Antonella Sinopoli ▸ Non solo Chimamanda

di Pier Maria Mazzola

Mi sono detta: perché non provare a mettere giù un elenco di libri che portano la firma di una donna africana e/o afrodiscendente? Sarebbe ovviamente un elenco lunghissimo, ma provo a dare giusto qualche traccia.

Tra i migliori libri che ho letto nel corso degli ultimi mesi, la maggior parte sono stati scritti da donne. Parlo di scrittrici africane e/o della diaspora. Uno l’ho citato in questo intervento, si tratta di Lo sguardo del leone (Beneath the Lion Gaze) di Maaza Mengiste, un testo che ripercorre i grandi traumi dell’Etiopia del XX secolo. L’altro è della ghanese/nigeriana Taiye Selasi (oggi vive a Londra) Ghana Must Go – tradotto in italiano La bellezza delle cose fragili –, che tratta di legami familiari, storie di migrazioni, di dolorosi ritorni e di ciò che nel frattempo è andato perduto. E poi c’è Homegoing, di più recente pubblicazione, della ghanese – e residente negli Usa – Yaa Gyasi, in italiano come Non dimenticare chi sei. Due sorelle, due storie che cominciano in Ghana nell’epoca della tratta, nell’area di Cape Coast. Storie che prendono strade diverse fino a coprire un albero genealogico di otto generazioni e secoli di storie e Storia, passando per le fortezze dove venivano rinchiusi gli schiavi prima di essere spediti nelle Americhe, passando per le piantagioni del Mississippi, la guerra civile americana, l’età del jazz ad Harlem… Quello di Yaa Gyasi è il testo che mi ha coinvolto più di tutti.

Mi sono detta: perché non provare a mettere giù un elenco di libri che portano la firma di una donna africana e/o afrodiscendente? Sarebbe ovviamente un elenco lunghissimo, ma provo a dare giusto qualche traccia.

Tra quelli già letti cito l’ormai classico Half of a Yellow Sun (Metà di un sole giallo) dell’ormai celebre Chimamanda Ngozi Adichie. Un epico spaccato della guerra civile per l’indipendenza del Biafra e delle sue conseguenze. Della scrittrice nigeriana andrebbero citati tutti i libri, ma qui ricordo il suo esordio, che già introduceva lo spessore di Chimamanda: Purple Hibiscus (L’ibisco viola). In questo romanzo il fanatismo religioso di un padre, che regola la vita della comunità e dei membri della famiglia, finisce per essere battuto dai segreti che emergono lentamente quando la protagonista, nel bel mezzo della guerra civile nigeriana, verrà mandata a vivere in città.

Altro testo già “sperimentato” e che quindi aggiungo a questa lista è Stay with Me (da poco uscito in italiano col titolo di Resta con me), debutto della nigeriana Ayòbámi Adébáyò, dove le regole sociali e familiari imposte nel matrimonio poligamico diventano una gabbia che non lascia scampo.

Non ho ancora letto, invece, Aya de Yopougon dell’ivoriana Marguerite Abouet (in italiano, Aya di Yopougon). Yopougon è un quartiere popolare di Abidjan dove si svolgono la vita e le vicende dei due protagonisti. Attenzione, non è un libro come gli altri, ma un originale graphic novel (le illustrazioni sono di Clément Oubrerie). Insomma un fumetto, per dirlo in termini semplici (e semplicistici). Fa parte di una serie (edita da Gallimard) e sarebbe interessante possederla tutta. Ne è stato tratto anche un film di animazione, con lo stesso titolo.

Tra i classici occorre ricordare la prima pubblicazione (1977) della ghanese Ama Ata Aidoo, Our Sister Killjoy: or Reflections from a Black-eyed Squint. Era l’epoca in cui si cominciava a riflettere sull’impatto della cultura europea e sulle politiche dell’esilio. La produzione di Ama Ata Aidoo, che è stata anche ministro della Cultura nel suo Paese, è molto ampia e si svolge in decenni di attività politica, femminismo, scrittura. Aidoo ha spesso affermato che il femminismo è un’ideologia e quindi – assai prima che lo dicesse Chimamanda – anche gli uomini possono e dovrebbero essere femministi.

Una sorpresa è la 23enne maliana Upile Chisala, che ha da poco pubblicato due libri di poesia e prosa, Soft Magic e Nectar. Lei si definisce storyteller ma è molto di più: usa le parole per guarire, per dare attenzione e per celebrare la donna nera. E una novità è anche il primo romanzo di Akwaeke Emezi, scrittrice di origini igbo e tamil, Freshwater. Creativa a tutto tondo, i suoi racconti brevi sono stati pubblicati su molte riviste. Freshwater racconta la surreale esperienza di avere un io diviso.

Muovendoci in un altro Paese, citiamo Nervous Conditions di Tsitsi Dangarembga (Zimbabwe), dove si narrano, ancora da un’altra prospettiva, gli effetti del colonialismo e dove viene maturata la questione della colonized mind, mentalità acquisita e forzata da secoli di dominio straniero. Il lavoro risale al 1988 (dal 1991 in italiano come Condizioni nervose) e ha molte parti biografiche relative alla vita della protagonista in quella che allora era la Rhodesia. In agosto uscirà il suo nuovo libro, This Mournable Body, presentato come «un romanzo bruciante sugli ostacoli che affrontano le donne in Zimbabwe». Sempre con origini in Zimbabwe non si può non citare NoViolet Bulawayo, vincitrice di numerosi (e tra i più prestigiosi) premi letterari. Fra i tanti testi citiamo We Need New Names, suo romanzo d’esordio (2014). Disponibile anche in italiano: C’è bisogno di nuovi nomi.

Passando al Sudafrica e all’autrice – femminista e accademica – Pumla Dineo Gqola, consigliamo Rape: A South African Nightmare (2015). Perché? Per cercare di capire il motivo per cui questo Paese è considerato la capitale dello stupro. Un saggio, in realtà, che parte dal processo del 2006 per violenza sessuale – fu poi scagionato – a Jacob Zuma, presidente del Sudafrica dal 2009 al 2018.

È kenyota, invece, Yvonne Adhiambo Owuor, che con il suo Dust qualche anno fa è arrivata finalista al Folio Prize, anche se a leggere le recensioni dei lettori sembra che il testo sia troppo complesso. Il plot narrativo si svolge nello scenario delle violenze post-elettorali del 2007 in Kenya.

Di Yewande Omotoso, che ha radici nelle Barbados, Nigeria e Sudafrica, segnaliamo The Woman Next Door (tradotto in italiano di recente: La signora della porta accanto). Attraverso la storia di un’amicizia tra una donna bianca e una nera, il racconto di quanto le regole “dettate dalla razza” possano influire o cambiare o essere sfidate, e rafforzare così i legami, mentre scorrono sessant’anni di vicende in Sudafrica.

Se siete invece appassionati di fantasy, allora non dovete perdervi Who Fears Death, della statunitense di origini igbo (Nigeria) Nnedi Okorafor. Tradotto in Italia come Chi teme la morte, è uno dei numerosi libri di sci-fi e fantasy scritti dall’autrice, che in passato ha pubblicato anche libri per bambini. Recentemente la scrittrice ha chiuso un accordo con l’emittente televisiva statunitense Hbo per la realizzazione di una serie tv ispirata, appunto, al libro.

L’altro titolo che voglio suggerire è Behold the Dreamers di Imbolo Mbue, di cui è imminente l’edizione italiana, Siamo noi i sognatori. Lei è una scrittrice camerunese che oggi vive a New York ed è là che è ambientata una storia di migrazione, insolita per il punto di vista – ma meglio non svelare nulla.

Infine, ma in realtà si potrebbe continuare a lungo, non si può non inserire in questa lista la vincitrice dell’edizione 2014 del Commonwealth Short Story Prize, Jennifer Nansubuga Makumbi e il suo Kintu, un’immersione nel regno del Buganda a partire dal 1750. Quando le comunicarono di essere la vincitrice di quell’anno, l’autrice commentò: «È la prova che l’Uganda non è più un deserto letterario». E infatti anche quest’anno tra i finalisti del premio c’è un’altra interessante autrice ugandese, Harriet Anena. Ma ci sono anche una scrittrice nigeriana, una sudafricana e una ghanese. Vedremo come andrà a finire.

Foto: aalbc.com


Antonella Sinopoli. Giornalista professionista e videomaker, è cofondatrice e direttrice responsabile di Voci Globali. Scrive di Africa anche su Ghanaway. Ha fondato il progetto AfroWomenPoetry con l’obiettivo di dare spazio e voce alle donne poete africane. Vive tra il Ghana e l’Italia.

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