Non ĆØ necessario avere il mal dāAfrica per godersi la mostra Ex Africa, aperta nel cuore di Bologna fino allā8 settembre. Oltre 270 pezzi provenienti da 27 musei prestatori europei e dalla National Commission for Museums and Monuments of Nigeria. Si tratta di opere che coprono l’arco temporale di un millennio, dalle figure ancestrali Soninke (Mali) a opere di artisti contemporanei come il ghanese El Anatsui o il mozambicano GonƧalo Mabunda ā giusto per dare al visitatore un’idea che la storia dell’arte continua, non si ĆØ fermata ai mirabili avori afro-portoghesi del XV-XVI secolo o alle placche di ottone del palazzo reale di Benin City (Nigeria) saccheggiate dagli inglesi nel 1897 (molte delle quali rimaste nel British Museum).
“Arte”, abbiamo detto, perchĆ© l’esposizione bolognese ā la più vasta nel suo genere mai allestita in Italia e, secondo il co-curatore Gigi Pezzoli, senza dubbio anche Ā«l’ultimaĀ» ā punta proprio a mostrare e dimostrare che il continente africano ha prodotto un patrimonio di oggetti che non hanno un interesse solo di tipo etnografico ma prettamente artistico.
L’assunto non ĆØ più nuovo, fortunatamente, ma ci sono volute la competenza e l’ostinazione antesignana di un Ezio Bassani, per l’Italia e non solo, per approdare a questa convinzione. E Bassani ĆØ l’altro curatore della mostra, scomparso ultranovantenne nell’agosto 2018, quando la preparazione di Ex Africa era ormai in fase avanzata. La definizione di cosa sia “arte”, in realtĆ , ĆØ oggi diventata problematica, ma Bassani si atteneva a quella classica di Ā«perfezione formaleĀ». Lo ribadisce anche in un suo testo presente nel catalogo Skira della mostra (Ex Africa. Storie e identitĆ di un’arte universale, pp. 360, ⬠39,00). Ā«Io credo che la perfezione formale ā scrive Bassani in uno dei testi del catalogo ā sia una qualitĆ intrinseca di ogni opera d’arte e sia il risultato di scelte coscienti dell’autore. […] eppure le creazioni degli artisti dell’Africa nera hanno dovuto aspettare il secondo dopoguerra del XX secolo per affermare la loro valenza artistica entrando, senza pregiudizi e condizionamenti etnografici, nell’universo delle arti tout courtĀ».
Risulta particolarmente interessante, in proposito, evidenziare un altro “pregiudizio” da sfatare, e cioĆØ l’anonimia degli artisti. Le opere africane sono state sempre viste come il prodotto di un lavoro collettivo, sostanzialmente ripetitivo, in cui la personalitĆ del singolo artigiano/artista si annulla a vantaggio di un non meglio precisato soggetto comunitario. Ora, che per intuibili motivi sia oggi impossibile dare un nome e cognome agli autori di opere come quelle esposte a Bologna ĆØ pacifico; ciò non toglie che sia possibile individuare comunque delle forti personalitĆ artistiche.
Una delle sezioni della mostra ĆØ appunto dedicata a mostrare come statue o maschere possano rivelare una mano personale creativa e innovativa. Qui sono particolarmente eloquenti, in questo senso, le figure Mumuye (Nigeria) del cosiddetto “Maestro di Tara”, come pure maschere Lwalu e sculture LegaĀ (Rd Congo). Il curatore di questa sezione, Bernard de Grunne, che nel 2001 aveva giĆ dedicato a Ā«oltre sedici straordinari artisti dell’Africa subsahariana e le loro bottegheĀ» una mostra a Bruxelles, spiega: Ā«La mia ricerca era ed ĆØ ispirata a un principio guida, ovvero l’identificazione dei grandi artisti il cui stile sembra essere più sviluppato e classico, cioĆØ di quegli artisti che ā come disse Henri Foucillon per i grandi scultori medievali ā hanno “definito il canone”Ā».
(Pier Maria Mazzola)
Vedi anche: Ex Africa, a Bologna: lāevento dellāanno sullāarte africana


