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Edizione del 18/09/2026

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Rivista Africa
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paul biya

    MIGRAZIONI e DIASPORE

    Testimonianze | Il Camerun in lotta visto da Milano

    di Stefania Ragusa 29 Settembre 2020
    Scritto da Stefania Ragusa

    «Da fonti attendibili ho appreso che il governo camerunese starebbe per lanciare, questo lunedì 28 settembre 2020, un “assalto” alla mia abitazione, luogo in cui forze di sicurezza dotate di un arsenale degno di teatri di guerra mi tengono in ostaggio dallo scorso 20 settembre. Pur ignorando i contorni di questo progetto, immagino che esso ricalcherà le modalità con cui Biya ha governato per quattro decenni il paese, ossia attraverso il disprezzo e il terrore. Alle legittime richieste delle popolazioni espresse in maniera pacifica durante le marce del 22 settembre, il regime è ricorso a violenze e repressioni sproporzionate e senza precedenti contro i camerunesi a mani nude, di cui più di 600, arrestati e detenuti illegalmente, sono vittime atti di tortura, trattamenti crudeli, inumani e degradanti». Queste parole sono di Maurice Kamto, capo dell’opposizione in Camerun, attualmente agli arresti domiciliari nella propria abitazione. Le ha affidate a un post su Facebook, all’alba di ieri. Non ci risulta, mentre scriviamo, che l’assalto ci sia stato, ma la situazione in Camerun diventa più grave di ora in ora.

    La guerra civile è in corso. Paul Biya, il presidente-padrone che governa il paese col pugno di ferro e come fosse il suo cortile privato da 38 anni, è scomparso dalla scena pubblica da oltre 5 mesi e da due anni non presenzia un consiglio dei Ministri. Le elezioni regionali, fissate per il prossimo 8 dicembre come se tutto fosse normale, sono state accolta dall’opposizione come l’ennesimo sfregio e hanno scatenato una serie di proteste culminate con il “sequestro in casa” di Kamto. La manifestazione del 22 settembre è stata repressa con la violenza: un manifestante è stato ucciso e migliaia di persone sono state arrestate e brutalizzate. Gli arresti, proseguiti nei giorni successivi, sono tutt’ora in corso. Nella foto pubblicata in apertura possiamo vedere una stanza in cui sono ammassati gli arrestati.

    «Il regime è determinato a dissolvere con ogni mezzo le forze di opposizione», ci ha detto Emmanuel Edson, scrittore e autore teatrale di origine camerunese, residente in Italia dal 2000 e ormai cittadino italiano. «La diaspora camerunese segue con apprensione e dolore gli eventi e si prepara a una nuova manifestazione il 3 ottobre davanti alla sede dell’ONU a Ginevra». A Edson abbiamo chiesto di spiegarci dalla sua prospettiva la situazione del Paese e la portata della protesta, richiamandosi non solo alla cronaca più recente. Perché capire cosa succede, senza riferimenti di contesto, è sempre molto arduo. A seguire la sua testimonianza, che si conclude con un appello alla comunità internazionale.

    La fine del federalismo e il ruolo subalterno asegnato alle regioni anglofone Il Camerun ottiene l’indipendenza nel 1960 e nasce come stato federale che comprende dieci regioni: due (nordovest e sudovest) provengono dal dominio inglese, otto da quello francese. Il 22 maggio 1972 viene trasformato però in uno stato unitario. Le due regioni anglofone, che producevano almeno il 30% delle ricchezze del Paese, la quasi totalità del petrolio ed erano abitate da circa 8 milioni di persone (in totale gli abitanti del Camerun erano allora 30 milioni), vengono schiacciate dal governo centrale e trattate alla stregua di colonie interne. Dopo tanti anni di frustrazione e di silenzio, nel 2016 le popolazioni di quelle due regioni si sollevano per chiedere una maggiore redistribuzione delle ricchezze e più inclusione sociale. Rivendicazioni legittime dovute all’impoverimento continuo e all’esclusione sempre più marcata nelle dinamiche amministrative e sociali. Per dare un’idea: nelle università sono stati imposti corsi quasi totalmente in lingua francese e tanti giovani delle due regioni anglofone, per proseguire gli studi, sono costretti ad andare all’estero.

    Come risposta il governo sceglie la via della brutalità, trasformando una crisi politica pacifica in guerra civile. Oggi le due regioni sono state dichiarate dallo stesso stato centrale in bancarotta, poiché il prodotto interno lordo si è azzerato. La guerra ha prodotto oltre 22 mila morti, 1 milione di sfollati interni e quasi 700 mila rifugiati nella vicina Nigeria. Non solo: villaggi interi e case bruciate, stupri di massa dai militari del regime e una divisione sul fronte dei secessionisti, tra pro-indipendentisti e pro-federalisti, con tutta l’élite delle due regioni in esilio o in prigione.

    La privatizzazione e la balcanizzazione dello Stato Ma la sollevazione delle due regioni anglofone rappresenta solo la punta dell’iceberg: la centralizzazione esasperata del potere ha danneggiato tutto il paese. 38 anni di governo autoritario hanno portato a tante micro crisi che si stanno cristallizzando in quella che oggi appare una sorta di balcanizzazione del Paese. Al nord abbiamo le incursioni di Boko Haram che in queste regioni – carenti di tutto ed esposte a molte calamità naturali –  ha gioco facile nel suo proselitismo. Il Nord non ha strade, infrastrutture, servizi e ha un tasso di analfabetizzazione che supera l’80%. Nell’est ci sono giacimenti d’oro ricchissimi, ma mancano le strade. In più, la regione è vicina alla repubblica Centrafricana che esce da una guerra ventennale e i ribelli fermi alla frontiera alimentano il loro arsenale grazie al traffico di oro e diamanti.       

    L’ottantaseienne Paul Biya gestisce ufficialmente in prima persona tutte le risorse naturali del paese (petrolio, minerali vari e sfruttamento del legno). Risorse  che non appaiono mai nel bilancio dello stato. Tratta con le grandi multinazionali senza rendere conto a nessuno delle sue scelte e degli accordi stipulati. Quelli postcoloniali con la Francia, che riguardavano l’esclusività delle materie prime, sono scaduti. Ed è evidente che Parigi voglia in questo momento in primo luogo assicurarsi che il successore di Biya sia ugualmente collaborativo e amichevole nei suoi confronti. Il potere è gestito da un pugno di fedeli,  scelti quasi tutti dalla stessa etnia del presidente. L’ex segretario di stato, Titus Ezoa, caduto in disgrazia e imprigionato per essersi candidato contro, ha raccontato in un libro i riti sordidi con cui sarebbero sugellati i patti di fedeltà.

    La centralizzazione  dello Stato è diventata una specie di privatizzazione. Nel 2018, quando Maurice Kamto contestò apertamente il risultato delle ultime elezioni, portando al Consiglio di Stato prove inconfutabili della loro irregolarità, Biya, con la sua macchina di repressione ben oliata,  non si curò nemmeno di rispondere alle accuse di frode. Si proclamò vincitore ugualmente e dispose l’arresto di quanti protestavano, a partire ovviamente da Kamto.

    La protesta della diaspora e gli appelli alla comunità internazionale (Vaticano compreso) Di fronte a questa situazione insostenibile, la diaspora camerunese ha preso posizione e avviato una serie di manifestazioni pacifiche, con la speranza di sensibilizzare l’opinione pubblica e la comunità internazionale. Dalla Francia sono però arrivati solo dei timidi richiami all’ordine, a cui Biya ha risposto inscenando una farsa chiamata “grande dialogo nazionale”, che tra l’altro escludeva tutti gli esponenti dell’opposizione in grado di impensierirlo: il già citato professor Kamto e il leader secessionista Sissiku Ayuk Tabe. Kamto però a risposto producendo ugualmente un memorandum per la fine delle ostilità definendo, in collaborazione con Tabe e gli altri leader anglofoni, una tabella di marcia che avrebbe portato alla fine della guerra. In sostanza il memorandum chiedeva la decentralizzazione dei poteri, una revisione del sistema elettorale, la liberazione di tutti i prigionieri politici, la reintroduzione dei rifugiati, il cessate il fuoco del regime e dei separatisti e un piano di dialogo per la pacificazione. Era il 2019. Il regime ha rigettato tutte le richieste, limitandosi a indire nuove elezioni sempre con la medesima legge elettorale. La popolazione ha risposto in quell’occasione disertando le urne.

    La diaspora camerunese in Italia ha provato a coinvolgere anche il Vaticano, inviando una lettera al Pontefice lo scorso febbraio, lettera che riassumeva i termini della questione e chiedeva un intervento da parte della Santa Sede. Non c’è stata risposta.

    Il vuoto di potere e le manovre per riempirlo Oggi Biya è gravemente malato e scomparso fisicamente dalla scena pubblica da quasi 5 mesi. Secondo la costituzione ci troviamo in una situazione di vacanza di potere. Ma gli attori di governo e anche i loro partner strategici (la Francia in particolare) sembrano fare finta di nulla. In realtà stanno lavorando alla modifica della Costituzione in modo da favorire l’ascesa al potere del figlio del presidente, Franck. Non c’è da stupirsi e non sarebbe la prima volta che accade. Il piano però starebbe scatenando parecchie resistenze e numerosi litigi all’interno della cerchia stretta del potere. Gli Stati Uniti stanno a guardare, ma c’è da giurare che anche loro sono molto interessati all’avvicendamento che potrà realizzarsi in Camerun e, in particolare, vogliono scoraggiare qualsiasi avvicinamento con la Cina.

    La diaspora Camerunese in Europa il 15 settembre ha manifestato davanti al parlamento europeo, il 19 sulla piazza del Trocadero  a Parigi e in tutte le città Europee. In Italia si è scelto di manifestare davanti al consolato di Milano. Il 3 ottobre è in programma una nuova manifestazione pacifica a Ginevra. Altre seguiranno in altre città. L’oppressione del regime su una popolazione la cui età media è sotto i 24 anni con l’80% della popolazione sotto i 45 anni, non lascia altra alternativa che l’intensificazione della lotta. Aiutarci, per l’Europa e l’Italia, non è solo un fatto di civiltà ma anche una scelta di interesse. Una situazione come quella del Camerun ha come conseguenza la fuga e l’emigrazione. Pensare di contenere i flussi migratori se non si interviene sulle ragioni che li determinano è quanto meno irrealistico.

    Oggi sono più di 20 mila i camerunesi che hanno raggiunto l’Europa attraversando il deserto e poi il mare. In questo conteggio non sono compresi i morti. Noi pensiamo che la strada verso la fine del traffico di esserei umani passi per l’emancipazione del popolo africano. Lasciare i camerunesi soli ad affrontare questo regime vorace vuol dire farli morire. I social network ci hanno permesso di far girare immagini e informazioni, ma hanno anche aumentato l’esposizione di migliaia di persone.

    Una battaglia per la giustizia e per la libertà. Di tutti Lo stato camerunese, con la partecipazione di Facebook, sta mettendo la museruola a tanti profili, le famiglie rimaste in Camerun vengono minacciate. Noi siamo lontani e viviamo in paesi liberi, ma le nostre vite e quelle dei nostri cari sono in pericolo per la nostra opposizione a questo regime. Questa non è solo una battaglia per gli africani ma una battaglia per la giustizia e le libertà. Di tutti». 

    (Emmanuel Edson)

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    29 Settembre 2020 0 commentI
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