Etiopia: i combattimenti donga nella Bassa Valle dell’Omo

di Matteo Merletto
Etiopia: i combattimenti donga nella Bassa Valle dell’Omo
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Nel Sud dell’Etiopia i tradizionali duelli coi bastoni dei giovani mursi e surma sono un’occasione per ostentare forza e coraggio. Ma soprattutto un sistema efficace per risolvere conflitti e tensioni.

Prendersi a bastonate è un comportamento evolutivo. Lo fanno anche gli scimpanzé, oltre ai praticanti del kendō, l’arte marziale giapponese che mitiga gli effetti della spada; a detta loro, la pratica richiede il mushin, la “mente vuota”. Non ne dubito. Quando ero tra i Boscimani del Kalahari, i bambini (maschi nel 90% dei casi) afferravano bastoncini e subito percuotevano il suolo, per poi aggredire chiunque si trovasse alla loro portata. Lo facevano, però, con la “faccia rilassata a bocca aperta”, come la definiscono gli etologi. In ogni caso il gioco violento era tollerato fino ai due anni di età. Dopo, gli adulti reagivano a “muso duro”, minacciando ritorsioni analoghe.

I Boscimani sono cacciatori-raccoglitori e non devono difendere i campi, il bestiame o combattere i nemici. La violenza ritualizzata intraspecifica è invece propedeutica ai combattimenti contro i gruppi esterni. Tale violenza è una performance stereotipata in cui i partecipanti credono che le bastonate possano proteggere, purificare o arricchire di forza e coraggio i singoli partecipanti e il gruppo, tramite una mistica del combattimento che va oltre il mondo sensoriale: non si prova dolore.

Non per sport

Questo è il caso di due popolazioni agropastorali nei pressi della Valle dell’Omo, i Mursi e i Surma (vedi box etnografico). Entrambe mantengono caratteristiche culturali specifiche, ma usano la lotta con i bastoni per lo stesso motivo: la gestione interna delle relazioni tra sezioni territoriali in conflitto, da connettersi a società (formazione di guerrieri) e sessualità (ricerca di partner matrimoniali).

In ambo i casi, contrariamente a quanto suggerirebbe la sociobiologia, il successo nel combattimento non è valutato di per sé o per un qualche vantaggio riproduttivo, almeno in senso statistico: per loro, darsi bastonate non è uno sport e non permette di avere più fanciulle. La violenza ritualizzata di questi scontri, inoltre, è assai diversa da quella usata per difendersi o attaccare i vicini, oggetto di guerra perpetua. Era così anche quando i kalashnikov non avevano ancora invaso l’area, ai tempi della mia prima visita lungo il fiume Omo nei primi anni Ottanta.

Stato di trance

Tra i Mursi, il bastone da duello è detto donga; lungo un paio di metri, pesa poco meno di un chilo. Ogni sottogruppo ne sagoma l’estremità a modo suo: il donga è portatore di identità. Per regola, non può essere puntato verso l’avversario: ecco la differenza con la lancia, strumento per la guerra esterna. Le mosse dello scontro sono pertanto simili a quelle della scherma, con finte e controfinte. Le protezioni (tumoga) in stoffa e vimini sono agli avambracci, agli stinchi e alla testa, per parare i colpi. È una corazza da duello, come nel kendō, a sottolineare la ”anormalità” temporanea dei contendenti, appartenenti a differenti sezioni, ma della stessa età.

I duellanti cacciano urla intimidatorie (come fanno gli scimpanzé) e possono finire in uno stato di semi-trance (una forma di anestetico), tra l’indifferenza degli astanti. C’è un arbitro, che usa il suo bastone per separare i duellanti scorretti, anche se i colpi proibiti sono pochi: entrambi cercano di farsi male per davvero. L’ingaggio termina per manifesta inferiorità, anche se il soccombente rifiuta il ritiro, che viene forzato dai compagni di sezione. I giovani mursi ritengono sia altrettanto onorevole infliggere colpi che riceverli.

A quel punto, le protezioni vengono indossate da altri due giovani, e lo scontro riprende. Il tutto può durare almeno dall’alba al tramonto, ma anche per una settimana in tempi “grassi” come durante il raccolto. Ogni tanto, le donne distribuiscono polentina di miglio agli spettatori.

Non uccidere

Tra i Surma, i meccanismi operativi del combattimento sono identici. Anche qui il bastone si chiama donga, e la sessione di duello sagenai. Ancora una volta si tratta di mostrare alle donne nubili forza e resistenza al dolore, oltre che di risolvere conflitti tra sottogruppi. Il giorno prima del duello, a digiuno, i contendenti si purificano bevendo una tisana (dokai) ricavata dal cespuglio Harrisonia abyssinica, utile anche come vermifugo. A quel punto devono vomitare, il che porta via le impurità interne. Alcuni bevono sangue salassato da una vacca, in quanto “ricco di vitamine”. Mentre raggiungono l’area di duello, i giovani si decorano a vicenda il corpo con del caolino. Si tratta di una body art assai sofisticata dal punto di vista grafico, con lo scopo di mostrare bellezza e virilità. Alle pitture si aggiungono collane di perline ottenute da fanciulle dopo duelli precedenti; infatti, alla fine dello scontro, il vincitore punta il bastone verso la fanciulla prescelta, la quale accetta il gesto fallico infilando una collana sul donga.

I duelli sono a eliminazione diretta e man mano che diminuiscono i contendenti aumenta l’isteria tra gli spettatori. Come nel calcio nostrano, spesso scoppiano risse fomentate dalla birra locale e da vecchi rancori. Le regole d’ingaggio sono poche: perdere un occhio o un pezzo di cuoio capelluto è ok; essenzialmente non si deve uccidere l’avversario.

(testo di Alberto Salza – foto di Eric Lafforgue)

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