Festa della Tabaski: a caccia del montone più bello

di Luciana De Michele
Montoni e car rapid
Tempo di lettura stimato: 7 minuti

In tutto il mondo musulmano si celebra domani la festa più importante, l’ īd-al-adhā. La festa del sacrificio, nota in Africa occidentale come Tabaski, ha come protagonista indiscusso il montone, che verrà sacrificato da ogni famiglia e sarà alla base del pranzo rituale con cui culmina la celebrazione. Reportage della festa in Senegal.

Oggi Sapori vi condurrà in Senegal per vivere insieme il momento centrale della Tabaski, la principale festività islamica che commemora il sacrificio di Abramo e che si tiene due mesi dopo la festa di fine Ramadan.  Tale celebrazione costituisce un esempio di come il cibo, in questo specifico caso rappresentato dalla carne di un ben determinato animale, possa assumere un valore rituale centrale. Durante la Tabaski, l’importanza non è soltanto posta sulla simbologia incarnata dall’ariete in sé, ma su tutto il processo e le attività che vi gravitano attorno e che coinvolgono ogni membro della famiglia (dall’uccisione dell’animale fino al suo consumo, passando per la macellazione “fai da te”); sullo scambio di questa carne tra vicini; sul momento di comunione e condivisione del piacere di mangiare, tutti insieme, un bel po’ di carne almeno una volta all’anno con famigliari, amici, vicini, conoscenti, ma anche sconosciuti, tutti benvenuti (non dimentichiamoci che nei paesi dalle economie povere il consumo di carne pro-capite è un lusso).

Invasione in città

Tabaski carrefourNelle strade, nelle piazze, sopra le terrazze, in Tv, sui cartelloni pubblicitari, ovunque: quest’anno, anche se forse ci sono un po’ meno montoni a Dakar a causa dell’emergenza da Covid-19 e il Ministero dell’Allevamento ha istituito una piattaforma digitale per la vendita on-line (al lancio di fine giugno vantava già la registrazione di 41.188 capi di bestiame), la capitale, che di solito inizia a riempirsi di montoni, quasi un mese prima della Tabaski, ha ugualmente rispettato il copione. Perché, se anche i montoni non sono arrivati quest’anno dalla Mauritania o dai Paesi confinanti,  tanti come ogni anno sono quelli trasportati dalle regioni di allevamento senegalesi. E Dakar si trasforma, una settimana prima della festa, in un gigante mercato di arieti. Gli erbivori passano così i loro ultimi giorni di vita esposti in strada in tutta la loro bellezza e dimensione; alcuni di loro, costituiscono ogni anno i premi più ambiti di ogni sorta di concorso commerciale, televisivo o telefonico. Intanto, tra i senegalesi che non hanno allevato almeno un montone durante l’anno a casa propria, si scatena la frenetica corsa all’acquisto dei montoni (e spesso, ancor prima, a quella della ricerca dei soldi per acquistarli!): ogni responsabile di famiglia dovrà comprare infatti un ariete e portarselo poi a casa…per i meno esperti anche al guinzaglio.

«Il sacrificio del montone vuole celebrare e simulare il gesto di Abramo a cui Dio aveva ordinato di immolare il figlio. All’ultimo momento, Dio ha sostituito il ragazzino con un bell’ariete inviato dal cielo, volendo giusto mettere alla prova la fede di Abramo. Per fortuna! Altrimenti ogni anno avremmo dovuto sacrificare nostro figlio…e io stesso non starei qui a parlarti a quest’ora!», scherza Pape Séck, un giovanotto della periferia di Dakar, mentre mostra fiero il suo animale dal vello color avorio. Per questo, secondo la tradizione islamica, ogni uomo maggiorenne, se ne ha i mezzi, deve provvedere all’acquisto di almeno un montone maschio. Se però non se ne ha la possibilità, potrà sacrificare una pecora, altrimenti una capra, una vacca o, infine, un pollo. «Ma in tal caso è una vergogna. Nessuno di noi di solito arriva a quel punto…piuttosto si risparmia e si stringono i denti, ma almeno un montone per famiglia dev’esserci», continua Pape. E così, nel periodo prima della festa, scatta la ricerca del montone migliore e meno caro. Le banche e le agenzie di invio e ricezione di soldi vengono prese all’assalto. Una vera e propria ossessione.

Alla fiera degli arieti

La scelta dell’animale varia tra le diverse razze: se la Laadoum è quella più pregiata e costosa, leggendariamente di origine mauritana e oggetto di dono tra politici e lottatori (il prezzo minimo oggi è di 750 euro per un agnello fino ad arrivare a qualche migliaia di euro per un adulto maschio), gli esemplari meno cari e i più diffusi sono invece i thiogal (a partire da 75 euro). «Quelli tutti bianchi e con le orecchie grandi vengono dal Mali; i nostri sono quelli bianchi e neri», mi spiega Karim Diallo. Giovane di 21 anni,  allevatore di etnia Peul. Vive a Djolof, nell’entroterra, e con i due fratelli più grandi ha percorso con 100 capi di bestiame i 200 km che separano il suo villaggio dalla capitale. E’ così che ogni anno (tranne questo) gli allevatori senegalesi Peul e Serer, ma anche maliani e nigeriani, fanno affari: se non sono loro ad arrivare a Dakar a piedi o con dei tir carichi di montoni, sono i dakaresi stessi che partono ad acquistarli direttamente nell’entroterra o oltreconfine. «Ho affittato un ndiagandiaye (i tradizionali furgoncini bianchi, ndr) a 60.000 franchi CFA (circa 90 euro), e sono partito verso un accampamento peul. Ho acquistato una trentina di capi, e ora cerco di rivenderli a minimo 100.000 Fcfa (150 euro) ciascuno per le taglie più piccole, per recuperare le spese: i trasporti, il cibo e l’acqua per gli animali, la tassa», mi spiega Babacar Sall. Tutti i proprietari di montoni devono infatti pagare il Comune che, una volta scomparse le bestie, si incarica di ripulire la strada. Il bestiame di Babacar occupa infatti una parte del marciapiede della strada. Legati a dei mattoni, gli arieti si cibano di piante di arachidi dentro grandi catini. Altri venditori, invece, hanno improvvisato recinti rudimentali e montato le loro tende Quechua, dove si riparano nel turno di guardia di notte. Fortunatamente per loro, il Ministero dell’Allevamento di solito vara il “bonus Tabaski”, rinunciando ai diritti e alle tasse sui piccoli ruminanti, oltre che una linea di credito per gli operatori del rifornimento del mercato senegalese.

Uno dei punti vendita è davanti allo Stadio Leopold Sedar Senghor, dove pastori Peul e mauri, avvolti nei loro kala (il turbante tipico dei pastori della zona), hanno improvvisato campi di bestiame e recinti: alle porte del centro di Dakar, sembra di essere dans la brousse. I clienti arrivano verso l’ora del tramonto, e iniziano le negoziazioni. «Sono riuscito a comprare un montone a 60.000 FCFA (90 euro). E’ stato difficile, quest’anno i prezzi sono più alti e ci sono meno capi», spiega un cliente. Ma quali sono le caratteristiche di un buon capo? «Deve essere sano e perfetto: niente tagli o mutilazioni, in vigore e in carne. Per capirlo, metto una mano sulla schiena dell’animale, o tendo la coda per vedere la forza della reazione», continua. I montoni più grandi e forti arrivano a costare anche 1 milione di FCFA (1.500 euro), chiaramente destinati ai politici. Ad acquistarli invece a cifre tra i 100 e i 500.000 FCFA (tra i 154 e i 750 euro), sono i ricchi lottatori, le star dello sport tradizionale più amato dai senegalesi. Che, oltre che per la propria famiglia, offrono montoni ad amici e colleghi. Fino a pochi anni fa, a riuscire a vendere i capi a prezzi così elevati erano soprattutto i proprietari dei montoni che partecipavano al concorso del programma televisivo Khar bii (che significa “montone” in wolof), che debuttava sul canale privato 2STV con l’obiettivo di eleggere il più bel montone del Senegal, girando tra le diverse banlieue di Dakar. oggi la trasmissione in voga è Gett bi (“gregge”), durante la quale il partecipante di turno presenta il proprio montone…in tutta la sua bellezza. I criteri? Il portamento generale dell’animale, la qualità e il colore del vello, la dimensione, le misure delle parti del corpo, l’aspetto dei corni…fino ad arrivare perfino alla verifica della simmetria dei testicoli.

Il giorno della festa

Pubblicità tabaskiLa giornata inizia con la preghiera delle due Rakkas (“genuflessioni”), verso le 9 del mattino: uomini e bambini, ben abbigliati nella loro tunica tradizionale bianca o di diversi colori (bubu) e con il tappetino della preghiera in mano, accorrono nelle varie moschee del proprio quartiere. Una volta rientrati, si appresteranno a eseguire il rito centrale della Tabaski. Di fronte ad ogni casa, un gruppetto di uomini scava una fossa (le vie di alcuni quartieri sono sabbiosi) e si affaccenda intorno a un montone: mentre uno o due persone lo tengono fermo, il padre di famiglia o il figlio  procede al sacrificio secondo il rito islamico, bisbigliando «Bismillahi, Allahou Akbar» («In nome di Dio, Dio è grande»). Gli anziani del quartiere girano di casa in casa a eseguire il sacrificio al posto di coloro che non se la sentono. Una volta che il sangue è totalmente colato nella buca sottostante, l’animale viene lavato e trasportato in casa. Poi, mentre le donne iniziano a sbucciare le patate e le cipolle con cui verrà preparato il montone, tutti gli uomini della casa partecipano alle operazioni di scuoiamento e macellazione. Finita l’operazione, si prendono alcuni pezzi di carne e li si porta ai vicini che, se musulmani, ricambieranno il gesto. Se invece facenti parte della minoranza cristiana che vive nel Paese, accetteranno di buon grado il dono in nome delle buone relazioni tra le due comunità religiose, e ricambieranno poi durante la festa di Pasqua; alcuni di loro saranno poi invitati a mangiare e passare la giornata da amici e colleghi musulmani. A questo punto, alcune donne procedono alla preparazione del pranzo, mentre altre si dedicano a grigliare alcuni pezzetti di fegato e magari di carne ( i testicoli sono riservati ai bambini che ne vanno ghiotti) da degustare subito, come vuole la tradizione. Come succede in Italia con il maiale, anche del montone non si butta via niente: dell’animale resteranno solo le corna e la pelle. Se i primi vengono sepolti nella buca insieme agli altri scarti della macellazione, la seconda può essere venduta: soprattutto nei quartieri periferici, c’è chi può decidere di fare il giro delle case per recuperarle e poi farne il piccolo business giornaliero.

Piatti e commensalità

La parte invece macellata che non verrà consumata subito o donata, viene in parte divisa tra i membri della famiglia che la griglieranno nei giorni seguenti con chi desidereranno. Il resto, verrà conservato per essere preparato in diverse occasioni. Con la testa, ci si potrà preparare una specie di zuppa accompagnata dal cere, (il cous-cous senegalese, scuro poiché a base di miglio), che potrà a sua volta essere accompagnato dai laxas, degli involtini preparati dalle donne al momento della macellazione con gli intestini dell’animale. Il piatto invece della festa sarà anche esteticamente bello e “colorato”: la carne dell’animale, opportunamente cotta, sarà accompagnata da cipolle, patate fritte, senape, eventualmente arricchita da qualche foglia di insalata, olive e qualche sottaceto. Una volta pronto il pranzo, tutta la famiglia si riunisce intorno a due grandi piatti (uno per le donne e l’altra per gli uomini) e si consuma il pasto…che continuerà per quasi tutta la giornata, essendo tutti invitati a mangiare di nuovo in ogni casa in cui si entrerà per scambiarsi gli auguri.

(testo e foto di Luciana De Michele)

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