Sudafrica: i nostalgici del Grande Trek

di Matteo Merletto

Vestono come contadini ottocenteschi, conducono carrozze di legno trainate da cavalli, sparano in aria con vecchi moschetti. Non sono le comparse di un film western. Ma centinaia di sudafricani di origine olandese che ogni anno celebrano tra le polemiche l’epopea dei primi pionieri.

Una parata di persone di ogni età vestite da contadini del XIX secolo percorre la Monument Street di Pretoria in Sudafrica. Intonano canti in lingua afrikaans mentre conducono carrozze di legno trainate da cavalli e sventolanti antiche bandiere delle repubbliche boere. Poco più in là, alcuni uomini col copricapo boero sparano in aria con antichi moschetti, mentre sullo sfondo, in cima a una collina, emerge un’enorme struttura cubica di granito. Sembrerebbe una scena da film western, ma si ripete il 24 settembre durante l’Heritage Day nei pressi del Voortrekker Monument, a sud della capitale amministrativa sudafricana.

I fantasmi della storia

Ogni anno, in questo giorno migliaia di boeri si radunano e sfilano in abiti tradizionali attorno al monumento inaugurato nel 1949, che ricorda il Grande Trek, la memorabile e discussa conquista dell’entroterra verso nord-est fino agli attuali territori zimbabwani avvenuta tra il 1830 e il 1840. È un omaggio alle gesta dei voortrekkers, circa dodicimila antenati pionieri, e a quella colonizzazione che portò alla fondazione della Repubblica di Natalia, di Stellaland, dello Stato Libero dell’Orange e del Transvaal. La commemorazione fa parte della “festa nazionale dedicata alle culture e alla diversità di credenze e tradizioni del popolo sudafricano” istituita nel 1995 dal primo governo di Nelson Mandela, in linea con il programma politico di riconciliazione dopo l’apartheid. Inizialmente, infatti,nello stesso giorno si celebrava solo lo Shaka Day, la commemorazione della morte del grande re zulu Shaka, avvenuta nel 1828.

Nonostante gli sforzi di Madiba, però, questa celebrazione viene vista da molti come un retaggio della dominazione colonialista bianca, facendo inevitabilmente riemergere la conflittualità degli anni oscuri della segregazione. Si tratta di eventi conflittuali dalle radici antiche, poiché le migrazioni dei voortrekkers causarono lo spostamento della popolazione Ndebele e furono tra le principali cause della caduta dell’Impero Zulu.

Esodo forzato

Negli anni Trenta del XIX secolo, l’allora Colonia del Capo era da poco passata sotto il controllo del Regno Unito e la comunità discendente dai primi colonizzatori olandesi, formata da allevatori seminomadi chiamati trekboers e da contadini detti grensboere, si sentiva schiacciata dal nuovo governo britannico. Il risentimento spinse i boeri a migrare in cerca di nuovi territori, lontano dal controllo di Londra. La dinamica storica è molto simile a quanto stava accadendo nello stesso periodo nel Nord America durante la conquista del West.

Secondo gli storici, furono diverse le cause che diedero il via al Grande Trek, dalla nuova tassazione alle leggi sulla proprietà della terra, fino all’imposizione della lingua inglese. Anche l’abolizione della schiavitù, con lo Slavery Abolition Act del 1833, non piacque a quella parte di boeri della Colonia del Capo che dipendeva dalla manodopera degli schiavi neri, in particolare nel settore agricolo. È accertato che non fu questa la sola ragione scatenante della rottura con i britannici, tuttavia successivamente i voortrekkers, pur abolendo la schiavitù nelle repubbliche boere, continuarono a emanare leggi sulla segregazione razziale. Anche per questo la rievocazione dell’Heritage Day è così controversa.

Storia di sangue

La fondazione dei principali Stati indipendenti boeri, annessi successivamente all’impero britannico con le guerre anglo-boere, fu tutt’altro che semplice. Le condizioni di vita dei pionieri e delle loro famiglie durante le migrazioni erano molto difficili. Nelle carovane le donne conducevano i carri, i bambini si occupavano del bestiame, mentre gli uomini cacciavano e precedevano facendo da ricognitori e individuando i luoghi sicuri per la sosta notturna. Le spedizioni di voortrekkers dovevano attraversare territori impervi e affrontare le minacce delle fiere come i grandi felini.

Non solo. I conflitti con le popolazioni Ndebele e Zulu, che tentavano disperatamente di difendere le loro terre, furono sanguinosi. Si registrarono sconfitte su entrambi i fronti, ma i voortrekkers, muniti di armi da fuoco, alla fine prevalsero dopo una serie di massacri. Gli Ndebele si arresero quasi subito lasciando la loro terra, mentre gli Zulu, guidati dal re Dingane, opposero una strenua resistenza. Nel febbraio del 1838 Dingane fece assassinare il capo dei voortrekkers Piet Retief e la sua intera delegazione mentre erano suoi ospiti per le trattative sulla concessione di territori.

Spirito identitario

La resa dei conti arrivò infine il 16 dicembre dello stesso anno nella battaglia di Blood River, in cui i voortrekkers, in inferiorità numerica, stando alle ricostruzioni, sconfissero gli Zulu massacrandone almeno tremila. A comandare quel contingente c’era Andries Pretorius, la nuova guida dei pionieri bianchi, che diede il nome dell’attuale Pretoria.

La sconfitta portò al recupero del patto negoziato inizialmente tra Dingane e Retief. Per decenni i bianchi sudafricani di origini olandesi hanno celebrato la battaglia di Blood River in occasione del “Giorno della Promessa”, in memoria del voto che, secondo la tradizione, venne fatto a Dio dai soldati di quella spedizione prima dello scontro. La festività è stata mantenuta anche dal governo post-apartheid per favorire la pacificazione e venne rinominata nel 1994 “Giorno della Riconciliazione”.

Per quanto le rievocazioni di un passato dai molti lati oscuri legati alla colonizzazione e alla successiva segregazione possa ancora creare dibattito, oggi sembra che ad attirare la maggior parte dei boeri che partecipano alla festa sia il senso identitario ispirato dagli ideali dei pionieri di quel periodo. Non è il ricordo della supremazia sulla popolazione nera a interessare, ma la nostalgia del trek spirit ad affascinarli, quel senso di libertà alimentato dalla speranza che oltre l’orizzonte ignoto avrebbero trovato la terra tanto sognata.

(Simon Marks)

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