Etiopia | Uno scrittore ai tempi del Nobel Abiy

di Enrico Casale
Abiy Ahmed
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Si svolge oggi la cerimonia di consegna del Premio Nobel della Pace ad Oslo. Abiy Ahmed, il primo ministro in carica in Etiopia dall’aprile 2018, ritirerà il prestigioso premio assegnatogli dal comitato all’inizio di ottobre di quest’anno. Proprio della fine di ottobre sono le proteste scoppiate a pochi chilometri dalla capitale che hanno causato 86 vittime. Per comprendere la situazione del Paese abbiamo intervistato Befekadu Hailu, lo scrittore che proprio in concomitanza con l’assegnazione del premio Nobel è stato nominato al Pen Pinter Prize come International Writer of Courage, premio vinto da Roberto Saviano nel 2011.

Che cosa è successo alla fine di ottobre in Etiopia? Come si sono scatenate le proteste che hanno causato la morte di decine di civili?
Jawar Mohammed, un attivista di spicco di etnia oromo che critica la leadership del primo ministro Abiy, ha annunciato su Facebook che i funzionari di sicurezza hanno cercato di ritirare la scorta a lui assegnata dal governo. Ha anche dichiarato, sempre su Facebook, che questo lo esporrà a un attacco di massa da parte dei suoi nemici. I suoi sostenitori hanno protestato e si sono scontrati violentemente con le altre etnie non-oromo, nell’area in cui la prevalenza della popolazione è oromo, causando la morte di oltre 80 persone. Hanno inoltre causato lesioni a molti civili e distruzioni di proprietà. Le proteste sono sfociate in attacchi a chiese e moschee.

Il governo del Premio Nobel per la Pace Abiy Ahmed come ha reagito alla rivolta? Ha represso le proteste nel sangue avvalendosi dell’esercito o comunque della forza?
Assolutamente no, non lo ha fatto.

Qual è il numero di morti negli scontri alla fine di ottobre secondo le fonti ufficiali locali?
Il governo federale ha detto 86 persone.

Qual è il ruolo di Facebook nella politica in Etiopia? E come riesce il governo a sostenere la nuova libertà di espressione dei cittadini?
Facebook è utilizzato per impostare l’agenda di attivisti e politici. Alcuni personaggi popolari lo usano anche per mobilitare i sostenitori. Tuttavia, i discorsi di odio e la disinformazione sono mezzi per mobilitare non solo il sostegno, ma alimentano anche l’hate speech tra le etnie. Questo è stato un fattore di confusione all’interno del Paese. È fuorviante poiché il Paese ha pochi media autorevoli per il fact-checking e manca società civile che si occupi dell’alfabetizzazione mediatica. Nel tentativo di risolvere questo problema, il governo ha proposto in modo inappropriato discorsi contro l’odio e leggi contro le fake news. Vedremo presto il risultato.

Come pensa che Abiy Ahmed stia gestendo la situazione in questo periodo di tensioni etniche dilaganti? Quali sono i punti deboli della sua governance?
Finora il governo di Abiy Ahmed non è riuscito a prevenire gli scontri violenti che avvengono tra le etnie prima che accadessero, non è riuscito a contenerli prima che dilagassero in altre aree nel momento in cui si sono verificati, non è riuscito a catturare e incriminare i responsabili. Ciò ha creato un senso di insicurezza per molti.

Il governo di Abiy Ahmed ha ancora il sostegno della popolazione inizialmente così entusiasta oppure gli etiopi si stanno ricredendo?
La società etiope è politicamente (ed etnicamente) divisa come molti altri Paesi. Ci sono molte persone che sostengono l’amministrazione di Abiy e molte che si oppongono. All’inizio della sua ascesa al potere, Abiy ha avuto il più forte sostegno mai visto nella storia più vicina dell’Etiopia. Ma questo è in rapido declino poiché le aspettative della gente non sono realistiche. C’è poi una parte della società civile che chiede a gran voce sicurezza e posti di lavoro. Lui attualmente non riesce a offrire né l’uno né l’altro.

La guerra con l’Eritrea è finita, ma il Premio Nobel per la Pace non è stato vinto da Asmara, che sembra essersi tirata indietro per quanto riguarda i diritti dei suoi cittadini. Qual è la relazione tra il governo etiope e Asmara oggi?
L’accordo di pace tra i due Paesi ha rappresentato un sollievo per molte famiglie di entrambe le nazionalità, tuttavia il regime in Eritrea non è cambiato. Per questo motivo non possiamo dare per scontato l’accordo di pace. Comunque nel complesso è stato un evento positivo per gli eritrei perché il presidente Isaias Afewerki, che finora ha utilizzato la scusa della guerra contro l’Etiopia per sospendere la Costituzione ed evitare le nuove elezioni, ora non ha più giustificazioni.

I due Paesi si sono riuniti o sono ancora divisi? E che cosa li lega?
Asmara e Addis Abeba in questo momento sono legati insieme da un nemico comune, cioè il partito al potere nel Tigray (Tplf).
Il Tplf è il partito dei tigrini che ha governato l’Etiopia per trent’anni reprimendo ogni manifestazione di libertà della popolazione e dei media al punto da incarcerare migliaia di oppositori politici. Abiy Ahmed recentemente ha formato un nuovo partito, il Prosperity Party (PP), proprio con l’intento di escludere il Tplf e quei politici che hanno governato in modo autoritario il Paese. Da quando si è insediato ha liberato oltre 13mila prigionieri politici accusati di terrorismo dal precedente governo. Befekadu Hailu prima del 2018 è stato incarcerato quattro volte come attivista del gruppo di blogger Zone 9 e si è contraddistinto per l’impegno nell’ambito dei diritti umani.

Come sono gli istituti detentivi in Etiopia e qual è il trattamento rivolto ai prigionieri politici?
La tipica prigione etiope è congestionata da persone, sporca e senza finestre. Nella prigione di Maekelawi ad Addis Abeba ho vissuto la peggiore esperienza. Vi sono stato detenuto nel 2014. Nei miei tre mesi di incarcerazione ho subito torture come tanti altri detenuti.

Oggi la situazione è cambiata?
La mia vita è cambiata in meglio. Adesso c’è sicuramente speranza di democratizzazione in Etiopia. Questo non significa che non ci siano nuove preoccupazioni e sfide. Probabilmente, la democratizzazione dell’Etiopia richiederà molto tempo, ma il futuro non sarà certamente così cupo come lo è stato il passato prima di due anni fa.

(Laura Ghiandoni)

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