L’Uganda ha ordinato la chiusura del confine con la Repubblica Democratica del Congo (Rdc) nel tentativo di arginare la diffusione di una rara e pericolosa variante del virus Ebola: il ceppo Bundibugyo. Il provvedimento di Kampala si contrappone alle linee guida emanate dall’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), ma il governo ugandese ha giustificato la decisione sottolineando i crescenti timori di un contagio di massa in Africa orientale. Per questa specifica variante, infatti, non esistono ancora farmaci o vaccini approvati.
La decisione è stata presa da una task force locale ugandese dopo che diversi operatori sanitari del Paese sono rimasti esposti al virus a causa di pazienti congolesi che avevano attraversato la frontiera prima del 15 maggio, data in cui è stata dichiarata ufficialmente l’epidemia nell’est del Congo. Secondo una nota di Kampala, il blocco delle frontiere è «temporaneo, con effetto immediato». Diana Atwine, portavoce del ministero della Salute ugandese, ha specificato alla stampa che gli attraversamenti saranno autorizzati solo per motivate emergenze umanitarie, sanitarie, di sicurezza o per il trasporto merci. Chiunque riceverà il permesso di entrare in Uganda dalla Rdc sarà comunque sottoposto a un isolamento obbligatorio di 21 giorni.
I dati epidemiologici diffusi dai rispettivi ministeri della Salute mostrano un quadro in rapida evoluzione. Al 27 maggio, in Rdc la situazione resta la più grave, con 1.077 casi sospetti e 121 già confermati, mentre il bilancio delle vittime ha raggiunto i 246 decessi sospetti e 17 confermati. In Uganda, invece, il bilancio ufficiale registra al momento 7 casi confermati e un decesso. Per far fronte all’emergenza, all’aeroporto ugandese di Entebbe è atterrato un aereo cargo organizzato dalla sezione belga di Medici senza frontiere (Msf) con quasi 70 tonnellate di aiuti, contenente oltre 5.000 scatole di medicinali, mascherine, tute protettive e DPI.
L’epidemia sta colpendo duramente il personale in prima linea. Secondo il ministero della Salute congolese, almeno sei operatori sanitari hanno già perso la vita. Bakandi Mbula Felly, coordinatore dell’Ong Save the medical profession, ha espresso all’emittente Rfi il forte timore che il virus possa decimare il personale medico locale. Al dramma dei medici si aggiunge quello dei soccorritori: tre volontari della Croce Rossa congolese sono morti nell’Ituri, probabilmente dopo aver contratto la malattia, spingendo la Federazione internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa a lanciare un urgente appello alla solidarietà internazionale.
La gestione dell’emergenza è però pesantemente ostacolata da una drammatica carenza di risorse. Il contenimento del virus si scontra con il drastico taglio dei finanziamenti statunitensi di Usaid per la Rdc, crollati dagli 1,4 miliardi di dollari del 2024 ad appena 21 milioni per il 2026. A questo si somma il formale disimpegno di Washington dall’Oms, che ha svuotato i fondi globali per le emergenze. Questo prosciugamento finanziario ha messo in ginocchio la rete umanitaria sul campo: l’International Rescue Committee è stato costretto a chiudere il 60% delle proprie strutture sanitarie nell’epicentro del contagio, centinaia di operatori locali addetti al tracciamento dei contatti sono stati licenziati e i progetti idrici essenziali per garantire l’igiene sono stati bloccati. Senza i fondi preventivi che in passato permettevano di isolare i focolai in meno di 48 ore, la sorveglianza precoce è stata smantellata, lasciando il contenimento di Ebola ancorato ai soli e fragili metodi tradizionali.



