“GrAfric” novel da (ri)leggere mentre siamo a casa

di Stefania Ragusa
Tempo di lettura stimato: 9 minuti

Otto titoli da riprendere in mano o scoprire per la prima volta in questo periodo di sospensione. Parlano di Africa, migrazioni, realtà e futuro. Otto graphic novel che, attraverso le storie, ci mettono di fronte alla storia.

1) Tre settimane. È questo il tempo che il giornalista Marco Rizzo e il disegnatore Lelio Bonaccorso hanno trascorso nel novembre 2017 sulla Aquarius, la nave bianca e arancione con cui gli operatori di Sos Méditerranée< e Medici senza frontiere< hanno effettuato operazioni di soccorso di migranti al largo della Libia. Prende dunque vita sul campo Salvezza (Feltrinelli Comics), opera di graphic journalism, che all’inizio ci racconta la quotidianità della vita a bordo, facendo conoscere le persone imbarcate e le loro storie, e rendendoci man mano sempre più partecipi delle operazioni di salvataggio nel cuore del Mediterraneo. Rizzo e Bonaccorso vivono e documentano in prima persona la missione (entrambi appaiono nelle belle tavole ad acquerello), il lavoro di chi soccorre coloro che, per disperazione, affrontano il mare su gommoni fatiscenti. E col passar dei giorni emergono le vite, le persone, le singole storie di chi è fuggito, uomini, donne e bambini salvati e accolti a bordo. Testimonianze drammatiche, richieste di aiuto, momenti di tenerezza, di confidenze, lacrime e sorrisi; e anche informazioni utili a comprendere il quadro della situazione, con dati sui flussi migratori e sui contesti dei paesi attraversati dai profughi.
Fino al 14 aprile Salvezza è scaricabile gratuitamente in formato e-book, grazie all’iniziativa #aCasaFeltrinelliComics, su www.feltrinelli.it e www.kobo.com/it. L’immagine d’apertura du questo articolo si riferisce a una sua tavola interna.

2) «Tunisina de Roma». Così si definisce, con una buona dose di autoironia, Takoua Ben Mohamed, fumettista e sceneggiatrice classe 1991, autrice di La rivoluzione dei gelsomini (BeccoGiallo). Emigrata a Roma dalla Tunisia da bambina, vive nella capitale, dove è impegnata in iniziative di educazione ai giovani, mirate a promuovere l’intercultura e l’inclusione proprio attraverso il fumetto e l’illustrazione. «Non so se questo mio viaggio è un viaggio di andata oppure di ritorno -scrive l’autrice-. Non so dov’è casa mia: se nel profondo sud della Tunisia, in mezzo al deserto, o nelle strade più trafficate di Roma».
Ed è proprio ripercorrendo questo itinerario che conosciamo la storia di Takoua e, attraverso gli eventi vissuti da lei e dalla sua famiglia (il padre è arrivato in Italia come rifugiato politico), quella del suo paese. La ricerca della propria identità, delle proprie origini, per la giovane cresciuta parlando con l’accento romano non può prescindere dalle vicissitudini della Tunisia e, in particolare, anche da quella “rivoluzione dei gelsomini” che dà il titolo al libro. È dopo l’abbattimento della dittatura di Ben Ali che Takoua può infatti tornare nella terra dove è nata, ricomponendo i tasselli, anche molto drammatici, della sua storia personale e famigliare, e di quella recente del suo paese, consentendoci di comprenderne gli aspetti sociali, storici, politici. Dal suo racconto emergono la forza di tante donne – sua madre in primis – coraggiose, fiere, e le sfaccettature più intime, legate agli affetti più profondi, ai ricordi dell’infanzia, alle emozioni provate. Il tutto senza mai rinunciare a un tocco poetico, delicato, a volte ironico, per far riflettere e, talvolta, anche sorridere.

3) Un caffè di Tripoli, un incontro mentre si sorseggia del tè, guardando il mare. La giornalista d’inchiesta Francesca Mannocchi è con Hussein, ex detenuto del carcere di Abu Salim, tristemente noto per il massacro del 1996, nel quale furono trucidati oltre 1300 prigionieri, colpevoli di aver chiesto migliori condizioni di reclusione. Inizia così Libia (Mondadori), uscito qualche mese fa, frutto dell’attento lavoro a quattro mani di Mannocchi, esperta di tematiche inerenti alle zone di guerra e ai migranti, e di Gianluca Costantini, disegnatore, attivista in ambito umanitario, vincitore di svariati premi, tra cui quello di Amnesty International per Arte e diritti umani. Un’opera che ci racconta un paese complesso, e che lo fa in un modo diverso da quello a cui siamo solitamente abituati: ci descrive la Libia dei libici, quella della gente comune, di chi deve affrontare una quotidianità dura, delle madri che attendono figli che non torneranno a casa, che non vogliono piangerli in bare coperte dalla bandiera nazionale, degli anziani che hanno sperimentato sulla propria pelle decenni di dittatura e che non riescono, proprio per questo, a non avere paura, a non stare sempre in allerta, dei giovani che hanno combattuto il regime di Gheddafi, ma che ora rimpiangono la sicurezza che proprio lui garantiva. «Abbiamo cercato di costruire un ritratto di tutto il paese attraverso i personaggi che Francesca ha incontrato, nonostante questi fossero completamente diversi tra di loro: dal terrorista al migrante, dallo scafista al trafficante di esseri umani e alla guardia carceraria -ha dichiarato Costantini al Corriere dell’Alto Adige in occasione del Lucca Comics & Games 2019 – . Tutti gli strati sociali, insomma, tutte vittime di questo folle contesto libico. Ho proposto a Francesca di trasformare in strisce i suoi reportage, cercando di non essere didascalici ma di restituire attraverso le singole vicende un pezzetto di quello scenario complesso». Graphic journalism di alto livello, insomma, che non solo aiuta a comprendere vicende storiche e politiche intricate, ma avvicina anche ai tanti protagonisti sconosciuti di queste vicende, con tatto e sensibilità.

4)  Ken Saro-Wiwa, storia di un ribelle romantico, di Roberta Balestrucci Fancellu e Anna Cercignano (BeccoGiallo), è un omaggio allo scrittore, sceneggiatore televisivo e attivista nigeriano (fondatore del Movimento non violento per la sopravvivenza del popolo Ogoni), che diede la vita per difendere la propria terra. Schieratosi contro le attività delle multinazionali del petrolio in Nigeria, fu condannato a morte da un tribunale militare e ucciso il 10 novembre 1995. «Ho voluto dedicarmi a lui perché è morto nel silenzio e nella distrazione del mondo -ha spiegato  Balestrucci Fancellu in un’intervista  rilasciata in occasione dell’uscita del libro-. Perché ha urlato con quanto fiato aveva in corpo il malessere di una nazione sottomessa, distrutta, bistrattata da buona parte del mondo europeo. Lui, perché molte persone potrebbero trovare una risposta anche ai flussi migratori che alcuni si ostinano a ostacolare». Un’ottima occasione, anche per i più giovani, per avvicinarsi a una figura di grande spessore: «Io sono un uomo di pace, di idee -scrisse Saro-Wiwa-. Provo sgomento per la vergognosa povertà del mio popolo, che vive su una terra molto generosa di risorse; provo rabbia per la devastazione di questa terra; provo fretta di ottenere che il mio popolo riconquisti il suo diritto alla vita e a una vita decente. Così ho dedicato tutte le mie risorse materiali ed intellettuali a una causa nella quale credo totalmente, sulla quale non posso essere zittito… Né la prigione né la morte potranno impedire la nostra vittoria finale…».
Chi volesse conoscere meglio il percorso e il pensiero di quest’uomo coraggioso, può trovare informazioni interessanti su Wikiradio (Radio3): il racconto della sua vita, scritto da Daniele Scaglione, e quello sul suo libro Sozaboy, a cura di Donatello Santarone. Una curiosità: proprio per l’intellettuale nigeriano il gruppo musicale Il Teatro degli Orrori ha scritto il brano A sangue freddo, contenuto nell’omonimo album del 2009.

5) Il 9 marzo 2018 Danilo Deninotti, Giorgio Fontana e Lucio Ruvidotti arrivano in Kenya, per la precisione a Deep Sea, un’area assai povera di Nairobi. «Una bidonville piccola, particolarmente degradata e fuori da qualsiasi riflettore. La sola ONG che vi opera è Rainbow for Africa -hanno sottolineato gli autori in un’intervista-. Volevamo capire come sia la vita quotidiana in un contesto simile, di enorme miseria sociale ma anche, come avremmo scoperto, erodendo alcuni nostri preconcetti, di grande resistenza». I tre si fermano per circa dieci giorni, sostenuti dall’energico frate Ettore Marangi, in compagnia di quattro volontari dell’Organizzazione non governativa, che porta assistenza medico-sanitaria. Nasce così Lamiere (Feltrinelli Comics), lavoro di graphic journalism frutto di interviste, osservazione, confronti, dialoghi con gli abitanti dello slum, costretti a vivere in condizioni igieniche tremende, in uno stato di privazione materiale, di abbandono, in cui persino un briciolo di privacy è negato. «Mini slum, mega problems», sostiene Michael, rifugiato ugandese che sopravvive coltivando un orticello e si presenta a Fontana come giornalista, autore di articoli che raccontano la realtà di Deep Sea. La vita scorre, i sogni e le speranze si coltivano, anche nel degrado, e nella baraccopoli -come ci fanno vedere gli autori, che nelle tavole si interrogano e riflettono su ciò che stanno sperimentando in prima persona- emergono e colpiscono parecchie donne davvero in gamba, di grande carisma, molto rispettate, sempre pronte a rimboccarsi le maniche, a mostrare inventiva, a dare una mano. Il volume è arricchito da schede che, nel corso del racconto, spiegano diversi aspetti sociali ed economici del paese.

6) «Appena partiti dal Sudan, arrivati nel deserto, ho capito che sarebbe stato un viaggio terribile. Un inferno». Un vero e proprio incubo quello vissuto da Etenesh, ventenne etiope partita da Addis Abeba e giunta infine in Italia. Una storia vera raccontata da Paolo Castaldi in Etenesh, l’odissea di una migrante (BeccoGiallo): la giovane donna, il cui nome significa “tu sei mia sorella”, sbarcata sulle coste di Lampedusa un anno e tre mesi dopo essere partita da casa, è testimone della discesa in un girone infernale. Attraversa il Sudan, il deserto del Sahara, finisce nelle mani di trafficanti di esseri umani, è condotta a Sabha, in Libia, dove viene rinchiusa in un carcere da cui riesce incredibilmente a scappare, è soccorsa da un uomo sudanese che la ospita, febbricitante e delirante, salvandole così la vita; solca poi il Mediterraneo in gommone, con il terrore di non farcela, sino a quando riesce a giungere nel nostro paese. Ora Etinesh vive e lavora a Roma. La narrazione della sua via crucis, intervallata da testimonianze raccolte da Gabriele Del Grande, è un pugno nello stomaco (che richiama alla memoria le esperienze descritte e vissute da Fabrizio Gatti in Bilal). Pagina dopo pagina, ci si rende conto del motivo per cui la ragazza perda quasi la ragione e sia spesso talmente disperata da invocare la morte.
«È la storia individuale di una giovane donna etiope che sopporta ogni calvario per dare alla propria vita una possibilità di futuro -scrive nella prefazione Moni Ovadia -. Tavola dopo tavola ci troviamo confrontati con uno dei grandi drammi del nostro tempo. Attraverso un segno grafico intenso e inventivo vediamo trascorrere nei volti dei personaggi la paura, il dolore, lo spaesamento, l’offesa della violenza, delle torture, degli stupri, le lacrime dei pianti non risarciti dal conforto. La storia di Etenesh si fa affresco dell’infamia del nostro mondo che sacrifica all’egoismo dei nostri privilegi le vite di nostri simili che hanno l’unica colpa di essere nati dove sono nati. Questo fumetto sa fondere la crudezza di un reportage con la commozione di una piccola grande storia».  Il libro riporta anche un’interessante postfazione di Nicola Grigion e un’intervista dello stesso Castaldi all’etiope Dagmawi Yimer, originario di uno dei quartieri più poveri di Addis Abeba, sbarcato a Lampedusa il 30 luglio 2006.

7) Non c’è da meravigliarsi che La crepa, di Carlos Spottorno e Guillemo Abril (Add) abbia ricevuto importanti riconoscimenti e che gli autori abbiano vinto il World Press Photo 2015. Questo libro è frutto di un lavoro immane, serio, accurato, sentito. Tre anni di viaggi, 25mila foto, 15 quaderni di appunti. Il fotografo Spottorno e il giornalista  Abril hanno attraversato diversi Stati per documentare da vicino quel che accade alle frontiere dell’Unione europea, per raccontare le rotte dei migranti, le loro storie. Dal Marocco alla Turchia, da Lampedusa all’Ungheria, sino all’Ucraina e alla Finlandia, un graphic novel fotogiornalistico potente, un reportage che scava nei meandri della grande crepa europea, quella frontiera esterna che segna una vera e propria spaccatura: tra chi è “dentro” e chi è “fuori”. Il viaggio inizia nel 2013, poco dopo la morte di 366 persone davanti alle coste di Lampedusa: «Dicembre 2013. Due mesi dopo il naufragio. La caporedattrice di El Pais Semanal viene da me -scrive Abril-. Diretta, come sempre, esordisce: “Voglio che tu parta per le frontiere dell’Europa. Chiama Spottorno, scegliete tre o quattro destinazioni. Le zone più calde. E vi piazzate lì, dove ci sono recinzioni e polizia. Sul confine”». Ed è così che prende il via il tutto, prima tappa quel pezzetto di Spagna in Africa chiamato Melilla. Sogni, speranze, frammenti di vite spezzate, le operazioni di soccorso di Mare Nostrum, a bordo della fregata italiana Grecale, il barcone di profughi, il salvataggio, per primi, di neonati e bambini, come la giovanissima che campeggia nella foto copertina del libro, e che parla da sola. Le pagine sono composte di fotografie che già di per sé sono notizie, che hanno una grande forza comunicativa; danno subito l’idea del contesto e sono in grado di trasmettere, attraverso sguardi e dettagli, i desideri, i sentimenti, i pensieri. L’autore le ha ritoccate utilizzando uno speciale filtro, per rendere più netti i contrasti, mentre Abril spiega in maniera chiara, concisa, asciutta ma mai distaccata, quel che la vista coglie, fornendo informazioni giornalistiche precise ed esaurienti. «La Crepa è un’esperienza umana ed etica per il rispetto e la passione con cui gli autori indagano i confini slabbrati e arrugginiti di quello stato mentale che siamo soliti chiamare Europa -sottolinea Fabio Geda nella prefazione-. È una storia di uomini e di donne. Di ciò che siamo e ciò che vogliamo diventare».
E fanno riflettere le parole riportate dagli autori in apertura del libro, scritte dal grande giornalista polacco Ryszard Kapuscinski in Imperium: “Quante vittime, quanto sangue, quanto dolore legati alla questione delle frontiere!”

8) Stagioni. Quattro racconti (e mezzo) per Emergency (Tunuè), racconta con i disegni e le parole  cinque storie di fuga, dolore e talvolta speranza, firmate professionisti del fumetto.   Si inizia con le vicende dei piccoli Ike e Kumba, protagonisti di Storm, di Bruscoli e Campana. In fuga da un’epidemia di ebola, i due ragazzini riescono a rifugiarsi in un ospedale da campo di Emergency, e poi in un centro di raccolta dedicato agli orfani, mantenendo vivo un messaggio di speranza e di fiducia nella vita. A differenza di quel che viene narrato in Skin e Sky, di Bruscoli e Binni, ambientato in Sierra Leone nel corso della guerra civile: si tratta del racconto più drammatico di tutto il libro, che consente al lettore di calarsi nella tragicità della realtà quotidiana descritta, resa ancora più efficace da un sapiente uso del disegno, dei colori, dell’attenzione all’ambientazione. Ne I fidanzati della morte, di Pasqui e Piccoli, siamo a Livorno, nel 1999, e si parla di mine: un nonno, vedendo l’impegno del nipote per la campagna anti-mine, decide di raccontargli una parte della sua vita che risale al 1945, periodo in cui iniziò a lavorare come rastrellatore di mine. Il corso di addestramento, l’attività di bonifica sul campo, accompagnata dalla paura, la perdita di un amico caro, saltato per aria, la decisione di cambiare mestiere. Un incontro tra generazioni, accomunato dalla volontà di mettere al bando queste armi.
Ruota intorno ad Abdullah Una storia lunga un sogno, di Pasqui e Gud: dall’Afghanistan all’Italia, un viaggio complesso, colmo di sofferenze, con il terrore dei talebani, le difficoltà ad essere accettati in un paese che non è il proprio, la voglia di farcela, grazie anche all’aiuto dei volontari. A chiudere il volume Gubuldin, di Maccaroni, Rocchi e Carità: al centro l’esperienza del ragazzo che dà il titolo all’episodio, team leader in un ospedale di Emergency a Lashkar Gah, sempre in Afghanistan.

(Paola Babich)

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