Etiopia, escono dall’ambasciata italiana dopo 30 anni

di Marco Trovato
Tempo di lettura stimato: 4 minuti

L’incredibile storia di due ex gerarchi del regime del colonnello Menghistu, condannati a morte nel 1991 con l’accusa di genocidio, rifugiatisi per trent’anni nell’ambasciata italiana di Addis Abeba. Liberati ieri dopo la revoca della pena capitale da parte delle autorità etiopiche.

“E’ una vittoria di principio. Il principio, sancito nella nostra Costituzione, di contrarietà alla pena di morte e sulla base del quale non abbiamo consegnato dei prigionieri che avrebbero rischiato di vedersi comminata la pena di morte”: così Giuseppe Mistretta, direttore Africa Sub-Sahariana al ministero degli Affari Esteri ed ex-ambasciatore in Etiopia per anni, ha commentato la notizia del rilascio sulla parola di Berhanu Bayeh, ex ministro degli Esteri, e Addis Tedla, ex capo di Stato Maggiore, durante il regime del Derg entrambi giudicati colpevoli di genocidio dalla giustizia etiopica.

Bayeh, ministro degli esteri etiopico dal 1986 al 1989, e Tedla, capo di Stato Maggiore dall’89 fino alla caduta del colonnello Menghistu, nel 1991, oggi hanno rispettivamente 83 e 74 anni. I due hanno trascorso quasi trent’anni nella nostra ambasciata ad Addis Abeba, nella quale si erano rifugiati, insieme ad altri connazionali, il giorno prima che l’avventura di Menghistu si concludesse.

Giudicati colpevoli di genocidio e condannati a morte per il loro ruolo nelle uccisioni di massa degli oppositori al regime del Derg, sono stati protetti dalla nostra ambasciata per tutto questo tempo, in quella che è considerata la più lunga vicenda di asilo diplomatico della storia mondiale. La loro storia è stata raccontata in un libro «i noti ospiti» scritto proprio da Giuseppe Mistretta e dal suo collega diplomatico Giuliano Fragnito (editore Greco & Greco), che grazie ai colloqui con i due diretti interessati ne hanno ricostruito la storia, così come hanno ricostruito 30 anni di tensioni e azioni diplomatiche e politiche. Una vicenda incredibile quella dei “noti ospiti” – l’appellativo con cui ci si riferiva a Baye e Tedla nelle comunicazioni ufficiali tra Roma e l’Ambasciata di Addis Abeba – con rarissimi precedenti a livello internazionale e quasi sconosciuta al pubblico, nonostante contenga tutti gli ingredienti per un grande film. 

La sede dell’ambasciata italiana di Addis Abeba, per trent’anni prigione dorata dei due ex gerarchi del regime di Menghistu

Il caso dei “noti ospiti” etiopici deve essere considerato quasi un caso scuola per chi si occupa di diritti umani. La scelta dell’Italia infatti è quella di difendere quei diritti e un principio umanitario di fronte a tutto e nonostante tutto. Sarebbe troppo limitante  focalizzarsi sulla vicenda specifica, che sembrerebbe voler coprire dei colpevoli. Ma non vi sono coperture di convenienza in grado di durare 30 anni. A valere in questa storia è stato il principio generale. È infatti sin troppo facile mobilitarsi di fronte alle accuse a innocenti. “Questo principio – spiega ancora Mistretta – ha resistito a tutto per 30 anni. Ha resistito a cambi di ambasciatore, di direttori della Farnesina, di ministri degli Esteri e di governi. Questo principio ha potuto resistere anche grazie ai governi Etiopici, che su questa vicenda, non hanno mai spinto eccessivamente. E’ sempre stato un elemento critico, ma nonostante tutto non ha mai intaccato le relazioni tra i due paesi”. Nel loro libro, Mistretta e Fragnito ricostruiscono col passo dello storico anche quasi 30 anni di scambi, relazioni, tensioni, telefonate e visite tra Roma e Addis Abeba in merito alla vicenda dei “noti ospiti”. 

A sinistra, Berhanu Beyeh, 82 anni, ministro degli esteri etiope dal 1986 al 1989. A destra, Addis Tedla, 74 anni, è stato capo di stato maggiore dal 1989 fino alla caduta del regime del colonnello Menghistu nel 1991

Protetti del garantismo più totale, i due ex-funzionari del Derg giudicati responsabili di genocidio, sono rimasti per 30 anni in una sorta di arresti domiciliari all’interno del compound dell’ambasciata. Per loro qualche visita e la possibilità di passeggiare (senza scopo, né vie d’uscita) tre volte al giorno per i giardini che circondano la foresteria all’interno dell’ambasciata italiana. In quella foresteria hanno vissuto per 30 anni  in stanze separate con bagno e cucina in comune. Non è ancora chiaro quando i due lasceranno fisicamente l’Ambasciata italiana. Il rilascio sulla parola è giunto a sorpresa e fuori non c’è nessuno ad aspettarli, dato che le rispettive famiglie vivono da decenni in Canada e Stati Uniti. “Adesso inizierà una fase altrettanto delicata a quella avuta fino ad ora. I due hanno senz’altro voglia di lasciare il compound, ma non usciranno se non avranno tutele e garanzie sufficienti, magari per lasciare il paese e raggiungere le famiglie. Inizia una fase non facile” spiega Mistretta, ricordando che i due restano comunque esposti a possibili rappresaglie e vendette personali. Abbiamo chiesto all’ambasciatore Mistretta cosa gli resti di questa storia ormai al suo epilogo. “La soddisfazione di aver partecipato a questa lunga traversata. Di averla vissuta in prima persona, di aver parlato con queste persone. Siamo gli unici ad aver ricostruito questa storia. E l’abbiamo ricostruita per vedere riconosciuto il principio umanitario su tutto. E’ facile essere umanitari e garantisti con le vittime, più difficile è esserlo coi carnefici”.

(Massimo Zaurrini)

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