Giornata della memoria, la strana discriminazione degli ebrei delle colonie in Africa

di Enrico Casale
ebreo

di Enrico Casale
Il 27 gennaio si celebra la Giornata della memoria in ricordo delle vittime della Shoah. Il 2018 è un anno particolare perché in Italia ricorre l’80° anniversario della promulgazione delle leggi razziali che, di fatto, espulsero gli ebrei dalla vita politica, sociale ed economica del nostro Paese. Se molto si è detto e scritto sulle comunità ebraiche italiane e, in particolare, di quella di Roma che subì un durissimo colpo da parte dei tedeschi e dei loro alleati fascisti, poco si sa degli ebrei nelle colonie italiane.

Nei nostri territori d’oltremare esisteva una presenza ebraica consolidata. Con la promulgazione del le leggi razziali, anticipate dal «Manifesto della razza» del 1938, veniva stabilito che gli ebrei delle colonie venissero privati delle «loro le posizioni acquisite in assoluta sproporzione con la loro entità numerica, ponendoli e tenendoli in un piano razziale  inferiore».

In Libia, gli ebrei erano diverse migliaia.  Solo a Tripoli erano almeno 15mila  di  cui  forse  mille  di  origine italiana.  Erano  mercanti  e imprenditori che  figuravano  soprattutto nell’élite  locale  ma non sol tanto. Ce n’erano di provenienza italiana, francese, spagnola. Vive vano nelle  città  ma i più poveri, i  «trogloditi della  montagna», campavano di agricoltura e piccoli  commerci  in uno stato di povertà. La discriminazione razziale non fece però distinzione e l’amministrazione coloniale procedette all’internamento nel campo di concentramento  a  Giado, nel  Gebel  tripolitano,  di 2.597  «unità». «Ci dissero – hanno raccontato i superstiti – che ci avrebbero ucciso tutti. L’ordine era arrivato dall’alto». In realtà, i fascisti e non riuscirono a eliminarli tutti. Si stima, però, che nel campo morirono almeno 600 persone: uomini, donne e tanti bambini. Molti altri passarono il mare perché Giado era solo un avamposto nella macchina dello sterminio. Furono trasferiti in Italia e da lì a Bergen-Belsen «una delle anticamere del la soluzione finale».

Andò molto meglio agli ebrei dell’Eritrea. Qui esisteva una comunità che si era formata negli ultimi due decenni dell’Ottocento, quando un certo numero di sefarditi  provenienti dalla penisola araba e in particolare dallo Yemen e dal possedimento britannico di Aden, vi giunsero, attirati dalle prospettive di crescita economica legata all’impresa coloniale italiana. Fra essi, molti erano agricoltori, artigiani, in particolare orafi, e commercianti, questi ultimi stabilirono importanti rapporti di import-export con l’Italia. La piccola e operosa comunità si accrebbe nella seconda metà degli anni Trenta, quando proprio le leggi razziali promulgate in Italia costrinsero molti ebrei a fuggire e a trovare rifugio nelle colonie. In Eritrea, in effetti, le legge razziali furono applicate in modo blando. I dipendenti pubblici persero il posto di lavoro e i ragazzi vennero espulsi dalle scuole. Non si registrarono invece gravi atti di violenza. Nel 1941, gli inglesi rimasero stupiti della loro presenza e del fatto che fossero così bene inseriti nel contesto sociale locale.

Il fascismo trattò invece con i guanti bianchi gli ebrei etiopi. Antichissima comunità, presente da secoli in Etiopia, i beta israel tardarono a essere riconosciuti come ebrei dalla comunità ebraica mondiale. Il loro ebraismo aveva infatti tratti arcaici e ignorava del tutto gli insegnamenti del Talmud. La loro diversità religiosa e il loro orgoglioso professarsi ebrei li aveva però messi sempre in contrasto con l’autorità dei negus, della Chiesa ortodossa etiope e del mondo musulmano. Proprio questa loro diversità e questa inimicizia con le autorità imperiali, tornò utile al fascismo. «Gli ebrei sono nemici del negus? Allora sono amici dell’Italia», ragionavano i gerarchi. Così Benito Mussolini, lo stesso Benito Mussolini che nel 1938 aveva varato le leggi razziali, decise di tutelare la comunità beta israel, attraverso apposite norme, difendendola dagli abusi e dalle violenze di cui era stata oggetto nel passato.

Contraddizioni di un regime che fece del razzismo e del servilismo nei confronti dell’alleato tedesco sua caratteristiche fondanti.

Altre letture correlate:

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

X