Il nomade del rock

di Diego Fiore
Bombino
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Bombino, musicista tuareg cresciuto tra le sabbie irrequiete del Sahara, è diventato una star internazionale. In questa intervista si confessa: dalla prima chitarra proibita alle fughe precipitose tra le dune, fino alla scoperta di Jimi Hendrix

Classe 1980, nato e cresciuto in Niger (nella città di Agadez, estremo sud del Sahara), Goumar Almoctar, in arte Bombino, è un membro dei Tuareg Ifoghas, tribù nomade che discende dai berberi del Nord Africa. Anche ora che è una star internazionale per le sue canzoni usa il tamasheq, la lingua tuareg. «È l’unica in cui so cantare – ci confessa –. Ho imparato a nove anni, su una chitarra che dei cugini avevano dimenticato a casa dei miei genitori. Era proibito toccarla, ero costretto a usarla di nascosto e avevo il terrore di rompere una corda. La prima chitarra tutta mia me la regalò uno zio pittore, che andava e veniva da Parigi. A undici anni divenni Bombino, che sta per bambino: mi soprannominarono così perché suonavo con gente che aveva tre volte la mia età».

Un lungo esilio

La sua storia personale attraversa i diversi movimenti di liberazione dei Tuareg, un popolo che ha sempre lottato contro il governo del Niger per difendere i propri diritti.

«Sono scappato da Agadez tre volte. La prima nel 1990, quando ci fu la prima rivolta tuareg e mi rifugiai in Algeria. La seconda da adolescente: attraversai da solo il Sahara e andai dai cugini in Libia, senza chiedere il permesso ai miei. La terza nel 2007, quando la chitarra tuareg fu proibita perché simbolo della seconda ribellione. Ma sono sempre tornato a casa. Ora, quando non sono in tournée, vivo a Niamey, la capitale, con mia moglie, le mie figlie e la mia famiglia».

In Niger non c’è mai stata una guerra convenzionale, ma – come accade in molti altri Paesi africani – i motivi di tensione sono molti e i cosiddetti conflitti a bassa intensità coinvolgono la popolazione. «Quando ero ragazzo il turismo era un affare importante per molti, dalle nostre parti, io stesso vi ho lavorato per un periodo. Ora non più. La mia generazione vanta un tasso di disoccupazione altissimo, prossimo al 90 per cento. Si riesce ancora a lavorare un poco con il commercio interno, ma non con quello estero, a causa della mancanza di strade e di infrastrutture».

Fu nel corso di quegli esili che Bombino si avvicinò alla musica. Lavorò come musicista e, contemporaneamente, come pastore nel deserto vicino a Tripoli, trascorrendo molte ore da solo: guardava gli animali e suonava la chitarra. Ed è durante l’esilio in Algeria e in Libia che con i suoi coetanei scoprì i video di Jimi Hendrix e di Mark Knopfler, di cui cercò subito di imitare il tocco.

La magia del deserto

Tornato in Niger, ha iniziato a suonare con band locali. «Essere profugo nei primi anni della mia vita è stato molto doloroso ed estremamente difficile. Mi considero però fortunato perché non ero solo, ma con la mia famiglia. Sfruttavamo quella condizione per farci coraggio l’uno con l’altro. Sicuramente in quei momenti il maggiore aiuto me lo ha dato la musica, è lei che mi ha salvato. Praticamente ho vissuto l’infanzia facendo musica, senza però mai imparare a leggerla. Mi sono accorto che non è obbligatorio farlo, basta la voglia e la pazienza di esercitarsi. E poi in Africa andiamo a orecchio… Il deserto è il miglior posto dove suonare e imparare la musica. C’è così tanto spazio. E c’è anche tanto tempo. Girando il mondo mi sono accorto che da voi il tempo non c’è mai. Nel deserto invece la gente può sentirsi più serena. Ognuno prende il proprio tempo. Se fa caldo si cerca un posto dove fa meno caldo, e va tutto bene. Tutto è molto semplice e naturale. Anche l’acustica è ottima: non c’è nemmeno bisogno di un amplificatore, è tutto perfetto. Il deserto, le sue notti, le stelle e il silenzio profondo mentre tutto dorme. È la perfezione».

«Probabilmente – riprende Goumar – è anche per questo che la musica è una parte molto importante dell’identità tuareg. Ascoltare la musica tradizionale e imparare le nostre canzoni per noi è come andare a scuola. La nostra storia e la nostra cultura sono preservate grazie alla nostra musica. È anche il modo in cui ci divertiamo ai matrimoni e alle cerimonie per i bambini, e in tutti gli eventi pubblici. Se il popolo tuareg fosse solo un corpo, la musica sarebbe il sangue che fluisce in esso e gli dà movimento e vita».

Fino in Siberia

Centinaia i concerti, in ogni angolo del mondo. «Ho suonato in Algeria e in Marocco, ma anche in Itali» (le foto del servizio si riferiscono al concerto della scorsa estate a Fiorenzuola d’Arda, che ha chiuso in bellezza il festival “Dal Mississippi al Po”) e Portogallo, negli Stati Uniti, in Australia e in Corea. Mi sono esibito persino in Siberia. È stato il viaggio più lungo, per certi versi mi è parso ancora più lungo di quello per raggiungere l’Australia. I siberiani hanno apprezzato molto il fatto che fossi arrivato così da lontano per suonare soltanto per loro. Da non credere».

E per certi versi ha dell’incredibile che sul palco di Bombino siano saliti decine di musicisti del Nord del mondo: Robert Plant, Keith Richards, Dan Auerbach dei The Black Keys, ma anche gli italiani Jovanotti e Vasco Brondi. Tutti affascinati dal suo contagioso desert-blues, un incredibile equilibrio tra musica tradizionale del Niger, blues, psichedelia, folk, funky ipnotico e amabile reggae. Una musica che si nutre di incontri tra culture diverse, senza mai dimenticare l’essenza del sound tuareg.

Come ha scritto Mike Rubin sul New York Times, «la sua musica rispecchia il deserto: la pirotecnica della chitarra del suo spettacolo dal vivo rende omaggio alle potenti tempeste del Sahara e il ritmo acuto di molte delle sue canzoni fa eco allo strano metro di andatura di un cammello».

(testo di Claudio Agostoni – foto di Marco Garofalo)

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