Carbone vegetale: un business che sta distruggendo le foreste africane

di claudia
carbone vegetale

Quello del carbone vegetale è un business che dà lavoro a 40 milioni di persone, ma gli effetti per l’ambiente e per la salute sono devastanti. In Europa lo usiamo soprattutto per accendere i barbecue di ferragosto, in Africa è utilizzato quotidianamente per usi domestici. L’Uganda sta cercando soluzioni alternative.

di Mariachiara Boldrini

File di uomini spingono biciclette cariche di sacchi di carbonella, donne sedute su sgabelli a bordo strada vendono secchi di cubi neri. Sono scene comuni per chi viaggia in Africa, dove il carbone vegetale è ancora oggi il combustibile più usato – più prodotto e più commercializzato – in città come nelle zone rurali e dove, secondo un recente studio della Fao, rappresenta la fonte di energia primaria per l’80% delle famiglie. A sud del Sahara se ne consumano ogni anno 23 milioni di tonnellate.

Viene ricavato da un particolare processo di combustione a basso contenuto di ossigeno chiamato pirolisi o carbonizzazione, che trasforma il legno in piccoli pezzi di “puro carbonio”, molto più efficienti del normale legname. La legna è ottenuta dai proprietari terrieri, che concedono l’accesso ai terreni sotto pagamento, o gratuitamente nelle terre pubbliche scarsamente regolamentare. Vaste regioni di boscaglia e di foresta sono state letteralmente devastate negli ultimi trent’anni proprio a causa di questa attività. I bruciatori producono la carbonella senza forni veri e propri, gettando semplicemente della terra sulla legna ardente, così da farla bruciare lentamente e a basse temperature (per evitare che il legno diventi cenere) anche per una decina di giorni.

Il settore, che vede un giro d’affari di decine di miliardi di dollari, è un’importante rete di sicurezza per i piccoli produttori locali, i trasportatori e i piccoli commercianti. Circa 40 milioni di persone ne ricavano un impiego. Ghana, Nigeria ed Etiopia sono in cima alla lista dei Paesi africani dove viene più prodotta carbonella vegetale, ma nessun angolo del continente ne è esente. L’urbanizzazione crescente e la rapida crescita demografica ne determinano un incremento costante della domanda, nonostante siano molteplici i rischi per la salute e per l’ambiente sin dal processo di produzione.

Deforestazione e inquinamento

La produzione di carbone vegetale è uno dei principali fattori di degrado delle foreste nell’Africa subsahariana. Secondo la Banca Africana di Sviluppo, l’Uganda perde ogni anno circa 200.000 ettari di copertura forestale e questo ha comportato, dagli anni ’80, una riduzione del territorio boscoso del 16,5%. Nella sola Nigeria, dove le foreste coprono oramai solo il 4% del territorio, il taglio degli alberi distrugge ogni anno circa 350mila ettari di boscaglia. Il disboscamento è, assieme all’industria petrolifera, la principale minaccia per la sopravvivenza dell’ecosistema della Riserva forestale di Edumanom, una zona tropicale di 9mila ettari situata nel Delta del Niger, casa degli ultimi scimpanzè nigeriani.  

Il territorio dello Zambia è coperto per il 60% da foreste, ma Lusaka è trai paesi africani con il più alto tasso di deforestazione e secondo le Nazioni Unite la produzione di carbone vegetale è la principale causa dei 300mila ettari disboscati ogni anno, con la conseguente drastica riduzione delle scorte di funghi e frutti selvatici da cui dipendono persone e animali. Non va meglio nel Corno d’Africa. La pressione demografica – e la crescente domanda di combustibile domestico – ha fatto sparire il 95% dei boschi che solo cinquant’anni fa prosperavano sull’acrocoro etiopico. Non solo.

A causa del disboscamento a fini carboniferi, l’albero sempreverde di acacia, in Somalia un alleato prezioso per allevatori e coltivatori contro la siccità, è stato dichiarato una specie in via d’estinzione e la sua scomparsa sta generando un aumento dell’insicurezza alimentare.

Una famiglia liberiana raccoglie carbone vegetale prodotto attraverso la “pirolisi”, combustione di legname ad alta temperatura in assenza di ossigeno, ovvero senza fiamma – Foto di Robin Hammond/Panos /LUZ

Divieti e regolamentazione

Le dimensioni del problema hanno spinto molti governi africani a intervenire per ridurre gli aspetti negativi del commercio del carbone. Camerun, Ciad, Kenya e Nigeria hanno vietato l’esportazione, ma la misura non ha fatto altro che rafforzare le attività illecite. Sempre più spesso il trasporto verso le zone urbane avviene di notte nella speranza di aggirare la polizia, a cui non di rado vengono elargite tangenti in cambio del passaggio. La mancanza di regolamentazione genera un terreno fertile per l’insidiarsi dei traffici criminali. Il rapporto di Unep e Interpol, The Environmental Crime Crisis, stima che milizie e gruppi terroristici nei paesi africani dove sono in corso conflitti – fra cui Mali, Repubblica Centrafricana, RD Congo e Sudan – possono guadagnare fra i 111 e i 289 milioni di dollari all’anno fra mazzette e partecipazione attiva al commercio illegale del carbone. In Somalia, dove il traffico del carbone è ufficialmente vietato dal 1969, il business dei contrabbandieri prospera: l’80% del carbone prodotto dalle comunità somale è esportato illegalmente nei paesi del Golfo dai gruppi terroristici e dalle milizie locali, che riescono così auto – finanziarsi. Al danno per i governi africani si aggiunge la beffa: l’ampia informalità del settore alimenta l’evasione fiscale impoverendo le casse degli Stati; la Fao stima che le perdite per tasse non pagate si collochino, a livello continentale, fra il miliardo e mezzo e i 3,9 miliardi di dollari. Un esempio tra i tanti: la Tanzania ha distrutto negli ultimi 50 anni ben un terzo delle sue risorse forestali e la produzione di carbonella vegetale è stata causa di 100 milioni di dollari di tasse non riscosse.In Ghana il governo sta tentando di regolamentare l’attività, imponendo quantità massime di legname tagliabile, in aree circoscritte, e tassando i piccoli produttori. Ma i controlli sono insufficienti per arginare il fenomeno dei tagli indiscriminati. Molti sono gli Stati che hanno vietato ai piccoli proprietari di produrre carbone vegetale senza permesso. In Malawi le multe per l’inosservanza del divieto possono arrivare fino a dieci anni di reclusione, ma la legge è rimasta sulla carta.

In assenza di opzioni più economiche, gli africani continuano ad utilizzare il carbone vegetale per soddisfare i loro bisogni energetici di base e le strategie scelte fino ad ora non hanno trovato soluzione né alle problematiche ambientali né a quelle salutari. Tutto ciò che brucia è dannoso anche per la salute umana e quando le carbonelle vengono bruciate per scopi domestici di riscaldamento o cucina i rischi per la salute dei consumatori sono ingenti. I bracieri tradizionali producono concentrazioni dannose di Pm10 (polveri sottili) e monossido di carbonio che sono causa milioni di patologie e infezioni respiratorie, di cui restano vittime ogni anno circa 600.000 persone.

Donne congolesi recuperano sacchi di carbonella vegetale prodotta con il legname della foresta – Foto di Marco Gualazzini

L’esempio ugandese

Le opzioni per rinnovare il mercato, secondo Nora Berrahmouni, funzionario forestale senior della FAO, ci sono: bisognerebbe, per esempio, “incentivare un’estrazione del legno più sostenibile – tagliando un ramo piuttosto che l’intero albero per consentire la ricrescita – o utilizzare forni a carbone migliorati che necessitano di minori quantità di carbone”.

L’Uganda, per far fronte alla massiccia deforestazione e non gettare i piccoli produttori nel braccio della povertà, è diventata simbolo di innovazione mettendo in atto un sistema che vede gli agricoltori coltivare alberi sia per il legname che per la legna da carbone su aree degradate della foresta. Kampala, inoltre, ha compreso la necessità di una riduzione del carbonio prodotto dal settore carbonifero e grazie agli investimenti privati sta facendo scuola sperimentando modalità alternative di produzione di energia da biomassa, come quella proposta da Sanga Moses, giovane contabile che ha lasciato il lavoro per creare Eco – Fuel Africa, un’azienda che produce carbone a partire dagli scarti alimentari. Banane secche, caffè e rifiuti agricoli possono diventare fonti energetiche di recupero e propulsore di emancipazione per le donne, che rivendono i bricchetti di combustibile da ardere al mercato locale. Le agenzie governative e le organizzazioni non governative stanno incentivando la produzione su larga scala di questa nuova fonte di energia, che costa ancora meno della carbonella e non genera fumo. È una storia nuova, quella del “carbone verde”.

Foto di apertura: Abbie Trayler-Smith/Panos/LUZ

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