«Io non ho paura»

di Diego Fiore
Mounir Baatour
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Incontro con Mounir Baatour, avvocato e attivista gay tunisino, aspirante presidente arcobaleno in un Paese dove l’omosessualità è punita con il carcere e le aggressioni omofobe sono alimentate da conservatori e islamisti

Mounir Baatour non ce l’ha fatta. Avvocato, 48 anni, apertamente omosessuale, presidente del Partito liberale tunisino, si era candidato alle elezioni presidenziali del 15 settembre, ma la sua candidatura non è stata accettata dalla commissione elettorale, nonostante il ricorso presentato. «La mia candidatura è stata rifiutata per un vizio di forma nella compilazione dei formulari», dice l’interessato, deluso ma non abbattuto e per nulla pentito. Ha avuto del coraggio a esporsi in un Paese dove l’omosessualità è penalizzata a causa dell’articolo 230 del codice penale (articolo introdotto nel 1913, durante la colonizzazione francese), che sancisce fino a tre anni di carcere per sodomia. Una candidatura, la sua, che in Tunisia ha fatto scalpore, sollevando polemiche all’interno della stessa comunità Lgbt, il mondo che Mounir da anni difende: 18 associazioni Lgbt hanno sottoscritto un documento in cui sostengono che la partecipazione di un gay alla corsa elettorale costituisce una minaccia alla stessa comunità. «Io ritengo sia opportuno e necessario uscire allo scoperto, con orgoglio e coraggio – argomenta l’avvocato –. Loro temono che l’esposizione mediatica metta in pericolo la vita degli omosessuali».

Stato di terrore

Il programma elettorale di Baatour prevedeva in primo luogo l’abolizione del famigerato art. 230: «È arcaico e non rispetta la Costituzione. Si pone infatti in contraddizione con altri articoli: il 21, che vieta qualsiasi discriminazione; il 23, che garantisce il rispetto della vita privata; e il 24, che garantisce l’inviolabilità del domicilio e la protezione dei dati personali. L’art. 230 infrange la vita privata: i dati personali delle persone omosessuali sono utilizzati contro di loro per provarne l’omosessualità. La polizia cerca, nel telefono e nel pc, foto, video o conversazioni sui social network che provino che la persona è omosessuale, e i tribunali condannano sulla base di questi dati privati. Ciò che viene penalizzato non è più la sodomia, come recita l’art. 230, ma l’identità sessuale, l’orientamento omosessuale. Quindi, uno che non abbia nessun rapporto omosessuale, ma di cui si scoprano conversazioni intime con persone dello stesso sesso, è condannato sulla base del suo orientamento sessuale e non delle pratiche». E aggiunge: «Queste persone quando usciranno di prigione diventeranno eterosessuali? No, rimarranno omosessuali: prima o poi rischieranno di ritornare in carcere. L’art. 230 condanna gli omosessuali a un perpetuo stato di terrore».

Senza giustizia

Anche Baatour nel 2013 ha passato quattro mesi in prigione a causa di questo articolo, e il suo compagno (allora 17enne, motivo per cui c’è chi lo ha accusato di pedofilia) ha subito un test anale. Ma, se dopo la Rivoluzione dei gelsomini del 2011 si sono fatti passi avanti (maggior libertà di espressione e di associazione, e nel 2018 a Tunisi si è tenuto il primo Lgbt Film Festival), la vita quotidiana non è semplice per una persona Lgbt: «Si rischia un’aggressione in qualsiasi momento, l’arresto, la prigione, l’umiliazione (il test anale è ancora in vigore, NdR), si è spesso rifiutati dalla propria famiglia e ci si ritrova a vivere per strada. Inoltre c’è l’enorme problema di accesso alla giustizia: quando un omosessuale è aggredito o è vittima di un reato, se va alla polizia e là scoprono che è omosessuale, viene messo in prigione, da vittima diventa accusato, e questo fa sì che molti non denuncino. Io stesso consiglio di non andare dalla polizia, cosa che è completamente in contraddizione con il mio ruolo d’avvocato». Dal 2011 a oggi, 27 gli omicidi con vittime omosessuali; 79 arresti nel 2017, 127 nel 2018, 22 nel 2019.

Mentalità machista

«Per quanto riguarda la libertà di associazione e di espressione, c’è stato un progresso enorme: nel 2015 ho cofondato l’associazione Shams, portavoce della comunità Lgbt, ci sono tanti attivisti che si battono per i diritti delle persone Lgbt, ma il numero di arresti e persecuzioni, a causa dell’arrivo degli islamisti al potere, è aumentato». Il caso più clamoroso, quando il ministro per i Diritti umani, Samir Dilou, del partito Ennahda, nel febbraio 2012 ha affermato che l’omosessualità è una perversione e una malattia mentale. «A chi dice che l’omosessualità è una malattia, chiedo: i diabetici, i cardiopatici, li mettete in prigione? Che ci diano un rimedio per la guarigione, e daremo loro il premio Nobel per la Medicina». Per Baatour si tratta di un problema culturale: «C’è una mentalità machista, che vuole l’uomo arabo virile. L’omosessuale è visto come qualcuno che attenta a questa immagine. La cultura rispetta l’omosessuale attivo, e denigra l’omosessuale passivo: chi effettua la penetrazione resta un uomo». A subire arresti e aggressioni sono infatti gli uomini, nonostante la sodomia sia punibile per entrambi i sessi.

La battaglia continua

«Shams lavora su tre fronti: facciamo lobbying politica con i parlamentari per convincerli all’abolizione dell’art. 230; in secondo luogo, svolgiamo molta attività mediatica: abbiamo una radio che parla delle problematiche della comunità Lgbt e rilasciamo dichiarazioni ai media in caso di aggressioni o arresti; mentre dal punto di vista sociale diamo aiuto psicologico, medico e alloggio alle persone Lgbt aggredite o rifiutate dalla famiglia». E conclude: “Anche se la mia candidatura non è stata validata, essere il primo candidato gay nel mondo arabo – musulmano ha avuto almeno il vantaggio di far fare qualche passo in avanti in Tunisia: per la prima volta, durante una campagna presidenziale, la questione delle depenalizzazione dell’omosessualità è stata posta ai vari candidati, i giornalisti osano fare questa domanda, è una cosa inedita. Questa liberazione della parola è salutare: ho la sensazione di aver aperto una breccia liberatoria”.

(Giada Frana)

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