Accordo in Sudan. Chi ha vinto e chi ha perso

di Raffaele Masto
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In Sudan, dunque, è stato raggiunto l’accordo costituzionale, dopo la firma, due settimane fa, dell’intesa generale tra il Consiglio di transizione – di fatto il regime militare – e l’Alleanza per la Libertà e la Democrazia, cioè la coalizione di forze che da dicembre protestano per ottenere l’uscita di scena dei militari.

Sulla carta, ora, si può dire che il Sudan è avviato verso le elezioni dalle quali uscirà un governo di civili. Ciò dovrebbe accadere, secondo gli accordi, tra trentanove mesi, ventuno guidati dai membri militari di un Consiglio Sovrano e gli ultimi 18 dai membri civili dello stesso Consiglio.

La domanda inevitabile è: chi ha vinto? Realmente i militari usciranno di scena? Realmente una lotta popolare pacifica, scaturita e gestita dalla società civile ha ottenuto una così clamorosa vittoria?

Ovviamente bisogna attendere questo periodo di transizione, ma intanto si può dire che l’accordo raggiunto è molto fragile e che i militari (e le loro famiglie allargate), in quasi trent’anni di potere, hanno talmente permeato il paese e le sue strutture e tutti i business che producono ricchezza che si farà molta fatica a ripulire tutto. Sicuramente – se questo cambio avverrà – ci sarà una fuga di capitali all’estero prodotta dai diversi personaggi di potere che porteranno al sicuro i loro soldi. Ne è un esempio l’ex presidente Omar al Bashir, costretto a dimettersi dalla lotta popolare e destituito dagli stessi militari con i quali aveva gestito il potere fino a quel momento. A casa sua sono stati trovate ricchezze enormi e ingenti quantità di denaro pronte per essere portate al sicuro.

Per il Sudan – che con la secessione del Sud non può più contare sulle ingenti ricchezze petrolifere – perdere questi capitali sarà un duro colpo dato che versa in una grave crisi economica che aveva dato il via, appunto, alle proteste che erano iniziate proprio per l’aumento del pane e della benzina.

Un altro fattore di debolezza è che nella crisi sudanese sono entrati anche gli interessi delle potenze regionali, in particolare quelle delle potenze della penisola arabica che dividono il mondo arabo. L’Arabia Saudita, assieme agli Emirati e all’Egitto, ha sostenuto i militari al potere concedendo loro un mega prestito di tre miliardi di dollari, mentre le potenze contrapposte a questo blocco di potere, cioè il Qatar e la Turchia e l’Iran hanno contestato e criticato i militari, senza però schierarsi con i dimostranti. Questa frattura è la stessa che divide il mondo arabo su scenari come la Libia, lo Yemen, la Siria dove non si riesce a trovare nemmeno un accordo per il “cessate il fuoco”. Sarà possibile che accada in Sudan?

Infine chi sono i militari che dovrebbero lasciare il potere? All’interno del Consiglio di Transizione il capo è Abdel Fattah Abdelrhaman Burhan, ma ha sempre più preso posizione il numero due del Consiglio, cioè Mohamed Hamdan Hameti (nella foto), comandante delle Forze di Supporto Rapide, accusate di avere perpetrato il massacro del 3 giugno a Khartoum contro i dimostranti sul quale, secondo gli accordi, si deve concludere una indagine che per ora ha portato ad accusare alcuni militari. L’indagine, se condotta realmente, non potrà non portare a lui che è al tempo stesso membro della giunta e il firmatario dell’accordo generale di due settimane fa e di quello di queste ore.

C’è poi una questione generale. Il Sudan è l’unico paese al mondo all’interno del quale convivono e si combattono tre guerre, quella del Darfur, quella del Sud Kordofan e quella del Blue Nile. I dimostranti riuniti nella Alleanza per la Libertà e la Democrazia avevano chiesto una apertura immediata delle trattative tra il governo centrale e i ribelli in modo da arrivare ad una pace che consentisse di votare anche in queste regioni. Nell’accordo di queste ore non c’è traccia di questa intesa. Di fatto, se non si facesse qualcosa in questo senso, le elezioni sarebbero una consultazione parziale.

(Raffaele Masto – Buongiorno Africa)

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