Onu: “Civili nel mirino in Sud Sudan dopo la firma della pace”

di Marco Simoncelli
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Non c’è pace in Sud Sudan, nemmeno dopo l’ennesimo accordo firmato lo scorso settembre. Non meno di 104 civili sono morti in un’ondata di violenze causate da almeno una trentina di attacchi avvenuti nello Stato dell’Equatoria Centrale. A denunciarlo sono state le Nazioni Unite attraverso un rapporto sui diritti umani nel Paese che è stato pubblicato ieri dalla Missione di pace delle Nazioni Unite in Sud Sudan (Unmiss). Secondo le rivelazioni, le forze armate sud-sudanesi e i diversi gruppi armati si sarebbero inoltre macchiati di violenze sessuali tra cui lo stupro di circa 100 donne e ragazze tra il settembre 2018 e l’aprile 2019.
Unmiss ha dichiarato che i civili sono stati deliberatamente e brutalmente «presi di mira» nella regione.

L’ondata di violenza, si legge nel documento, rappresenta tuttavia un’eccezione alla tendenza di una «significativa diminuzione delle violazioni e degli abusi legati al conflitto» in tutto il Paese da quando è stato firmato l’accordo. Il rapporto documenta 95 diversi episodi di violazioni e abusi nel periodo compreso tra il settembre 2018 e l’aprile 2019, inclusi 30 attacchi contro villaggi che hanno portato all’uccisione di più di 100 civili, il ferimento di altri 35 e il rapimento di 187 persone. Le violenze hanno inoltre provocato oltre 56mila sfollati interni e di altri 20mila oltre il confine con l’Uganda e la Repubblica democratica del Congo.

Rispondendo all’esigenza di proteggere i civili, l’Unmiss ha schierato altre 150 truppe nell’area, intensificando le operazioni di pattugliamento all’interno della città di Yei e verso le comunità periferiche per scoraggiare la violenza e consentire la consegna sicura di aiuti umanitari.

L’Unmiss, si legge nel dossier, ha anche sollecitato il governo di Juba a farsi carico della sua responsabilità primaria di proteggere i civili e ad accelerare l’attuazione del piano d’azione per contrastare la violenza sessuale connessa con il conflitto all’interno dei ranghi militari, compresi quelli schierati nell’Equatoria Centrale, e ha rinnovato l’appello a tutte le parti in conflitto affinché rispettino la legge internazionale sui diritti umani e il diritto internazionale umanitario.

Nel maggio scorso il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, ha chiesto che la formazione di un governo di unità transitorio slittasse di almeno un anno, respingendo così la proposta avanzata dall’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Igad) di formare il nuovo governo entro sei mesi.  Il presidente sud-sudanese ha precisato che a «causa delle piogge» non ci sarebbero le condizioni per completare le operazioni di addestramento e unificazione delle varie milizie armate.

In base a quanto previsto dall’accordo di pace rinnovato, firmato il 12 settembre scorso ad Addis Abeba, le parti in conflitto avrebbero dovuto formare un governo di unità transitorio entro sei mesi, ovvero entro il 12 maggio, tuttavia la scorsa settimana una riunione Igad ospitata sempre ad Addis Abeba ha approvato l’estensione del termine di altri sei mesi.

L’ultima versione dell’accordo di pace prevedeva un periodo di transizione di otto mesi (con scadenza fissata al 12 maggio) al termine del quale si sarebbe dovuto formare un governo di unità nazionale, tuttavia i profondi disaccordi fra le parti hanno provocato forti ritardi nell’attuazione della road map.

L’accordo di settembre ad Addis Abeba dovrebbe porre fine al conflitto civile scoppiato nel dicembre 2013 che ha provocato carestie, il dislocamento di oltre 1,4 milioni di persone e almeno 380mila morti. Ottenuta l’indipendenza nel luglio 2011, il Sud Sudan è sprofondato nel conflitto civile dopo che il presidente Salva Kiir ha accusato l’allora suo vice Riek Machar di aver pianificato un colpo di Stato.

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