La definizione di baraccopoli

di Marco Trovato
Tempo di lettura stimato: 3 minuti

Slum, bidonville, favelas: modi diversi per indicare luoghi di marginalizzazione urbana, simboli di degrado e di miseria estrema. Popolati in Africa da 350 milioni di persone. Ma quali sono i parametri per definire se un quartiere può essere considerato una baraccopoli o meno?

di Federico Monica

Slum, bidonvilles, baraccopoli, favelas, sono tantissimi i termini coloriti o dispregiativi che indicano i quartieri informali delle città, luoghi sorti spontaneamente nelle periferie o negli spazi rimasti liberi di qualsiasi metropoli specialmente nel sud del mondo.

Nel continente africano secondo diverse analisi le persone che abitano in un quartiere informale sono oltre il 50% di chi vive in una città; una cifra che si aggirerebbe intorno ai 350 milioni di individui, sebbene come vedremo i numeri e i dati in questi contesti vadano sempre presi con le pinze.

Nel sentire il termine slum saltano agli occhi le drammatiche distese di lamiere e rifiuti di Kibera a Nairobi o di Agogbloboshe ad Accra ma la realtà nelle migliaia di insediamenti sparsi per il continente è ben più sfumata e complessa.

Cos’è quindi uno slum? Qual è il metro di giudizio per definire un quartiere o un insediamento come tale?

L’agenzia dell’ONU UN-Habitat, che ha sede a Nairobi e si occupa proprio di città, ha coniato nel 2002 questa definizione di slum: “un insediamento i cui residenti non hanno accesso ai servizi di base e vivono in case inadeguate. Spesso uno slum non è riconosciuto dalle autorità come parte integrante delle città.”

Una definizione ancora oggi utilizzata come riferimento da istituzioni locali o internazionali che è stata integrata da una serie di criteri articolati in cinque punti: scarso accesso ai servizi essenziali come acqua potabile e fognature, mancanza di titoli legali sulle abitazioni o sui terreni, presenza di rischi ambientali o idrogeologici, sovraffollamento e alta densità di popolazione, scarsa qualità delle costruzioni.

Vista aerea di Kibera, il più popoloso slum di Nairobi, Kenya

In teoria la presenza di anche una sola di queste condizioni dovrebbe rendere un’area urbana classificabile come slum ma è facile intuire come interpretando rigidamente i cinque punti buona parte delle città africane (e non solo!) ricadrebbero quasi interamente in questa definizione.

La crescita demografica vertiginosa impedisce a molte città di realizzare reti idriche o fognature adeguate e capillari, rende velocemente obsoleta la pianificazione urbana e causa il proliferare di informalità e occupazioni illegali di terreni o edifici; non a caso nei primi reports sulle città africane il numero presunto di residenti negli slum di alcune grandi metropoli superava il 90%.

L’applicazione di parametri come quelli di UN-Habitat è molto utile in quanto permette di avere riferimenti applicabili globalmente per classificare e monitorare gli insediamenti e valutare gli effetti di politiche e programmi urbani, allo stesso tempo il rischio è quello di uniformare la percezione di un quartiere cancellandone la complessità interna.

Sebbene il fango, i rifiuti e le baracche possano dare l’impressione di una situazione di miseria assoluta e diffusa ogni quartiere nasconde dinamiche e differenze molto particolari ed è suddiviso in aree più o meno appetibili, più o meno sicure o meglio collegate a servizi e opportunità.

Imparare a decifrare una simile varietà è molto complesso ma assolutamente necessario per poter definire interventi mirati di “ricucitura” degli insediamenti informali che rappresentano, non solo numericamente, una parte fondamentale delle città in cui si trovano.

Federico Monica, autore dell’articolo, sarà relatore del seminario, organizzato dalla rivista Africa, “L’Africa delle città”, in programma a Milano e in streaming il 27 e 28 marzo 2021. Per info e prenotazioni, clicca qui

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