Cina-Africa | Covid-19, effetti collaterali diplomatici

di Pier Maria Mazzola
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Le discriminazioni e le tensioni che hanno preso di mira gli africani a Guangzhou (quella che in italiano era chiamata Canton) nel clima di panico da coronavirus hanno ripercussioni nei rapporti sino-africani ai massimi livelli, politici ed economici. I governanti africani, infatti, non hanno potuto non tenere conto dell’ondata di indignazione che si è levata nel continente, anche nei Paesi che non hanno presenze significative di concittadini nella città cinese (gli africani oggetto di sfratti e trattamenti discriminatori sono principalmente nigeriani, beninesi, togolesi, ugandesi, ghanesi), e che ha dilagato anche sui social.

Così, in Nigeria e in Ghana sono stati convocati gli ambasciatori cinesi – il presidente del Parlamento federale di Abuja, Femi Gbajabiamila, ha anche pubblicato su YouTube il video del suo incontro con l’ambasciatore Zhou Pingjian –, e il presidente della Commissione dell’Unione Africana Moussa Faki ha annunciato di avere «invitato» l’ambasciatore cinese alla sede dell’Ua per esprimergli la sua «estrema preoccupazione» per i fatti accaduti. Il capo dello Stato sudafricano Cyril Ramaphosa, presidente in carica dell’Ua, ha dichiarato che il maltrattamento degli africani in Cina è «incompatibile con le eccellenti relazioni esistenti tra Cina e Africa, risalenti al sostegno dato dalla Cina durante la lotta per la decolonizzazione».

Una crisi, insomma, dove ai comportamenti razzisti a Guangzhou si è aggiunto l’atteggiamento di Pechino nei confronti della riduzione del debito africano.

Nell’importante, ancorché non sufficiente, sospensione fino a fine anno del pagamento del servizio del debito concessa dal G-20 all’Africa in occasione della pandemia, infatti, la Cina ha manifestato riluttanza, contribuendo così a un aumento della tensione. «Entrambi questi problemi – è l’opinione di Cobus van Staden, ricercatore senior presso il South African Institute of International Affairs – sono manifestazioni recenti di problemi che vengono da lontano. La risposta ufficiale dell’Africa [ai suoi cittadini in Cina] ha tenuto in conto il sentimento popolare in misura molto maggiore di quanto non sarebbe avvenuto normalmente».

Nella sua analisi, la testata online Politico rileva che siamo davanti a «una rara resa dei conti diplomatica tra funzionari cinesi e africani, in rottura con una lunga tradizione che vedeva l’Africa esprimere i suoi problemi con la Cina, il maggiore partner commerciale del continente, a porte chiuse».

Resta vero che Pechino, oltre a Jack Ma, il miliardario del gruppo Alibaba, è stato tra i più generosi nella comunità internazionale ad aiutare l’Africa nella lotta al Covid-19, ma la posizione in cui è venuta a trovarsi la Cina, principale prestatore unico nel continente, superando la Banca mondiale, l’ha resa meno propensa a cancellazioni di debito.

A Pechino si teme inoltre l’arresto dei grandi progetti infrastrutturali in corso in Africa, ora fermi per coronavirus. Il personale tecnico non può recarsi nel continente, mentre la catena di approvvigionamento dei materiali va esaurendosi. D’altro canto, non sempre gli affari erano in una fase di crescita. In un articolo pubblicato sabato, O País di Maputo osserva come già prima dell’esplosione dell’epidemia gli scambi commerciali tra Cina e Mozambico fossero crollati: per il bimestre gennaio-febbraio 2020, di oltre il 28% rispetto allo stesso periodo del 2019. Un tasso analogo, ma per volumi assoluti ben più grandi, per l’Angola.

La crisi diplomatica nata a Guangzhou non comprometterà quella che è ormai una solida storia di relazioni economiche. Il ministero degli Esteri cinese ha ammesso che sono «ragionevoli le preoccupazioni e legittimi gli appelli di parte africana», mentre molti Paesi africani hanno dichiarato di accettare le scuse. Il caso rimarrà però come un punto di svolta nelle relazioni sino-africane.

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