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Edizione del 13/05/2026

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Rivista Africa
La rivista del continente vero
Autore

AFRICA

AFRICA

    Dancalia 11
    CONTINENTE VERO

    Dancalia, le ultime carovane del sale

    di AFRICA 31 Maggio 2020
    Scritto da AFRICA

    Le file di cammelli e asini che da sempre trasportavano il sale dalla Piana di Danakil all’altopiano etiopico si sono fermate. Siamo andati sul posto a indagare. L’economia tradizionale è sconvolta, il destino dei carovanieri è quanto mai incerto

    Sembra che in Dancalia, regione desertica del Corno d’Africa, le carovane che da secoli trasportano il sale dalla Piana di Danakil all’acrocoro etiopico si siano improvvisamente fermate. Per capirne il motivo ho deciso di partire – dietro suggerimento di Andrea Semplici, giornalista gran conoscitore di quella terra – alla ricerca dei carovanieri che dall’altopiano del Tigrai scendono nella depressione dancala per recuperare lastre di quell’antico fondo di mare divenuto un deserto bianco.

    Un tempo quella piana assolata e accecante metteva insieme il lavoro dei carovanieri tigrini cristiani e degli Afar musulmani, specialisti nell’estrazione e nell’intaglio dei blocchi di sale, i ganfur. Le carovane che scendevano lungo il fiume Saba e risalivano all’imbrunire cariche di oro bianco erano la spina dorsale di un’economia che legava altopiano e bassopiano, interessando tanti minuscoli centri abitati lungo la via e alimentando tante microeconomie legate alla vendita e produzione di beni o servizi necessari ai carovanieri. L’incessante andirivieni era diventato un’attrazione per turisti e fotografi. Un giorno, tutto è sparito.

    Una nuova strada

    I cinesi hanno costruito una strada che collega le alte terre alla depressione e da quel momento i camion scendono fino ai depositi di sale, caricano quintali di blocchi e risalgono a Ber Hale, dove lasciano tutto in un grande deposito. Già mentre la strada era in costruzione si poteva intuire che qualcosa sarebbe cambiato, ma l’uomo è un animale lento e quando il cambio si fa repentino, quasi brutale, resta attonito e la reazione si fa attendere. Quelle file interminabili, ondeggianti e silenziose, che davano vita a uno spettacolo grandioso e solenne, tentavano di resistere anche sull’asfalto. Poi, tutto è finito.

    È in questo vuoto attonito che cerco di penetrare. So che presso il gruppo montuoso del Gheralta abitano alcuni dei carovanieri che lavoravano nel sale. Prima di cercarli, passo qualche giorno nella piana per accertarmi che davvero il flusso sia sospeso e nessuna carovana si profili all’orizzonte. Solo un piccolo gruppo di asini, che da sempre precedono i cammelli, è disposto a ventaglio in un punto imprecisato del suolo salino dove uomini tigrini dotati di due pertiche di legno sollevano i blocchi dal fondo compatto.

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    Prezzi crollati

    Cercare persone che non conosco, dove non so, è il mio compito. Con l’aiuto di due giovani locali faccio conoscenza di quattro carovanieri. Haftai dopo tredici anni di quel lavoro ha venduto i suoi sette cammelli e due asini, si è comprato una casa lungo la strada principale e un frigorifero per tenerci qualche bevanda fresca in vendita. «Quando il sale è sceso da 28 birr alla lastra a 18, non c’è stato più profitto», spiega. Tenere dei dromedari senza farli lavorare è costoso, perché il pascolo libero è pochissimo e bisogna comperare il foraggio. Mi racconta che il corredo per la partenza era ridotto al minimo: sandaletti di plastica da scoglio made in Ethiopia (vanno di gran moda quelli verde fosforescente), otto forme di pane e un barattolo di polvere di shirò a base di farina di ceci, da sciogliere in acqua per farne una specie di sugo pronto in cui intingere il pane. Tra andata e ritorno e prevedendo alcuni andirivieni tra la piana e l’altopiano, ci volevano sedici giorni.

    Tama è seduto all’ombra di un alberello e con un’ascia scorteccia un legno, ma lo fa dolcemente, come non volesse ferirlo. Seduto, risponde alle mie tante domande, senza nessuna fretta. La moglie ci prepara il caffè secondo l’uso etiope. Ci mostra un ganfur, l’ultimo che gli è rimasto. Qui ormai non c’è più sale della Dancalia.

    Dancalia 2
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    Clima avvelenato

    È paradossale: ora che i camion ne trasportano tonnellate, il Gheralta non ne ha più. I camionisti seguono altre rotte e la gente deve comprare il sale iodato al mercato. Tama ha tenuto due dei suoi otto dromedari e ha venduto gli altri a Macallé, a un tizio che li porterà in Sudan e li rivenderà come carne da macello. Dopo ventidue anni di lavoro, la sua ultima carovana si è svolta nel novembre 2018. Il nuovo stato di cose crea, a suo dire, tensioni anche in seno alla comunità afar, poiché coloro che stanno nella piana sono forse in accordo con i camionisti che comprano tantissimo sale, di cui essi detengono la proprietà, mentre quelli della montagna sono fortemente penalizzati. Questi ultimi erano solidali con i carovanieri, con i quali intrattenevano buone relazioni personali e commerciali. Scorreva un flusso continuo di merci e favori: in cambio della cura offerta a qualche cammello ammalato o troppo stanco, che i carovanieri lasciavano loro fino al giro successivo, gli Afar ottenevano sale, denaro o altri beni che i tigrini portavano loro. Relazioni ora in parte compromesse. Tama coltiva la poca terra che ha. Gli manca molto quella fatica, ma ormai sa che è dietro alle spalle, per sempre.

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    Senza alcuna fretta

    Faccio un salto al mercato di Hawsen per vedere il sale che c’è. Niente ganfur per gli animali. Alcuni sono stati frantumati e le donne li vendono a peso come sale da cucina. Dopo aver sobbalzato in sella alla moto del giovane che mi aiuta nella ricerca e aver percorso a piedi sentieri tra i campi sovrastati da bellissime pareti di arenaria, trovo un carovaniere intento, insieme a tutti gli uomini e le donne del villaggio, a spostare grossi massi per creare una barriera che protegga dall’erosione alcune pareti argillose in cui si incanalano le acque.

    Ci sediamo all’ombra di un grande albero. Lui appoggia la schiena al tronco, io mi siedo sull’erba. Il tono di voce vellutato e la gestualità gentile mi distraggono. Nessun carovaniere mi dà mai la sensazione di avere fretta. Ha smesso un anno fa, dopo undici. Da quando è stato imposto di vendere il sale a Ber Hale a un prezzo stabilito, ha capito che la fatica non aveva più senso. Mi spiega nel dettaglio costi e ricavi: alla fine avrebbe guadagnato 5 birr per blocco di sale dopo 16 giorni di lavoro. Una miseria.

    Un ultimo carovaniere è un giovane uomo coi capelli ricci e un turbante colorato. Avrà vent’anni. Ha cominciato adolescente sulle orme del papà e, anche se in questo momento sta aprendo con la zappa una piccola canalizzazione per irrigare un campo, non ha venduto i cammelli e aspetta che tutto ricominci. È troppo giovane per mollare: la sua vita è tutta da scrivere e tra le righe c’è anche lo spazio per l’attesa, la speranza, il credere che cambierà.

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    Eppur si muovono

    La mia ricerca prende una piega che non osavo desiderare. Haftai, conosciuto a inizio settimana, mi aveva segnalato che una carovana di suoi amici era in quel momento nella piana e secondo i suoi calcoli sarebbero dovuti tornare per la fine della settimana, prima della mia partenza. Oggi è venerdì. La notte non dormo, come prima di un esame. I carovanieri, mi ha spiegato Haftai, si mettono in cammino alle due del mattino, per sfruttare le ore più fresche. Alle due mi giro a guardare l’orologio. Stanno procedendo al carico e partono. Li immagino, nel buio, nel silenzio. Tra qualche ora anche i loro telefoni torneranno raggiungibili e, se non sono scarichi, Haftai potrà sapere dove sono.

    Parto per Wukro con il carovaniere-guida e da qui lasciamo l’asfalto per salire su una collina erbosa. Una prima carovana è accampata. Haftai riconosce le persone ed esce come un fulmine dall’abitacolo per salutare, ma soprattutto per aiutarli, come se ripetere quei gesti lo facesse stare bene. Ne ha nostalgia, sono parte delle sue mani: la sincronia nell’alzare i pesi, la posizione perfetta sulla gobba, la sapienza di stringere e annodare. I dromedari sono carichi di fieno, dunque diretti in Dancalia.

    Poco oltre, presso un grande bacino artificiale, troviamo la “nostra” carovana, quella che sta tornando dalla piana carica di sale. I cammelli sono sparsi al pascolo e decine di ganfur sono impilati dove ogni animale è stato scaricato insieme al cordame. Quattro carovanieri, scarpette verdi, ci ricevono. Haftai si accuccia con loro, come a ribadire un’appartenenza. Preparano il caffè e rosicchiano tozzi di pane. Nessuno di loro ha alternative di lavoro e non possiedono terra, ma hanno avuto padri che hanno lasciato loro un mestiere e hanno figli piccoli. Fin quando potranno, resisteranno.

    Pare – pare – che la situazione si stia molto lentamente sbrogliando e che le carovane possano vendere il sale anche fuori Ber Hale. Mentre i dromedari sono al pascolo giungono due bambini a comperare un ganfur. Io assisto alla trattativa, accucciata all’ombra di una pila di lastre. A metà pomeriggio gli animali vengono ripresi. Prima di ripartire, gli uomini sciolgono della polvere di shirò e vi intingono pezzi di pane. Infine ognuno si dedica al carico dei propri animali. Osservo la sincronia dei gesti con lo stupore e l’ammirazione di sempre. Tutti gli animali sono in piedi: uno alla volta si avviano e la carovana prende forma e scende lungo il lago, diretta a Wukro, dove il sale verrà venduto a buon prezzo.

    (testo di Elena Dak – foto di Andrea Frazzetta ed Anthony Pappone)

     

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    31 Maggio 2020 0 commentI
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