La grande transumanza del Ciad è a un bivio

di claudia

Siccità, alluvioni, pascoli sempre più ridotti e conflitti per l’accesso all’acqua stanno mettendo in crisi uno dei pilastri dell’economia ciadiana. Un’inchiesta del sito Alwihda Info racconta come il cambiamento climatico stia trasformando la vita di milioni di allevatori e minacciando un sistema di vita secolare.

Di Enrico Casale

In Ciad l’allevamento è molto più di un settore economico: rappresenta il principale mezzo di sostentamento per milioni di persone e un pilastro dell’economia nazionale. Ma il cambiamento climatico sta modificando profondamente gli equilibri della pastorizia tradizionale. Siccità prolungate, inondazioni improvvise, riduzione dei pascoli e tensioni per l’accesso alle risorse stanno mettendo a rischio un sistema di vita secolare. Lo riporta un’inchiesta del sito alwihdainfo.com.

Lungo le grandi rotte della transumanza, nelle regioni del Kanem, del Bahr El-Ghazal, del Lago e del Guéra, gli allevatori registrano ormai cambiamenti evidenti nel ciclo delle stagioni. Le piogge arrivano in ritardo, si interrompono bruscamente o assumono un’intensità anomala, provocando alluvioni che distruggono aree destinate al pascolo. Il risultato è una crescente scarsità di foraggio e acqua, che costringe le mandrie a percorrere distanze sempre maggiori per trovare nutrimento.

Questi spostamenti prolungati hanno conseguenze dirette sulla salute degli animali: il bestiame si indebolisce, diminuisce la produzione di latte, rallenta la crescita e aumenta il rischio di malattie. Per molte famiglie pastorali le perdite sono diventate una costante. Numerosi allevatori sono costretti a vendere parte delle proprie mandrie per far fronte alle spese quotidiane, riducendo così la principale fonte di reddito e di sicurezza economica.

Secondo gli esperti, la disponibilità di alimentazione per il bestiame è oggi uno dei principali ostacoli allo sviluppo dell’allevamento ciadiano. Le colture foraggere restano poco sviluppate, mentre le risorse naturali si deteriorano a causa degli eventi climatici estremi. Le proiezioni indicano che il Ciad è tra i Paesi africani più vulnerabili agli effetti della crisi climatica, con conseguenze particolarmente pesanti sui sistemi pastorali.

Il problema non riguarda soltanto il Ciad. Secondo diverse analisi scientifiche, l’aumento delle temperature e la maggiore frequenza delle siccità potrebbero compromettere i mezzi di sussistenza di oltre 110 milioni di allevatori nel mondo. In Africa, dove milioni di persone dipendono dalla pastorizia, la riduzione delle superfici disponibili per il pascolo rischia di aggravare una situazione già fragile.

La diminuzione delle terre disponibili alimenta inoltre i conflitti tra allevatori e agricoltori. I corridoi tradizionali della transumanza vengono spesso occupati da coltivazioni o insediamenti, obbligando i pastori a modificare i propri percorsi e aumentando le tensioni per l’accesso all’acqua e alle aree verdi. Ogni stagione secca diventa così un periodo di forte instabilità, in cui anche una piccola zona di pascolo può trasformarsi in motivo di scontro.

A peggiorare la situazione contribuisce l’aumento del costo degli alimenti per animali. I mangimi complementari restano fuori dalla portata di molti allevatori, soprattutto quelli con meno risorse economiche. Il cambiamento climatico rischia quindi di ampliare il divario tra gli allevamenti più attrezzati e quelli che dipendono esclusivamente dalle risorse naturali.

L’impatto economico della crisi va ben oltre il mondo pastorale. L’allevamento fornisce occupazione, garantisce l’approvvigionamento di carne e latte nei mercati locali e rappresenta una fonte importante di entrate attraverso le esportazioni di bestiame verso i Paesi vicini. Una riduzione delle mandrie colpisce l’intera filiera: commercianti, trasportatori, macellatori e consumatori risentono della diminuzione della produzione. La crisi dell’allevamento diventa così una questione di sicurezza alimentare, reddito rurale e stabilità sociale.

Per affrontare la sfida, gli specialisti chiedono una strategia di adattamento più ambiziosa. Tra le priorità figurano la riabilitazione dei punti d’acqua pastorali, la protezione delle vie della transumanza, il recupero dei pascoli degradati e la diffusione di servizi meteorologici capaci di aiutare gli allevatori a prevedere gli eventi estremi.

Servono inoltre campagne di vaccinazione più capillari, sviluppo delle colture foraggere e maggiore assistenza tecnica. Tuttavia, nelle aree più remote i servizi veterinari restano insufficienti e l’accesso al credito per i pastori continua a essere molto limitato.

Il futuro dell’allevamento ciadiano dipenderà dalla capacità delle autorità, delle comunità locali e dei partner internazionali di costruire politiche di adattamento efficaci. Senza interventi strutturali, il cambiamento climatico rischia di trasformare progressivamente uno dei settori strategici del Paese in un’attività sempre più fragile, con conseguenze che riguarderanno l’intera società.

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