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Edizione del 30/03/2026

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Rivista Africa
La rivista del continente vero

Tendenze

    CONTINENTE VEROTendenze

    L’Africa che corre verso le cittĆ 

    di Tommaso Meo 14 Marzo 2026
    Scritto da Tommaso Meo

    a cura di Marco Trovato

    Metropoli che crescono a ritmi vertiginosi, slum che accolgono milioni di persone, economie informali che reggono interi Paesi. Fabrizio Floris, sociologo e docente universitario, ha osservato per trent’anni la vita negli insediamenti urbani africani. Nel suo nuovo libro analizza sfide, contraddizioni e speranze di un continente in trasformazione

    Per decenni l’immaginario sull’Africa ĆØ stato dominato da villaggi isolati e capanne nella savana. Oggi la realtĆ  ĆØ ben diversa: oltre metĆ  della popolazione vive in cittĆ , e metropoli come Lagos o Il Cairo superano i venti milioni di abitanti, il doppio della Lombardia. Ogni giorno decine di migliaia di persone abbandonano le campagne per cercare opportunitĆ  urbane. Un processo rapido e complesso, che ridisegna il futuro del continente. Ne abbiamo parlato con Fabrizio Floris, sociologo, docente universitario e autore di Urbanizzazione, economia informale e baraccopoli in Africa (FrancoAngeli 2025, pp. 216, € 32,00).

    Professore, in che cosa l’urbanizzazione africana differisce da quella vissuta altrove nel Novecento?
    Prima di tutto nei numeri. Torino negli anni Sessanta crebbe di 300.000 abitanti in dieci anni. A Nairobi o Lagos questo accade in un solo anno. La seconda differenza ĆØ la mancanza di lavoro formale: la gente si riversa in cittĆ  senza che ci siano fabbriche ad accoglierla. Deve inventarsi la propria vita urbana. CosƬ nascono gli slum: spazi precari, ma che per gli urbanisti sono paradossalmente ā€œcasi di successoā€. PerchĆ© 200.000 persone che in un anno riescono a trovare un tetto, nutrirsi e mandare i figli a scuola, senza infrastrutture e senza aiuti pubblici, restano un enigma dal punto di vista economico.

    Il ritmo resterƠ cosƬ elevato anche nei prossimi decenni?
    SƬ, almeno fino al 2050. In media le cittĆ  crescono del 2-3% l’anno, ma i quartieri periferici aumentano fino al 20%. Succede per tre motivi: migrazione dalle campagne, trasformazione di aree rurali in urbane, alta natalitĆ  interna. Ed ĆØ un errore considerare questi insediamenti un blocco omogeneo: dentro gli slum ci sono stratificazioni sociali, proprietari e affittuari, attivitĆ  redditizie e pura sopravvivenza. Non tutti sono poveri allo stesso modo: alcuni arricchiscono affittando baracche, spesso connessi a reti politiche locali, il che spiega la stabilitĆ  di questi insediamenti.

    Lei ha seguito per tre decenni Korogocho, baraccopoli di Nairobi. Che cos’è cambiato?
    Alcuni miglioramenti infrastrutturali: strade asfaltate, punti luce, scuole costruite grazie anche a fondi della cooperazione italiana. Ma i problemi restano: il diritto alla terra, anzitutto. La maggioranza vive in affitto, senza proprietĆ  nĆ© sicurezza. Negli anni Novanta c’erano 5.000 piccole attivitĆ  informali; oggi meno di 1.000. Gli interventi urbanistici hanno spesso fatto alzare gli affitti o demolito botteghe. Risultato: redditi dimezzati e crescente dipendenza da aiuti politici o ong. Un paradosso drammatico.

    L’economia informale ĆØ dunque la vera spina dorsale delle cittĆ ?
    SƬ: garantisce l’80-90% dei posti di lavoro urbani e circa il 30% del pil. ā€œInformaleā€ però non significa illegale: spesso ĆØ la legge a non riconoscere le attivitĆ , perchĆ© nascono in aree segnate come ā€œverde pubblicoā€ o non censite. Ci sono diversi livelli: chi ha subappalti collegati all’industria e chi vive di pura sussistenza, come vendere frutta o fare trasporti di fortuna. In entrambi i casi, le persone si inventano quotidianamente un modo per sopravvivere. E nella maggior parte dei casi ci riescono.

    Un ragazzino guida una canoa nel traffico mattutino di Makoko, un insediamento informale nella laguna di Lagos, in Nigeria. / LUZ

    Lo slum disgrega o rafforza le reti sociali?
    Entrambe le cose. Nei villaggi la famiglia allargata reggeva l’economia domestica. In cittĆ  la migrazione ĆØ spesso individuale, e nelle baraccopoli prevalgono donne e bambini. Ci sono esperienze di solidarietĆ , ma anche fratture profonde. La differenza cruciale ĆØ tra quartieri poveri, dove esistono diritti, e slum, dove i diritti mancano del tutto: senza titoli di terra non puoi investire sulla tua attivitĆ , costruire una casa di mattoni, mettere un’insegna. La povertĆ  ĆØ anzitutto giuridica, prima ancora che economica.

    Quante persone vivono oggi in insediamenti informali?
    Tra il 50 e il 60% della popolazione urbana africana, in alcune cittĆ  anche di più. Significa centinaia di milioni di persone. ƈ un fenomeno destinato a crescere: l’intensitĆ  della migrazione ĆØ tale che nessun governo, con risorse di 2-3 dollari pro capite per le infrastrutture, può reggere. CittĆ  da 10-20 milioni di abitanti che guadagnano 200.000 persone l’anno sono ingovernabili anche per Paesi molto più ricchi.

    PerchƩ la gente si sposta in cittƠ? Cerca nuove opportunitƠ o fugge dalle campagne?
    Per entrambi i motivi: fuga da siccitĆ , insicurezza e violenze, e attrazione per la cittĆ , dove vanno investimenti e possibilitĆ  di mobilitĆ  sociale. ƈ lo stesso meccanismo per cui in Italia si va a Milano più che in un paesino dell’Appennino. Anche se il sogno urbano spesso resta un miraggio, per molti giovani vale la pena tentare: la campagna appare immobile, la cittĆ  almeno offre una possibilitĆ  di riscatto.

    Una veduta aerea di una cittĆ .

    Nell’immaginario collettivo lo slum ĆØ solo miseria. Ma ci sono anche storie positive?
    Molte. Ricordo Doris, donna sola con nipoti orfani di aids, che bolliva il tè bruciando carta pur di evitare che i bambini andassero in discarica. O la venditrice di frutta che, rischiando la vita sulla trafficata Thika Road di Nairobi, riusciva a pagare la scuola ai figli. O ancora Michael, che ha fondato una scuola di quartiere per sottrarre i ragazzi alla raccolta dei rifiuti. Negli slum trovi disperazione, ma anche creatività, resilienza, spirito imprenditoriale. È questa la lezione più grande: la capacità di immaginare un futuro anche nei contesti più ostili.

    Come saranno le cittĆ  africane del 2050?
    Si rafforzerĆ  la polarizzazione: quartieri ā€œvetrinaā€ con investimenti, e slum spinti sempre più ai margini, vittime della speculazione. Continueranno a esistere due cittĆ : quella con diritti e quella senza. A meno che i governi non scelgano di investire davvero sul riconoscimento giuridico e sull’immaginario urbano, rischiamo di avere metropoli senza cittadini, dove i diritti restano scritti nelle costituzioni ma non sono esigibili nella vita quotidiana.

    Questo articolo ĆØ uscito sul numero 6/2025 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.

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    14 Marzo 2026 0 commentI
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