Addio a Barkhane, Parigi chiede aiuto agli alleati

di Valentina Milani
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Il futuro dell’operazione militare francese Barkhane in Sahel per combattere il jihadismo in Africa è ancora incerto. Il presidente francese ha confermato che di sicuro la Francia non coopererà più con governi del Sahel che continuano a negoziare con i militanti islamisti. Macron non ha spiegato quante truppe rimarranno in Sahel e se veramente la missione Barkhane terminerà, cosa prenderà il suo posto. Se ne dovrebbe sapere di più entro la fine di giugno a stare a sentire il presidente francese.

Un’altra cosa certa è che Macron vorrebbe maggiore cooperazione e sostegno anche da parte di altri paesi nella nuova operazione. La scelta di mettere da parte Barkhane è stata fatta dopo una consultazione con Stati Uniti e Unione europea.

Diversi analisti concordano che la decisione dell’Eliseo sia stata dettata, oltre che dal deteriorarsi della situazione politica e di sicurezza soprattutto in Mali e Burkina Faso, anche da spinte interne a ridimensionare la presenza francese nella regione a un anno dalle elezioni presidenziali.

La presenza di Parigi in Sahel è stata al momento sproporzionata rispetto a quella di tutti gli alleati, arrivando a 5.100 soldati tra Ciad, Mali, Burkina Faso, Mauritania e Niger. Gli Stati Uniti hanno circa 1.100 soldati nell’Africa occidentale, secondo il comando dell’Africa degli Stati Uniti, ma a differenza delle truppe francesi, svolgono principalmente attività di intelligence e logistica.

I francesi sono presenti in Sahel dal 2013, per volere dell’allora presidente François Hollande, che lanciò l’operazione Serval per fermare l’avanzata di gruppi jihadisti in Mali. L’aiuto francese consentì all’esercito maliano di riprendere il controllo sui territori dell’Azawad, ad eccezione di Kidal, che diventò una roccaforte jihadista.

Ad agosto 2014 questa operazione fu sostituita da Barkhane che dispiegò 3.500 unità tra gli tra stati membri del neonato network di cooperazione politico-securitaria regionale, il G5 Sahel. L’obiettivo era quello di contrastare il gruppi jihadisti tramite operazioni di controterrorismo di concerto con gli attori nazionali e regionali, tramite nuove basi militari e con la difesa dei confini.

A otto anni da quel momento è complicato trarre un bilancio dell’operazione. Guardando alle notizie degli ultimi mesi le recenti stragi in Burkina Faso, la fragilità politica del Mali – che ha visto due colpi di stato in 9 mesi e che in gran parte ha perso il controllo dei territori a nord – non sono un bel biglietto da visita. Inoltre, la presenza francese è stata più volte osteggiata anche dalla popolazione civile locale durante questi anni.

Come però sottolinea il reportDal Sahel al Mozambico: insorgenze jihadiste in Africa subsahariana” dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), la missione francese “ha contribuito effettivamente a ristrutturare la presenza dei gruppi armati salafiti-jihadisti in Mali e in Sahel”. La massiccia presenza del contingente in Sahel e “a ridosso dei confini meridionali di Libia e Algeria” ha ridotto la mobilità dei gruppi jihadisti nella regione e ha invece “spinto gran parte dei combattenti verso sud contribuendo a fare della regione delle ‘tre frontiere’ compresa tra Mali, Niger e Burkina Faso – la cosiddetta zona del Liptako-Gourma – il nuovo epicentro delle insurrezioni jihadiste in Sahel”.

Anche Ispi però riconosce un fallimento sostanziale “delle politiche di controterrorismo definite e attuate nel corso degli anni” e, dando delle ragioni a Macron, auspica una riflessione “sul ruolo dei partner occidentali degli stati africani”, che parta dal rafforzamento di aspetti non militari degli interventi internazionali e dalla “cessazione del sostegno acritico e indiscriminato – sin qui orientato ad arginare le minacce terroristiche – ai regimi africani, in assenza di garanzie di rispetto dei diritti e di trasparenza dei processi elettorali”.

(Tommaso Meo)

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