Alimentazione. Continente ancora lontano dalla “fame zero”

di Marco Simoncelli

Martedì l’agenzia umanitaria Concern Worldwide ha pubblicato il rapporto Global Hunger Index 2019, assieme all’organizzazione tedesca Welthungerhilfe, denunciando che i progressi per raggiungere l’obiettivo “fame zero” entro il 2030, concordato dai leader mondiali, sono «minacciati o hanno  invertito tendenza». Inoltre,  l’organizzazione ha chiesto che il piano per la fame zero e gli accordi sul clima firmati nel 2015 abbiano piena e obbligatoria attuazione da parte della politica, e non più essere solo su base volontaria, come riporta la Reuters. I ricercatori hanno anche fatto appello al miglioramento della risposta alle catastrofi naturali e ad una trasformazione della produzione e del consumo di alimenti, soprattutto nei Paesi ad alto reddito, dove gli sprechi e l’inquinamento sono elevati.

Per i ricercatori, «conflitti, disuguaglianze ed effetti dei cambiamenti climatici hanno tutti contribuito a livelli persistentemente elevati di fame e insicurezza alimentare», rendendo sempre più difficile alimentare il mondo, come affermano nel rapporto pubblicato alla vigilia della Giornata mondiale dell’alimentazione che si è tenuta ieri con importanti iniziative di sensibilizzazione in tutto il mondo.

L’indice si basa su quattro indicatori: denutrizione, deperimento infantile, arresto della crescita infantile e mortalità infantile. Stando ai dati, nel mondo il numero di persone denutrite – che non hanno accesso regolare a calorie adeguate – è aumentato a 822 milioni l’anno scorso, dai 785 milioni del 2015, con il maggiore aumento registrato nei Paesi subsahariani colpiti da conflitti e siccità.

Il calo della povertà e l’aumento dei finanziamenti per le iniziative focalizzate sulla nutrizione hanno contribuito a ridurre la fame nel mondo dal 2000, ma c’è ancora molta strada da fare, si afferma sempre nello studio.

In particolare è allarmante la sofferenza della popolazione della Repubblica Centrafricana, dove i livelli di fame sono «estremamente allarmanti», mentre i livelli in Ciad, Madagascar, Zambia e Yemen restano solo «allarmanti». In totale, altri 43 dei 117 Paesi classificati nell’indice presentano livelli di fame «gravi» e gran parte dell’Africa subsahariana presenta livelli di fame «seri».

Nove Paesi hanno ottenuto punteggi più alti rispetto al 2010, tre dei quali sono in Africa. Si tratta di Centrafrica, Madagascar, Mauritania, Venezuela, Yemen, Giordania, Malaysia, Libano e Oman. Altri sette Paesi sono stati omessi dal rapporto a causa della mancanza di dati, tra cui Repubblica democratica del Congo, Eritrea, Libia, Somalia, Sud Sudan, Siria e Papua Nuova Guinea.

Ieri sono arrivati dati poco positivi anche da Save the Children, secondo cui quasi 13 milioni di persone, tra cui 6,5 milioni di bambini, sono colpite dalla fame nel Corno d’Africa, a seguito del più basso livello di precipitazioni piovose nella regione mai avvenuto dal 1981.

Nonostante gli sforzi ealle agenzie umanitarie e dai governi di Etiopia, Somalia e Kenya, la situazione di insicurezza alimentare nel Corno d’Africa si sta aggravando, con la possibilità che le famiglie debbano affrontare una crisi ancora peggiore rispetto a quella del 2017. Nonostante il numero di persone colpite nella regione sia attualmente inferiore a quello raggiunto nel picco della siccità 2016-17, la situazione sembra peggiorare per la siccità prevista nei prossimi mesi. In Somalia l’insicurezza alimentare sta colpendo il 36% in più di persone rispetto alla fine del 2018.

Altre letture correlate:

X