai prepotenti non l’ha mai piegata e, finalmente, il 19 marzo riuscirà a varcare la soglia di un tribunale.

La storia di Phyllis Omido inizia nel 2007 quando le offrono un lavoro come impiegata in una fonderia nello slum di Owino Uhuru, a Mombasa. Un buon impiego, sembrava allora, tanto più che Phyllis è una mamma single e quel posto le serve. Ma quando l’anno successivo suo figlio di due anni e mezzo King David si ammala, la vita della donna si spezza. «Piangeva, aveva sempre la febbre, io ero disperata perché non capivo cosa gli stesse capitando», racconterà.

Le analisi del sangue rivelano che il bambino ha un livello di piombo nel sangue di 17 microgrammi, un valore 35 volte superiore ai parametri indicati dall’Organizzazione mondiale della Sanità. L’avvelenamento ha avuto luogo durante l’allattamento, nonostante la madre non abbia mai lavorato a contatto con sostanze tossiche.

King David rischia danni neurologici e potrebbe morire. Viene ricoverato e curato. Phillys presenta il conto delle spese mediche di 1.500 sterline (1.600 euro) al suo datore di lavoro. La Metal Refineries EPZ Ltd, proprietaria dell’impianto, si offre di pagare in cambio del suo silenzio. Ma lei non ci sta. «Avevo il dovere di avvisare i miei colleghi». Così si licenzia e mette in guardia gli altri.

Phillys prova a denunciare l’accaduto, organizza manifestazioni e sit in. Viene arrestata. Ma fermarsi non è un’opzione. Ad essersi ammalati non sono solo i dipendenti dell’impianto ma anche i residenti della zona che usano il fiume dello slum per lavare i vestiti e per cucinare. «Le donne avevano aborti, i bambini piaghe strane, acqua e aria erano contaminate».

Una sera qualcuno tenta di rapire lei e King David davanti a casa. «Ci siamo salvati solo perché è arrivata una macchina», racconterà all’Independent. Nonostante le minacce, Phyllis tira dritto fino al 2013, quando l’impianto viene chiuso. Ma per la donna la battaglia non è finita. Troppe persone sono morte e nessuno ha ricevuto un centesimo di risarcimento. Così fonda il Center for Justice, Governance and Environmental Action, una ong diventata ormai celebre in tutta l’Africa per le sue lotte. Ottiene il sostegno di Human Rights Watch. Per tutti Phyllis diventa la Erin Brockovich d’Africa. Nel 2015 vince il Goldman Prize, attribuito anche a Bertha Cáceres, l’attivista honduregna uccisa nel marzo 2016.

Oggi Phyllis è ancora viva, e ha cambiato casa più volte. «Ogni volta che torno nello slum non abbraccio mio figlio finché non mi sono lavata da capo a piedi». Il 19 marzo sarà un giorno importante per lei e per chi crede nella giustizia perché finalmente le vittime andranno in tribunale a testimoniare contro la Metal Refineries EPZ Ltd, una seconda società e il governo. Obiettivo, 11,5 milioni di sterline (12 milioni di euro circa) per risarcire 3.000 persone. «Una class action storica al di là della cifra», l’ha definita il Guardian. E chissà che Phyllis Omido non riesca a vincere contro i prepotenti proprio come Erin Brockovich.

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