Benin: il presidente-imprenditore punta al rinnovo

di Valentina Milani
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Da re degli affari a presidente della Repubblica del Benin: il multimilionario Patrice Talon, entrato in carica cinque anni fa, guida il Paese come un’azienda e inanella successi economici, senza prendersi troppa cura dei diritti civili, in particolare degli oppositori. Con queste premesse, alle elezioni dell’11 aprile, punterà a conquistare il secondo mandato alla guida della nazione.

Fu un braccio di ferro con l’ex presidente Thomas Yayi Boni, che Talon aveva sostenuto nel 2006 e nel 2011 verso l’elezione alla magistratura suprema, a suscitare l’interesse del multimilionario verso la politica. Da attivo sostenitore – anche dal punto di vista economico – Talon divenne un rivale, accusato di malversazioni, di aver cercato di avvelenare Yayi Boni e di attentato alla sicurezza dello Stato. Per questi motivi, Talon scelse l’esilio a Parigi, fino al perdono, concesso nel 2014 da Yayi Boni. Schierato contro l’ipotesi di un terzo mandato, Talon fece un ritorno trionfante, forte dell’immagine dell’uomo di successo in grado di far sbocciare lo sviluppo del Benin. Ben noto in patria per essere il principale operatore nazionale della filiera del cotone, Talon è in realtà l’uomo chiave di una holding, la Sfc, che investe in diversi settori.

Dal punto di vista della performance economica, Talon guida il Paese come un’azienda e produce risultati. “Il suo metodo è certamente diretto, ma lo rivendica tanto più facilmente quanto, a livello economico e sociale, i risultati del Ceo della ‘Benin Inc.’ sono difficilmente discutibili”, scrive il direttore di Jeune Afrique, François Soudan.

Tra il 2011 e il 2015, la crescita media del Benin è stata del 4,5%, mentre nei primi quattro anni del governo Talon (2016-2019) è salito al 5,5%. Nel 2020, nonostante la pandemia covid-19 e le conseguenze della chiusura dei confini nigeriani, il Paese è stato uno dei pochi al mondo a mantenere una crescita economica positiva, stimata al 2,3% dalla Banca africana per lo sviluppo. Il Paese è uscito dalla lista dei 25 Stati meno avanzati ed è entrato in quella dei Paesi a reddito intermedio. Il reddito pro-capite è passato da 870 dollari a 1250 dollari sotto il primo mandato di Talon. Nella classifica dell’indice di sviluppo umano, e anche se la sua performance rimane al di sotto della media continentale, il Benin è il primo nella zona di Uemoa e il quarto in Africa occidentale. Gli sforzi nella lotta alla corruzione hanno fatto guadagnare all’ex Dahomey quindici posti nella classifica di Transparency International e quattro nella classifica “Doing Business”. Un migliaio di chilometri di strade sono state costruite ed è migliorato l’accesso all’elettricità.

L’altra faccia della medaglia è la svolta autoritaria sulla scena politica attribuita a Talon. Con l’intento dichiarato di mettere ordine in un sistema politico poco disciplinato e dispersivo, il presidente ha promosso modifiche al codice elettorale che hanno mandato su tutte le furie l’opposizione. Con il risultato che i veri detrattori della maggioranza non siedono in Parlamento e non sono riusciti a ottenere gli endorsment imposti dalle nuove regole per candidarsi alle presidenziali. Un metodo drastico che consente a Talon di procedere in fretta con le riforme che vuole implementare nel suo Paese.

L’organizzazione Amnesty International ha denunciato leggi elettorali che favoriscono l’esclusione e arresti di oppositori e voci critiche. Una delle aspiranti candidate alla presidenza, Reckya Madougou, è detenuta dal 3 marzo e nel fine settimana, il giudice beninese Essowe Batamoussi si è dimesso dal Tribunale di repressione dei reati economici e del terrorismo (Criet), sostenendo che la Corte ha ricevuto ordini politici di mettere l’oppositrice in detenzione preventiva. Batamoussi ha detto all’emittente Radio France internationale (Rfi):”il giudice che sono non è indipendente come dovrebbe essere. Tutte le decisioni che abbiamo dovuto prendere sono state prese sotto pressione”.

Il presidente, intanto, incassa le critiche e mantiene una posizione più orientata verso la governance economica che sui diritti umani e sulle libertà politiche. Solo in vista dell’attuale campagna elettorale Talon si è rivolto verso investimenti che riguardino la sfera del sociale. Non poche sono inoltre le critiche di conflitto d’interesse tra il presidente e i suoi affari, che, secondo i suoi detrattori, sono stati favoriti sotto il suo mandato.

In questo contesto, è molto probabile che Talon vinca le elezioni. I veri protagonisti dell’opposizione sono assenti dalla corsa. L’uomo d’affari Sebastien Ajavon è in esilio in Francia per non scontare la condanna a 20 anni di detenzione per traffico di droga. Zinsou, arrivato secondo nel 2016, è ineleggibile a causa di una procedura che lo accusa di aver superato il limite di spesa di campagna elettorale. Gli altri non sono riusciti a ottenere i 16 endorsment necessari per candidarsi, o hanno rifiutato di lanciarsi nella gara contestandone i contorni.

I due candidati che hanno superato gli ostacoli della legge elettorale sono Alassane Soumano delle Forze cauris per un Benin emergente, l’ex partito di Yayi Boni, e Corentin Kohoué, ex esponente dei Democratici. Si presentato come veri oppositori che hanno negoziato con la maggioranza solo per poter entrare nella gara, ma non convincono i loro ex colleghi di partito. 

(Céline Camoin)

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