Il cappio cinese che sta strozzando l’Africa

di Diego Fiore
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La Cina la fa da padrone in tutta l’Africa: negli ultimi mesi un po’ di meno, anche se le risorse di Pechino sono infinite. Ci sono due notizie però che hanno incrinato i rapporti diplomatici tra Pechino e alcuni Paesi africani. La prima è conseguenza delle discriminazioni che hanno preso di mira gli africani a Guangzhou (quella che in italiano era chiamata Canton), messi in quarantena, spesso, senza giustificazioni. La seconda l’uccisione in Zambia di tre dirigenti di aziende cinesi, che ha fatto crescere la tensione tra i cittadini zambiani e quelli cinesi. La popolazione dello Zambia comincia a sopportare sempre meno la presenza di Pechino nel loro Paese.

Nel primo caso i politici africani non hanno potuto non tenere conto dell’ondata di indignazione che si è levata in tutto il continente, soprattutto in quei Paesi che hanno presenze significative di loro cittadini nella città cinese. Gli africani oggetto di sfratti e trattamenti discriminatori sono principalmente nigeriani, beninesi, togolesi, ugandesi e ghanesi. Nigeria e Ghana, inoltre, hanno convocato gli ambasciatori cinesi accreditati per avere «spiegazioni». La Nigeria, è solo un esempio, ha espulso lavoratori cinesi risultati non in regola.

Nel secondo caso le tensioni si innestano in un Paese, lo Zambia, in grave crisi economica che sta andando verso il default per l’insostenibilità del suo debito estero e l’incapacità di restituirlo. La crisi diplomatica nata a Guangzhou, tuttavia, non ha compromesso quella che è ormai una solida storia di relazioni economiche. Il ministero degli Esteri cinese ha ammesso che sono «ragionevoli le preoccupazioni e legittimi gli appelli di parte africana», mentre molti Paesi africani hanno dichiarato di accettare le scuse. E Pechino non ha fatto nemmeno caso agli insulti lanciati dal presidente zambiano, Edgar Lungu, che ha definito i cinesi «scarafaggi». Non fa caso a queste boutade perché Lusaka ha contratto debiti enormi nei confronti della Cina. Crediti che Pechino intende riscuotere, in un modo o nell’altro.

Sembra che l’Africa abbia bisogno della Cina e Pechino sa bene che con la trappola del debito riesce a tenere il cappio intorno al collo di molti Paesi. Il dragone asiatico non vuole perdere la sua influenza nel continente e lo fa accordando prestiti impossibili da restituire. Tra Cina e Africa si è quindi instaurata una relazione squilibrata che genera effetti perversi. I prestiti cinesi fanno crescere il debito africano, che negli ultimi cinque anni è raddoppiato – con il rischio che diventi insostenibile – e che Pechino detiene per il 14 per cento. La Cina non presta denaro gratis, intende essere ripagata, come normale che sia, ma si garantisce la restituzione dei soldi prestati stipulando clausole capestro. Un esempio significativo da questo punto di vista è Gibuti, dove ha sede la prima base militare permanente all’estero della Cina. Pechino ha investito 15 miliardi di dollari per lo sviluppo del principale porto e delle infrastrutture collegate. L’82 per cento del debito estero è nelle mani di Pechino e, in caso di inadempienza, Gibuti potrebbe cedere ai cinesi il controllo del porto strategico di Doraleh, all’ingresso del Mar Rosso e del Canale di Suez. Fondamentale per la nuova via della seta.

La Cina arriva, ti aiuta, ma poi chiede il conto. In queste condizioni non c’è solo Gibuti, ma anche il Kenya. Il porto di Monbasa, tra i più grandi e frequentati dell’Africa Occidentale, è stato utilizzato come garanzia del prestito di 3,2 miliardi di dollari utilizzati per la costruzione della linea ferroviaria di 470 chilometri tra Mombasa e la capitale Nairobi. Se il Kenya non salda il debito, la Exim Bank of China ne assumerà il controllo. Non solo, il porto di Lamu potrebbe essere ceduto per 99 anni alla Cina se Nairobi non adempierà alle condizioni di rimborso dei prestiti. Ma l’esempio più eclatante è rappresentato dallo Zambia. Il debito estero del Paese è di circa 9,37 miliardi di dollari, se si aggiungono i debiti delle società statali si arriva a 15 miliardi. Un terzo del totale è dovuto alla Cina. Ormai il debito nei confronti di Pechino sta raggiungendo livelli insostenibili. L’aeroporto di Lusaka presto potrebbe finire nelle mani cinesi, così come l’Azienda elettrica nazionale (Zesco), mentre già il 60 per cento della Zambian National Broadcasting Corporation (Znbc) è detenuto da una società cinese. Alla fine lo Zambia diventerà una colonia politico-economica cinese.

Destino, quest’ultimo, che potrebbe toccare anche ad altri Paesi. Per esempio il Congo Brazzaville. Nel 2019 il debito di Brazzaville nei confronti della Cina era pari a 2,56 miliardi di dollari. Secondo i termini dell’accordo di ristrutturazione il rimborso di una cifra pari a 1,6 miliardi di dollari è stato prolungato di altri quindici anni, mentre circa 530 milioni dovranno essere ripagati entro la fine del 2021. Il Congo da solo non è in grado di tenere fede agli impegni ed ecco che in soccorso arriva il Fondo monetario internazionale con un piano di salvataggio del valore di 450 milioni di dollari. Il programma di credito mira a sostenere gli sforzi delle autorità congolesi per ripristinare la sostenibilità fiscale e ricostruire le riserve regionali, migliorando al contempo la governance e la protezioni dei rischi correlate. E tutto a favore di un dittatore senza scrupoli, Denis Sassou Nguesso, al potere dal 1979. Debito su debito e chi si arricchisce? Il dittatore di turno. La morale è che la Repubblica del Congo non può fare a meno della Cina e ora anche del Fondo monetario internazionale.

E poi c’è chi cerca di togliersi dal giogo e dall’aggressività del dragone asiatico. Il progetto ambizioso di uno dei più grandi porti dell’Africa orientale, quello di Bagamoyo in Tanzania, non è giunto a termine quando la Cina ha cercato di imporre un affitto per 99 anni. Il governo ha risposto con un no. La Sierra Leone ha cancellato il progetto di un super aeroporto intercontinentale finanziato da Pechino, ritenendo che le condizioni poste non erano buone.  Segnali, anche se flebili, di stanchezza che gli africani non nascondono.

La trappola del debito è ciò che preoccupa sopra ogni cosa, e nel 40 per cento dei Paesi subsahariani a basso reddito sta crescendo. Ad aggravare la situazione, infine, è arrivata la guerra aperta tra Cina e Stati Uniti.  Il segretario di stato americano per gli affari con l’Africa, Tibor Peter Nagy, ha ammonito gli stati africani: chi non sarà in grado di ripagare i debiti contratti, soprattutto con la Cina, non creda che l’Occidente venga in loro soccorso. Ma, evidentemente, questi moniti hanno poco peso.

Non era certo questo lo scenario sognato più sessant’anni fa, quando il continente cominciò a scrollarsi di dosso le tutele coloniali incamminandosi verso l’indipendenza. La decolonizzazione fece immaginare un’Africa finalmente senza padroni. La storia, purtroppo, si ripete, con altri attori, ma i medesimi risultati. Oggi lo scramble for Africa si esercita su Stati indipendenti. Il continente è entrato nell’epoca del neo-colonialismo.

(Angelo Ravasi)

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