di Andrea Spinelli Barrile
Alla Conferenza annuale africana sulla pace e la sicurezza emerge come la tecnologia a basso costo abbia spezzato il monopolio aereo degli Stati, ridefinendo gli equilibri tra eserciti regolari e gruppi armati
Il Sahel allargato è stato il protagonista assoluto della decima Conferenza annuale africana sulla pace e la sicurezza (Apsaco), organizzata dal Centro politico per il Nuovo Sud (Pcns) all’Università Politecnica Mohammed VI di Salé, in Marocco. In particolare, nel corso della Conferenza è stato fatto il punto sulle «tecnologie a basso costo» e la «trasformazione delle dinamiche di conflitto».
Su questi punti i relatori hanno concordato che la democratizzazione di questi strumenti non si limita a un semplice aumento degli armamenti, ma rappresenta piuttosto una ricomposizione strutturale degli equilibri di potere tra Stati e attori armati non statali. Secondo l’analisi emersa, infatti, l’uso dei droni è il segno di un riequilibrio strategico.
Niccola Milnes, specialista in sistemi aerei senza pilota, ha identificato il cambiamento più decisivo nella rottura del monopolio statale sul controllo dello spazio aereo. Laddove in precedenza gli Stati godevano di una superiorità aerea indiscussa, ora i gruppi armati non statali hanno accesso a capacità di sorveglianza e attacco aereo a costi irrisori. Milnes ha illustrato la conseguente asimmetria economica con un esempio eclatante: allo Stato maliano è costato tra i tre e i cinque milioni di dollari trasportare un’unità combattente a Bamako, mentre un gruppo avversario poteva mobilitare alcuni droni e diverse decine di combattenti per una frazione di quella cifra.
La relatrice ha inoltre sottolineato la natura a lungo termine della minaccia: l’attacco di Sévaré (una serie di operazioni dell’aprile 2026 rivendicate dal Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani, Jnim) ha dimostrato, a suo avviso, una padronanza operativa dei droni Fpv (First person view) che richiede almeno un anno di preparazione. «Se questa capacità viene dimostrata oggi, significa che hanno già lavorato a qualcos’altro per un anno», ha detto Milnes, esortando gli attori coinvolti ad anticipare la prossima generazione di tecnologie, piuttosto che limitarsi a reagire ad attacchi già messi a segno.
Tuttavia, è emerso dalle discussioni, rimane una vulnerabilità strutturale tra i gruppi armati: il loro grave problema di inventario. In mancanza di simulatori di volo e operando in condizioni ambientali estreme, ogni drone perso durante l’addestramento o le operazioni è difficile da rimpiazzare.
È proprio di questo squilibrio che gli Stati possono approfittare, a patto che mobilitino rapidamente la capacità industriale locale ed ha citato come esempio Terra Industries in Nigeria, la prima azienda nella regione a produrre droni localmente, grazie a un investimento dell’azienda statunitense Palantir.
Milnes ha specificato che il Fronte di Liberazione dell’Azawad, gruppo separatista tuareg, distinto dal Jnim ma che opera spesso in coordinamento con questo, ha beneficiato del supporto ucraino nell’addestramento alle tecniche di guerra con i droni, metodi che si sono poi diffusi ad altri gruppi armati nella regione.
Questi sviluppi si collocano all’interno di una più ampia geografia delle economie illecite: secondo un altro panelista, il ricercatore Salem A. Salem, la Libia occupa una posizione centrale. Il controllo delle frontiere da parte delle milizie ha trasformato il territorio in un nodo di transito, facilitando il contrabbando di apparecchiature tecnologiche verso le zone di conflitto del Sahel.
Le piattaforme crittografate, in particolare Telegram e WhatsApp, svolgono un ruolo essenziale nel mantenere la coesione di queste milizie, che operano al di fuori del controllo statale e sono alimentate da attori esterni che non hanno bisogno di inviare personale o armi per destabilizzare un processo politico. Proprio in Libia, dal 2019, il dispiegamento dei droni turchi Bayraktar TB2 ha profondamente alterato gli equilibri di potere militari, innescando un’ondata di ordini in Africa e illustrando la velocità con cui le dottrine si diffondono nel continente.
Anche in Sudan, dove è in corso da tre anni uno dei più sanguinosi conflitti del continente, nei primi cinque mesi del 2026 più di 1.000 civili sono stati uccisi a seguito di attacchi con droni. Un bilancio, secondo le Nazioni Unite, dovuto a un forte aumento dell’uso di questi strumenti.
La tecnologia non ha creato i conflitti africani, che hanno radici profonde nei fallimenti della governance, nelle tensioni etniche e nell’emarginazione, ma li ha resi meglio organizzati, più internazionalizzati e, spesso, più feroci.



