Il baobab è ammalato

di Diego Fiore
Baobab
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È un vero e proprio monumento della natura. Simbolo di longevità e solidità, utile per molteplici scopi, in Madagascar è oggetto di una vera e propria venerazione popolare. Ma proprio qui sta emergendo la sua vulnerabilità di fronte a cambiamenti climatici e deforestazione

Il baobab sta male. Gli esperti asseriscono che sta soffrendo e si sta trasformando in un genere di piante a rischio. Negli ultimi quindici anni, otto dei tredici baobab più vecchi, tra cui cinque dei sei più imponenti, hanno subìto un collasso, parziale o completo, che li ha fatti crollare al suolo e morire. Si trovavano in Zimbabwe, Namibia, Sudafrica, Botswana e Zambia, e avevano più di mille anni, come ha annunciato uno studio dell’Università Babeş-Bolyai della Romania, che l’anno scorso ha lanciato l’allarme dalle pagine di Nature Plants.

Tra gli esemplari ultramillenari scomparsi c’erano veri e propri simboli del continente, come il sudafricano Sunland, che era largo oltre 45 metri e che custodiva due cavità connesse tra loro in cui era stato ricavato un pub; il baobab sacro di Panke in Zimbabwe, di un’età stimata di oltre 2500 anni; il Grootboom in Namibia e il Chapman in Botswana.

Una notizia che fa male. Il baobab è una pianta unica, simbolo della natura africana e considerato albero della vita. In grado com’è di offrire cibo e riparo, è amato, rispettato e anche oggetto di culto. È diffuso nell’Africa subsahariana continentale; in Madagascar è una vera icona. Nell’isola è simbolo tanto dell’incredibile biodiversità endemica come della cultura del suo popolo, per via dello stretto rapporto simbiotico e spirituale che i malgasci hanno intrecciato con il baobab. Un aspetto non casuale, se si pensa che, oltre alla specie più conosciuta e ampiamente diffusa nel continente (Adansonia digitata) e all’unica non africana, che cresce nell’Australia nord-occidentale, ben sei delle otto esistenti al mondo sono endemiche dell’Isola Rossa.

Livello «critico»

Qui è chiamato renala, o reniala, che significa “madre della foresta”, e l’unicità delle sue specie e del contesto in cui vivono attira turisti da tutto il mondo. I baobab malgasci più fotografati sono i giganteschi Adansonia grandidieri di circa 800 anni che si ergono come colonne lisce e rossastre alte 30 metri sulla Avenue des Baobabs vicino a Morondava, una cittadina dove nel mese di luglio si tiene anche una festa tradizionale in loro onore. Nella regione sud-occidentale si può visitare il parco dei baobab di Tsimanampetsotsa e ammirare il più vecchio baobab del Madagascar, dell’età stimata di 1600 anni.

Le sei specie presenti sull’isola vivono però in areali sempre più ristretti a causa della deforestazione e dei cambiamenti climatici. Di queste, tre sono state inserite dall’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn) nella lista rossa delle specie viventi minacciate, e di recente riclassificate nel livello «critico». Si tratta della già citata Adansonia grandidieri e delle rare Adansonia perrieri e Adansonia suarezensis. La perrieri, considerata uno degli alberi più rari al mondo, è minacciata perché il suo habitat, rappresentato dalle foreste pluviali, è interessato da massicce pratiche di disboscamento. Gli esemplari rimasti occupano un ecosistema particolare sulle sponde riparate di piccoli corsi d’acqua che scendono dalle Montagne d’Ambra nel Nord dell’isola.

Per quanto riguarda la suarezensis, le maggiori minacce vengono da funghi neri, animali parassiti e siccità. I pochi esemplari ancora in vita sono localizzati nei dintorni di Antsiranana e tra le riserve di Ankarana e Analamera.
A peggiorare le cose c’è la graduale scomparsa degli animali che normalmente si occupano dell’impollinazione e del trasporto dei semi.

Campione di adattamento

Ma come sono fatti questi protagonisti del paesaggio africano? Una leggenda comune a tutto il continente vuole che gli dei, invidiosi della loro bellezza e apparente superbia, abbiano tentato di offuscarla mettendoli a testa in giù, con le radici all’aria. Il baobab ha infatti una forma molto singolare, con tronchi spessi e rami radi. Può raggiungere normalmente i 20-25 metri d’altezza, con un diametro di 11-15 metri, con eccezioni “in crescere”. Di dimensioni più modeste (4-5 metri d’altezza) è l’Adansonia rubrostipa, una delle specie malgasce, che preferisce i suoli sabbiosi e viene detta anche “baobab bottiglia”.

In generale il baobab cresce in condizioni molto difficili, nelle foreste decidue secche, nei deserti e nelle savane, sapendo ben adattarsi all’ambiente: la sua chioma, sotto cui cercano sovente riparo elefanti e altri animali, è rigogliosa nella breve stagione delle piogge e nuda in quello secco per ridurre la necessità d’acqua; ha un sistema di radici sviluppato per raggiungere in profondità il sottosuolo umido; e la spessa corteccia lo protegge dagli incendi. I suoi fiori bianchi, che sono ermafroditi e impollinati da insetti e altri animali, hanno la forma di una grossa mano, fioriscono al tramonto e rimangono dischiusi fino all’alba. Da un punto di vista scientifico, il baobab è una pianta davvero completa.

Incredibilmente longevo, dà i primi frutti dopo circa 15 anni e raggiunge la piena maturità dopo 200, potendo forse superare la veneranda età di 2000 anni. Il “forse” è giustificato dalla difficoltà di stabilirne con precisione l’età, poiché è necessario ricorrere all’esame del carbonio-14, non avendo il suo tronco i caratteristici anelli degli altri alberi bensì una parte interna morbida quasi spugnosa che, se intaccata o rimossa, ricostruisce la propria corteccia identicamente a quella esterna. Questa caratteristica rende possibile scavare il tronco creando ambienti in cui si può accumulare l’acqua piovana nel tempo delle piogge per essere attinta nel periodo secco.

Del baobab non si butta niente
Tale tecnica è particolarmente sfruttata nelle zone più aride del Madagascar, in particolare l’altopiano di Mahafaly, nel sud-ovest dell’isola. Si tratta di un’immensa pianura calcarea priva di ogni risorsa idrica che non sia la pioggia. Qui, attorno alla cittadina di Ampotaka, vivono ventimila abitanti di etnia Mahafaly e Antandroy che vivono di allevamento e hanno un rapporto speciale con i baobab, che trasformano in vere e proprie cisterne. La scelta dell’albero è oggetto di cerimonia religiosa alla quale tutto il villaggio interviene, e alle operazioni di “scavo” del tronco viene riservata particolare, rispettosa cura.

La profonda relazione fra l’uomo e la pianta, riscontrabile in tutto il continente e ancor più nella Grande Isola, è giustificata dall’utilizzo totale che le comunità fanno dei baobab, che non si limita alla loro trasformazione in serbatoi d’acqua. Del baobab infatti si sfrutta praticamente tutto: il suo legno non è pregiato, ma con facilità se ne possono ricavare canoe; le fibre servono per l’intreccio di cordami; le sue larghe foglie ricche di proteine e minerali fanno parte della dieta locale; i semi, tostati, possono essere usati come spezia o per ricavarne olio.

Potere nutritivo

Ma la caratteristica più interessante riguarda le proprietà nutritive della polpa che riveste i semi e che si disidrata naturalmente dopo la maturazione; viene quindi ridotta in polvere con un alto contenuto di vitamine C e B1, fosforo, magnesio e calcio nonché un alto potere antiossidante. Peculiarità che stanno rendendo particolarmente apprezzato questo prodotto dai consumatori occidentali amanti dei cosiddetti superfood. Sono sempre più numerose le cooperative di agricoltori africani che vendono ai fornitori occidentali la polpa, rivenduta poi a caro prezzo nei negozi biologici o su internet.

C’è chi si preoccupa che la crescente domanda del mercato internazionale possa indebolire una pianta già pesantemente colpita. È però difficile che ciò accada, sia per il ciclo di maturazione del baobab, lunghissimo, sia perché il legame tra l’uomo e la pianta, in particolar modo in Madagascar, non si limita all’utilizzo tangibile o commerciale, ma conserva un ruolo simbolico centrale nella vita delle comunità, tale da penetrarne anche la sfera spirituale: è spesso identificato come divinità e dimora degli spiriti degli antenati, o luogo di culto.

La sua importanza va dunque oltre la sua valenza materiale e naturalistica, ed è il suo valore affettivo e sacrale che rende angosciante la notizia della scomparsa di esemplari millenari.

Vittima del clima?

Statisticamente parlando, è praticamente impossibile che un tale numero di grossi e vecchi baobab così distanti tra loro muoia in così poco tempo per cause naturali dopo aver resistito per secoli. Le conclusioni dello studio della Babeş-Bolyai suggeriscono di ricercare le cause nel cambiamento climatico: un aumento di temperatura con conseguente impoverimento dei suoli. Questi giganti vegetali hanno resistito ad ogni condizione climatica per secoli, ma proprio la vecchiaia li esporrebbe più facilmente agli effetti di quanto sta avvenendo nel nostro pianeta.

Benché i dati raccolti non siano per ora sufficienti, il fenomeno è allarmante: secondo gli studiosi, altri baobab maturi starebbero morendo a un ritmo accelerato in tutta l’Africa australe. La conferma del legame tra cambiamento del clima e mortalità di questi giganti millenari potrà dunque venire solo da ulteriori studi; ma già un’altra ricerca, condotta nel 2013 e pubblicata su Biological Conservation, anticipava che il surriscaldamento globale sarebbe stato micidiale per almeno due delle tre specie di baobab malgasce.

Ma il governo di Antananarivo non ha sinora adottato le opportune misure di preservazione. E sarebbe necessario il saggio supporto di tutta la comunità internazionale perché la saggezza, come si dice in Africa, è come il baobab: una sola persona, a braccia aperte, non può stringerne il tronco.

(testo di Marco Simoncelli – foto di Pascal Maitre/Panos/Luz)

 

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