Diffusione di contenuti dannosi, gli etiopi fanno causa a Meta

di claudia
tecnologia, facebook, social

Dopo anni di accuse rivolte alla società Meta, proprietaria di Facebook e Instagram, per non aver saputo far rispettare il codice di comportamento degli utenti e fermare in maniera adeguata sulle sue piattaforme contenuti dannosi e d’incitamento all’odio in Etiopia, devastata dal conflitto civile, la faccenda ora è finita in tribunale. A fare luce sulla questione è il Time, che riporta l’identità e la storia di uno dei querelanti contro la società statunitense: Abrham Meareg, un tigrino il cui padre è stato ucciso in un attacco del quale, secondo lui, avrebbe responsabilità la disinformazione di matrice etnica condivisa sulla piattaforma.

Il padre di Meareg, Amare, era professore di chimica presso la Bahir Dar University nella regione di Amhara in Etiopia. Essendo tigrino costituiva una minoranza etnica nella regione. Secondo la dichiarazione del querelante rilasciata in tribunale a Nairobi, nell’autunno del 2021 il padre di Abrham è stato seguito a casa da un gruppo di uomini che gli ha sparato, uccidendolo. L’uomo, riporta il Times che cita gli atti di tribunale, è rimasto morente in strada senza che nessuno prestasse soccorso per ore. Il fatto, secondo le dichiarazioni di Abrham Meareg, sarebbe il risultato di una campagna d’odio contro il professore iniziata mesi prima sui social network.

Nell’autunno del 2021, con l’escalation del conflitto tra Amhara e Tigray nella guerra civile etiope, diversi account su Facebook hanno condiviso il nome e la fotografia di Amare accusandolo di essere un “serpente” e di rappresentare una minaccia per l’etnia Amhara. All’epoca il figlio aveva visto e riportato molti dei post sulla piattaforma come denuncia, ma nonostante ciò secondo la dichiarazione del testimone, Facebook non li avrebbe rimossi.

Se già in passato Meta era stata ampiamente criticata per aver veicolato e non rimosso messaggi e commenti di questo tipo, è la prima volta che viene intentata una causa legale. Tra i querelanti in tribunale a Nairobi presente anche l’ex ricercatrice di Amnesty International, Fisseha Tekle, la quale ha raccolto negli anni prove di post su Facebook che secondo la causa avrebbero contribuito a omicidi nel mondo reale.

Benché la società possieda già una rigida policy che prevede la rimozione dei post che incitano all’odio e alla violenza, i querelanti hanno intentato la causa per chiedere ed ottenere da Meta un maggiore controllo e misure necessarie per contrastare il fenomeno, come l’introduzione di più moderatori. Inoltre i querelanti chiedono l’istituzione di un fondo per sostenere le vittime. Il portavoce di Meta ha detto in una dichiarazione che la società “si avvale di personale con conoscenze e competenze locali e continuerà a sviluppare le proprie capacità per individuare i contenuti che violano il codice di comportamento nelle lingue più parlate nel paese, tra cui amarico, oromo, somalo e tigrino”.

“Non investire adeguatamente nel mercato africano ha già causato la morte di africani a causa di sistemi non sicuri. Gli utenti africani di Facebook meritano di meglio. Ancora più importante, gli africani meritano di essere protetti dal caos causato dal sottoinvestimento nella protezione dei diritti umani”, ha commentato Mercy Mutemi, l’avvocato che rappresenta i querelanti.

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