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Edizione del 23/09/2026

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Rivista Africa
La rivista del continente vero
Autore

Marco Trovato

Marco Trovato

    FOCUS

    Congo Brazzaville, un Paese in ostaggio

    di Marco Trovato 7 Febbraio 2021
    Scritto da Marco Trovato

    La Repubblica del Congo è il terzo maggior produttore di petrolio dell’Africa, ma la sua economia è in ginocchio e la disoccupazione alle stelle: un fallimento annunciato. Incurante della crisi e delle critiche, l’inossidabile presidente Denis Sassou Nguesso (nella foto) si ricandida all’età di 77 anni e tiene in ostaggio un paese sommerso di debiti, con una crisi finanziaria senza precedenti…

    di Angelo Ravasi

    Il dinosauro di Brazzaville non molla ed è determinato a vincere le presidenziali del 21 marzo. Denis Sassou Nguesso si ricandida all’età di 77 anni e tiene in ostaggio un paese sommerso di debiti, con una crisi finanziaria senza precedenti che vuole risolvere a colpi di aiuti chiesti al Fondo monetario internazionale. Il paese, ormai da anni, vive nella paura costante, così come hanno denunciato i vescovi del paese. La crisi economica, il crollo dei prezzi delle materie prime – in particolare il petrolio di cui è ricco il Congo – e la pandemia di coronavirus, hanno fatto il resto. Ma Nguesso non demorde. Vuole imporre il suo potere che, ormai, è fatto di repressione e privo di ogni risposta economica.

    La Repubblica del Congo è il terzo paese petrolifero dell’Africa subsahariana – la produzione si attesta attorno ai 330mila barili giorno – e non riesce a dare risposte concrete al disagio sociale ed economico in cui versano quasi 5 milioni di abitanti. Il crollo del prezzo del petrolio ha messo in ginocchio l’economia e con essa l’occupazione. E a farne le spese, manco a dirlo, la manodopera impiegata nelle compagnie petrolifere, quella meno qualificata e locale, ma anche la più bisognosa creando un gap sociale senza precedenti. E Denis Sassou Nguesso che fa? Chiede aiuti al Fondo monetario internazionale. Già nel 2019 l’Fmi ha accordato un piano di salvataggio del valore di poco più di 450 milioni dollari. L’obiettivo del Fmi è stato quello di ripristinare la sostenibilità fiscale e ricostruire le riserve regionali migliorando al contempo la governance.

    Un impianto della Total a Brazzaville

    Ma, soprattutto, a far fronte agli ingenti debiti nei confronti della Cina. A fine marzo 2019 il debito di Brazzaville nei confronti della Cina era pari a circa 2,56 miliardi di dollari. Secondo i termini di accordi di ristrutturazione il rimborso di pari a 1,6 miliardi di dollari è stato prorogato di altri quindici anni, mentre circa 530 milioni dovranno essere ripagati entro la fine del 2021. Ma dove sono finiti i soldi messi a disposizione del Fondo monetario? Non è dato saperlo, anche perché la sfacciataggine del dittatore congolese non ha limiti. Lo scorso anno, infatti, ha di nuovo bussato alle porte del Fmi chiedendo un “aiuto di urgenza” dai 300 ai 500 milioni di dollari. “Al Fondo monetario chiediamo un aiuto che può andare verso i 300, 400, 500 milioni di dollari, perché no”, ha detto durante un’intervista a France 24 Denis Sassou Nguesso. Questo accadeva l’anno scorso. In due anni il Fondo monetario ha sostenuto il Congo con quasi un miliardo di dollari. Intanto rimangono 530 milioni da restituire alla Cina entro quest’anno e rimangono oltre 2 miliardi di debito nei confronti di Pechino che pesano come un macigno sulle finanze dello Stato, di cui il presidente non si cura.

    C’è da chiedersi cosa ha fatto questo signore a favore del paese nei suoi 37 anni di potere. E si guarda alle condizioni in cui vive la popolazione, quasi 5 milioni di abitanti su una superficie grande quanto l’Italia, poco e niente. Le persone che vivono sotto la soglia di povertà superano il 40 per cento del totale. L’economia è totalmente fondata sulle materie prime e l’80 per cento delle esportazioni dipende dal petrolio, e ha riserve stimate in 1,6 miliardi di barili. Un paese, dunque, sufficientemente ricco per soddisfare i bisogni primari della popolazione. La diversificazione economica, tuttavia, è un miraggio, le terre coltivate rappresentano solo il 4 per cento di quelle disponibili e l’agricoltura è di sussistenza.

    Questo è il Paese che va alle urne il 21 marzo e che probabilmente rieleggerà il dinosauro di Brazzaville. È un mistero, anche perché la partecipazione elettorale sia alle presidenziali del 2009 sia a quelle del 2016, è stata bassissima – ha superato a mala pena il 10 per cento degli aventi diritto – secondo gli osservatori indipendenti, secondo il governo di Brazzaville numeri altissimi. E a tutto ciò si sono aggiunti gli immancabili brogli. In uno stato che fonda la sua “vita” sulla corruzione, non poteva che essere così. Non è una fantasia. Non a caso nell’ultimo Corruption Perception Index (Cpi) del 2020, diffuso all’inizio di quest’anno, con un punteggio complessivo di 19 – molto basso – la Repubblica del Congo è il Paese che registra il calo maggiore, 7 punti dal 2012: la corruzione endemica e la sostanziale impunità di cui gode l’élite politica rendono debole anche il processo di attuazione delle normative anticorruzione.

    Vista aerea sulla capitale Brazzaville

    E la pandemia di coronavirus è stata usata ad arte per mettere in atto una repressione durissima e senza precedenti. La paura è la dominate tra la popolazione, che la porterà, anche quest’anno, a disertare le urne.

    Le preoccupazioni della conferenza episcopale, dunque, sono fondate. In un messaggio diffuso il 2 febbraio, i vescovi del Congo hanno espresso “serie riserve”. “Il nostro popolo – scrivono – è stanco di elezioni che indeboliscono la coesione sociale e offuscano l’immagine del nostro paese all’estero”. Nel documento i vescovi esprimono seri dubbi sul fatto che si possano organizzare elezioni pacifiche, partecipate, trasparenti, libere e credibili. E poi c’è il problema della composizione delle liste elettorali e sull’assenza delle previste schede elettorali biometriche. Come nelle passate elezioni in alcuni distretti, città e villaggi, gli aventi diritto al voto superavano gli abitanti. E in molti sono passati di seggio e in seggio votando più volte. Questi sono i misteri della Repubblica del Congo. E Sassou Nguesso si appresta a governare per altri 5 anni, così da raggiungere il ragguardevole traguardo di 42 anni al potere, superando abbondantemente il mezzo secolo di protagonismo politico e militare nel Paese. E tutto nella totale indifferenza della comunità internazionale molto attenta, invece, alle riserve petrolifere.

    (Angelo Ravasi)

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    7 Febbraio 2021 0 commentI
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