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Edizione del 28/09/2026

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Rivista Africa
La rivista del continente vero
Tag:

razzismo

    Miles Davis
    SOCIETÀ

    L’America razzista di Miles Davis

    di AFRICA 20 Giugno 2020
    Scritto da AFRICA

    Alla fine del 1984 Miles Davis entra in studio a New York per registrare, con il contributo fondamentale del nipote batterista Vince Wilburn e del tastierista Robert Irving III, il suo nuovo lavoro discografico. È tornato sulla cresta dell’onda dopo un silenzio di 5 anni, dal 1975 al 1980, in cui, a causa di problemi di salute ed eccessi di vario genere, non ha praticamente più suonato. È una stella di prima grandezza della scena musicale internazionale ed è reduce dalla conquista di due Grammy Awards per i dischi We Want Miles e Decoy. Ha 59 anni, gira il mondo in Concorde, frequenta il jet set, fa una vita di lusso, ma come artista continua a non perdere di vista la realtà che lo circonda. Sarà così anche per You’re under arrest, il nuovo album, ispirato, spiegò Miles presentandolo, «ai problemi che i neri hanno ovunque con i poliziotti». Il disco, uscito poi nel 1985, si apre con Street Scenes, uno strepitoso funky, in cui fra sirene, frenate di macchine, dialoghi duri e concitati, rumore di manette, Davis, con sconcertante realismo, mette in scena un arresto in strada. Il brano è di 35 anni fa, ma il tema è drammaticamente attuale, come dimostrano le recenti brutali uccisioni da parte della polizia di George Floyd e Rayshall Brooks.

    In un’intervista al canale Spectrum News Vince Wilburn, invitato a raccontare le esperienze di suo zio Miles con la polizia americana, ha affermato nei giorni scorsi che la condizione dei neri negli USA  da un po’ di tempo «fa un passo avanti e sei indietro» e che «c’è ancora tanto lavoro da fare». Anche nel 1985, stando a quello che racconta Davis nella sua autobiografia uscita nel 1989, di “lavoro” da fare ce n’era davvero tanto. «Alla polizia non gli andava che fossi in giro al volante di una Ferrari gialla da 60000 dollari, come facevo mentre stavo registrando You’re under arrest. A loro non piacevo, non gli andava un nero, soprattutto un nero che viveva in una casa sulla spiaggia a Malibu. È da qui che venne il disco, dall’idea di essere incastrato per il semplice fatto di essere parte della vita quotidiana, inchiodato politicamente». Diversi anni prima, nell’agosto del 1959, proprio l’anno in cui il trombettista di Alton registrò Kind of Blue, uno dei suoi capolavori, Davis aveva sperimentato direttamente sulla sua pelle la violenza della polizia. Fu vittima di un’aggressione proprio di fronte al “Birdland”, leggendario club di New York, dove una sera si stava esibendo con il suo sestetto. All’esterno del locale Miles stava accompagnando una ragazza bianca a un taxi, ma il fatto che un nero e una bianca stessero insieme parve ai poliziotti strano e poco ortodosso. A uno scambio di battute seguì una colluttazione, durante la quale il musicista fu colpito da una violenta manganellata sulla testa e dichiarato in arresto. L’episodio ha naturalmente segnato in profondità la vita di Davis e diversi anni dopo rivivrà proprio in Street Scenes, che non a caso si apre con la declamazione da parte di un immaginario poliziotto – su una base di chitarra, basso e batteria – delle parole: «You’re under arrest. You have the right to make one phone call or remain silent, so you better shut up» («Sei in arresto. Hai diritto a fare una telefonata o a rimanere in silenzio, ma è meglio che stai zitto»).

    Preziosissima testimonianza artistica, il brano è una sorta di corrispettivo musicale di Fa’ la cosa giusta di Spike Lee: un racconto senza sconti, che si chiude in una mescolanza di lingue – polacco, francese, spagnolo – tipicamente newyorkese. Sempre nella sua autobiografia Miles la raccontava così. «L’America è un posto davvero razzista, tanto da essere pietoso. È come essere nel Sudafrica dell’apartheid, soltanto in modo più igienico: non ti sbattono così in faccia il loro razzismo. A parte questo è la stessa cosa. Io sono sempre stato molto attento al razzismo. Lo posso fiutare. Posso sentirlo dietro di me dovunque sia». E ancora: «Visto come sono fatto, ci sono un mucchio di bianchi che si incazzano di brutto con me. Si incazzano ancora di più quando dico loro che stanno uscendo dal seminato. Loro pensano semplicemente di poter fare ogni tipo di stronzata a un nero. Guardate quello che succede ai nostri ragazzi, quanti sono finiti nelle droghe, specialmente i neri. Una delle ragioni, almeno per i neri, è che non sanno niente del loro retaggio. È una vergogna il modo in cui il nostro Paese ha trattato i neri e il loro contributo a questa società. Credo che nelle scuole dovrebbero insegnare ai ragazzi il jazz, la musica nera. I ragazzi dovrebbero sapere che l’unico contributo originale americano è la musica che i nostri fratelli neri hanno portato dall’Africa, che si è modificata e sviluppata qui. La musica africana dovrebbe essere studiata almeno quanto quella classica europea». Parole preziose, quasi quanto la sua musica.

    (Stefano Milioni)

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    20 Giugno 2020 0 commentI
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