Il drastico impatto della pandemia sull’immigrazione

di claudia

La pandemia ha influito drasticamente sulla mobilità delle persone. La chiusura delle frontiere, i certificati sanitari hanno avuto un fortissimo impatto sui migranti. Le stime presentate dal Dossier statistico sull’immigrazione 2021 parlano di 4 milioni di migranti irregolari già in Europa bloccati negli spostamenti, anche perché esclusi dalla possibilità di vaccinarsi. Nonostante nel 2020 il numero di migranti provenienti dall’Africa sulla rotta del Mediterraneo centrale e sbarcati in Italia sia risalito, rimane assolutamente lontano dalle cifre record del 2017. Anche il numero delle presenze nei centri di accoglienza italiani è sceso a meno della metà rispetto a quattro anni fa.

di Mario Ghirardi

Qualunque statistica riferita allo scorso anno non può evidentemente non tenere conto della pandemia da Covid 19. Tanto meno quelle relative ai flussi migratori di popolazione, che sono alla base dell’annuale ‘Dossier statistico sull’immigrazione 2021’, compilato dal Centro studi e ricerche Idos di Roma e presentato pochi giorni fa.

La pandemia ha infatti colpito in modo drastico la mobilità delle persone in tutte le sue forme, dalle migrazioni permanenti (che nascono da motivazioni economiche, dalla necessità di ricongiunzioni familiari o dalla fuga per trovare asilo politico) a quelle temporanee, che possono essere innescate ad esempio dalla ricerca di lavori stagionali. In generale la lunga chiusura delle frontiere, sommata ai certificati sanitari richiesti per l’espatrio una volta ripristinata una parvenza di normalità nei transiti, hanno avuto un fortissimo impatto sui migranti. Le stime parlano di 4 milioni di irregolari già in Europa bloccati negli spostamenti, anche perché esclusi dalla possibilità di vaccinarsi per insormontabili problemi burocratici. Nel contempo l’Onu ci dice che nel luglio 2020 i migranti bloccati fossero ben 3 milioni, senza risorse economiche e con il rischio di scivolare tutti verso una condizione di irregolarità.

Il risultato conseguente a questi tempi di pandemia è che in particolare, nel 2020, il numero di migranti provenienti dall’Africa sulla rotta del Mediterraneo centrale e sbarcati in Italia è sì risalito, nonostante tutto, dalle 11.471 unità del 2019 alle 34.154 del 2020 e ancora alle 39.082 di fine agosto 2021, ma resta assolutamente lontano dalle cifre record di 119.369 sbarcati dai gommoni nel solo 2017. In quest’ultimo anno le presenze nei centri di accoglienza italiani furono 183 mila, e sono scese progressivamente sino a 91 mila nel ’19 e a quasi 80 mila nel ’20, ovvero ben meno della metà di quattro anni prima.

In calo drastico nel 2020 sono state anche le domande di protezione presentate all’autorità italiane, raggiungendo una quota che sfiora le 30 mila, in ribasso del 38,4 per cento rispetto al ’19 e rappresentante l’indice più basso dal 2013. Sul numero hanno inciso certamente la paura dei contagi, ma anche i maggiori controlli sulla partenza dei barconi soprattutto dalla Tunisia, che hanno messo un freno all’attività dei trafficanti. Inoltre di conseguenza è anche diminuito il numero di immigrati irregolari rintracciati sul territorio, il 15 per cento in meno del ’19 per un totale di 22.785 persone. Interessante purtroppo è constatare in parallelo come la legge per mettere fine al lavoro sommerso dei migranti, varata nell’estate ’20, dopo un anno abbia messo in regola solo il 27 per cento delle 220 mila richieste presentate, lasciando perciò nel limbo (e dunque anche senza vaccini) 160 mila persone che chiedevano lavoro regolare, tutela sociale e sanitaria.

Se andiamo ad esaminare i dati sulla presenza straniera in Italia nell’arco degli ultimi 12 anni vediamo che questa è passata in percentuale, rispetto ad una popolazione totale rimasta quasi ferma a 59 milioni di cittadini, all’ 8,5 per cento con un aumento di 2 punti percentuali rispetto al 2008, attestandosi oltre i 5 milioni di individui, di cui metà oltre donne e per il 20 per cento minorenni. Di questi 5 milioni il 21,9 per cento per l’esattezza provengono dall’Africa e quasi altrettanti dall’Asia. I marocchini continuano ad essere indiscutibilmente la prima comunità africana in Italia con 408 mila membri (per metà donne), diminuiti in tre anni di circa 15 mila unità. In questa graduatoria sono preceduti solo dai rumeni che sono 1 milione e 137 mila e dagli albanesi con 410 mila, che sono vicini ai marocchini non solo in valore assoluto, ma anche nel trend di decrescita.

Scendendo ad una disamina più puntuale dei dati che riguardano gli africani in Italia, possiamo affermare che, su un totale di presenze di quasi 1 milione 100 mila, gli africani residenti in Italia e provenienti dal Maghreb sono 655 mila, mentre i paesi dell’Africa occidentale contribuiscono con 381 mila unità, oltre quindici volte di più di quanto non facciano i paesi dell’Africa orientale. In quest’ultimo settore tuttavia le donne incidono in media per il 50%, mentre calano sensibilmente in media nelle provenienze dal settore occidentale, dove in casi particolari, come per quanto riguarda Mali e Costa d’Avorio, le percentuali di presenza femminile sono addirittura irrisorie. Nel resto delle comunità le donne hanno una presenza oscillante tra 30 e 40 per cento.  

I gruppi più numerosi, arrotondati per difetto, oltre ai marocchini, sono egiziani (130 mila), nigeriani (113 mila), senegalesi (104 mila), tunisini (93 mila). Con 48 mila unità al sesto posto stanno i ghanesi, seguiti con 29 mila unità dagli abitanti della Costa d’Avorio; più lontani Gambia, Mali e Algeria. Camerun, Burkina Faso e Guinea offrono residenti rispettivamente con 15, 13 e 12 mila unità.

(Mario Ghirardi)

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