Beira, il cuore ferito del Mozambico

di AFRICA
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Ci si stava lentamente riprendendo dagli effetti del ciclone Idai del marzo 2019, evento che ha devastato Beira e il centro del Mozambico descritto dalle Nazioni Unite come una delle più grandi catastrofi naturali mai registrate nell’emisfero sud. Nelle settimane e nei mesi successivi ad Idai, sono arrivati ingenti aiuti in risposta all’emergenza umanitaria e alla esigenza di ricostruire infrastrutture, scuole, ospedali, edifici pubblici e privati. Tuttavia, la maggior parte della popolazione ha provveduto da sola a rimettere in piedi ciò che è andato distrutto o danneggiato. Molto spesso si è ripristinato quanto di provvisorio esisteva prima del ciclone, come a ricordare l’impermanenza di ogni cosa. Una sorta di mandala non armonico e asimmetrico, pronto ad essere danneggiato con la prossima tempesta tropicale. Lentamente si stava tornando a quella provvisorietà antecedente al ciclone, ma gli effetti della prolungata emergenza per far fronte alla pandemia hanno creato nuovi problemi che hanno reso molto più difficile la quotidianità per moltissime persone. Problema globale, che però qui come in molte altre parti d’Africa si va a sommare ad una situazione di precarietà nella totale assenza di ammortizzatori sociali. Si vive per la sussistenza, e la sussistenza per molti che stanno vivendo delle pesanti restrizioni alle loro attività informali è sempre più fragile. 

Tantissime persone vivono di biscate, piccoli lavori informali e alla giornata: trasportare cassette e sacchi nei mercati, raccogliere e vendere sabbia lungo la spiaggia utilizzata poi nell’edilizia, macellare un animale, eseguire una commissione o un servizio per un conoscente. Tuttavia, negli ultimi mesi è diventato sempre più difficile trovare un lavoro alla giornata che permetta di guadagnare quanto basta per comprare da mangiare e mandare i figli a scuola. Moltissimi altri vivono invece di piccoli commerci, spesso informali, lungo le strade o nei mercati: attività che negli ultimi mesi sono state soggette a numerose limitazioni, e in diversi casi ad abusi da parte della polizia che spesso ha interpretato liberamente i decreti governativi. Inoltre, Il settore della pesca, che dà lavoro a migliaia di persone in città, ha subito una forte contrazione, sia per la riduzione dei commerci internazionali e dei consumi, sia a causa della chiusura di molte attività ristorative. Infine, molte aziende hanno chiuso o rallentato le proprie attività, e moltissime persone hanno perso il proprio lavoro, in un contesto dove la disoccupazione era già molto elevata. Più che gli effetti sanitari, che sono stati relativamente ridotti, qui si sentono fortemente le ripercussioni socio-economiche di questa prolungata fase di emergenza cominciata con il ciclone del 2019. 

Le foto di questo servizio raccontano qualche frammento della vita a Beira durante questo lungo periodo di crisi. Abbiamo scelto dei luoghi simbolo della città, come il mercato del Maquinino, il più grande mercato ortofrutticolo di Beira; il Grande Hotel, uno degli hotel più lussuosi d’Africa in epoca coloniale, e occupato illegalmente da decenni da migliaia di famiglie che vivono presso la struttura nella totale mancanza di servizi abitativi; la discarica municipale.

(testo e foto di Paolo Ghisu e Lucie Frömmel)

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