Fondazione Moleskine, intervista al ceo Adama Sanneh

di Stefania Ragusa
Tempo di lettura stimato: 3 minuti

Da quando ha visto la luce, la Fondazione Moleskine (che inizialmente si chiamava però Lettera 27) ha sempre scommesso sulla conoscenza e la creatività come binomio trasformativo della società e guardato con attenzione all’Africa. Non per spirito assistenziale, ma per un genuino interesse verso il fermento che attraversa il continente e il suo grande potenziale. Where is the South,  la mostra virtuale che la fondazione ha inaugurato il 1° ottobre e che sarà “visitabile” sulla sua pagina Instagram almeno fino alla fine del mese, non è però una mostra sull’Africa.

«È il risultato di AtWork, serie di workshop educativi e itineranti realizzati finora in cinque nazioni – Gabon, Italia, Mozambico, Regno Unito, Stati Uniti – e riunisce le rielaborazioni dei taccuini Moleskine operate da 90 giovani partecipanti, che hanno dato forma al loro concetto e alla loro visione del “sud”, ci spiega l’amministratore delegato Adama Sanneh. «Un lavoro polisemico in cui domande personali e politiche si intersecano, in una sorta di viaggio interiore». Una mostra, come evidenziato da Simon Njami, «che rivela efficacemente come non ci sia alcun “sud” senza lo sguardo di cui lo investiamo». Il noto curatore di origine camerunese, tra i fondatori della Revue Noire, è oggi advisor di Fondazione Moleskine e co-creatore di AtWork. La sua visione dell’Africa e dell’arte africana come ambiti che non ha senso considerare “a parte”, perché inseriti a pieno titolo nello scenario globale, è condivisa da Sanneh. E probabilmente non è un caso che anche il modo di selezionare i partecipanti ai workshop ricordi quello con cui Revue Noire selezionava gli artisti che avrebbero avuto spazio sulle sue pagine: una prima cernita affidata a un comitato locale e poi una seconda selezione, sempre in stretto contatto con partner territoriali, senza mai calare dall’alto.

Simon Njami (al centro)

«C’è questa affinità di metodo e di visione», conferma l’amministratore delegato. « Ma c’è anche qualcosa di diverso e caratterizzante: il nostro focus è sull’istruzione di qualità. Il nostro obiettivo è favorire l’accesso alla conoscenza in tutto il mondo, produrre un cambiamento verso il meglio attraverso processi educativi  e formativi non convenzionali».

L’Africa ha preso ben presto un posto centrale nella vostra attività. Come mai? «L’Africa nelle sue varie dimensioni è una grande fonte di ispirazione, un laboratorio straordinario nella costruzione di nuovi linguaggi. È stato abbastanza naturale quindi rivolgersi a questo continente. Ma a favore hanno giocato anche una serie di incontri fortunati, a cominciare da quello con Njami e con Ntone Edjabe, fondatore nel 2002 in SudAfrica di Chimurenga, una rivista il cui nome vuol dire “lotta rivoluzionaria».

Uno dei progetti più incisivi della Fondazione è Wikiafrica, un’iniziativa con cui siete riusciti a dare maggiore e migliore viisbilità all’Africa su Wikipedia. «Dal lancio ad oggi, WikiAfrica ha totalizzato oltre 40.000 contributi, che comprendono testi, immagini, citazioni, file audio e video. Ma, soprattutto, ha coinvolto nella redazione dei testi le scuole, facendo sì che da luoghi fruitori di cultura si trasformassero anche in luoghi produttori. Nel periodo della pandemia ci si è attivati  con la campagna The solution will not be televised per rendere disponibili in16 lingue africane informazioni e articoli sul virus.

Parliamo di AtWork «Ha preso il via nel 2012 a Dakar e da allora continua a viaggiare per il continente africano e oltre, perseguendo la visione di ispirare una rete panafricana e globale di pensatori creativi. Abbiamo creato una comunità con più di 500 persone che dialogano tra di loro. I capisaldi del paradigma AtWork sono: pensiero critico, approccio all’apprendimento permanente, attitudine al cambiamento. Covid-19 permettendo, è previsto un nuovo tour nel 2021»

Poi c’è Folios, rivista da collezione che ha visto la luce nel 2019 e che è arrivata ormai al terzo numero… «Folios nasce con l’obiettivo di approfondire e dare risalto ai nostri programmi e alle nostre iniziative, attraverso le voci e le esperienze dei partner e dei beneficiari. Ogni numero è monografico. Il primo, uscito in occasione della mostra I had a Dream da noi organizzata a New York  nel 2019, permette di scoprire cento dei nostri taccuini d’autore, quelli appunto esposti al The Africa Center di Harlem».

I taccuini d’autore sono il cuore della collezione Moleskine. Quanti sono? E dove si trovano? «Sono più di mille, conservati in un caveau perché sarebbe impossibile esporli tutti insieme. Noi però ci impegnamo molto per creare occasioni di esposizione, anche se ovviamente sempre limitate a un certo numero di opere. Molti di questi taccuini provengono dalla creatività di giovani coinvolti nelle nostre attività. Altri sono stati firmati da artisti affermati, che ce li hanno donati per aiutarci a portare avanti l’attività della Fondazione. L’archivio della collezione è comunque consultabile on line».

L’idea che cultura e impegno possano trasformare in meglio il mondo è bella, ma a volte sembra scontrarsi con una realtà deprimente e scoraggiante. Come fa lei a non scoraggiarsi? «Non mi scoraggio perché non posso farlo. Come dice James Baldwin, in I’m not your negro: “Non posso essere pessimista, perché sono vivo”».

(Stefania Ragusa)

Taccuini esposti a Where is the South?

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