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Edizione del 15/05/2026

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Rivista Africa
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kenya

    Kuki Gallmann
    CONTINENTE VERO

    Kuki Gallmann: «L’Africa resta la mia casa»

    di AFRICA 10 Maggio 2019
    Scritto da AFRICA

    L’autrice del best seller Sognavo l’Africa, una vita spesa per la salvaguardia dell’ecosistema del nord del Kenya, si è ripresa dalla ferita subita due anni fa. Per nulla intimorita, rilancia le sue battaglie ecologiste.

    Il 23 aprile del 2017 Kuki Gallmann, scrittrice e ambientalista italiana, divenuta cittadina del Kenya, veniva ferita da due colpi di arma da fuoco nella propria riserva naturale, circa 300 chilometri a nord di Nairobi. A sparare furono probabilmente pastori in cerca di pascoli per il bestiame sofferente a causa della siccità (l’indomani la polizia uccise due sospettati di far parte del gruppo dell’agguato).

    A poco più di un anno, l’autrice di Sognavo l’Africa affronta l’argomento con serenità. «Non mi sono sentita tradita dalla ”mia Africa”», ci racconta Kuki, all’anagrafe Maria Boccazzi, che si trasferì in Kenya nel 1972 all’età di 29 anni. «Gli ostacoli e le ostilità fanno parte della vita, e vanno affrontati con la giusta tempra. Oggi la mia voglia di restare in Kenya a lottare per ciò in cui credo è ancora più forte».

    La forza di rialzarsi

    Nel 1984 ha fondato la Gallmann Memorial Foundation (in memoria del marito Paolo Gallmann e del figlio Emanuele, entrambi morti in circostanze tragiche), che si occupa della salvaguardia dell’ambiente e gestisce la Laikipia Nature Conservancy, la più grande riserva naturale privata del Paese: 365 chilometri quadrati di verde che comprendono due importanti laghi, il Bogoria e il Baringo, e che ospitano numerose specie rare di animali e di vegetali, alcune a rischio di estinzione. «In Africa ho subìto immani tragedie, se mi fossi arresa al dolore sarei dovuta tornare in Italia già da un pezzo».

    Nel 1980 Kuki perse il marito in un incidente stradale e tre anni più tardi morì il figlio diciassettenne, morso da un serpente. Cinque mesi dopo la scomparsa di Paolo è nata la figlia Sveva. Che tuttora vive con la sua famiglia assieme a Kuki. «Quando sono rimasta vedova ho pensato che non ero l’unica al mondo a soffrire: chissà quante altre donne avevano appena perso il marito, quante persone erano sotto le bombe in quell’istante oppure stavano morendo di fame. Che diritto avevo io di lamentarmi? E poi ho giurato sulle tombe di mio marito e di mio figlio che avrei consacrato la mia vita a difendere le terre che tanto amavano». Dove ha trovato la forza per andare avanti? «Mi ha aiutato la scrittura, è stata la migliore terapia. Molto più efficace di uno psicanalista, del quale non ho mai avuto bisogno».

    Troppo bestiame?

    Nel 1991 uscì così il romanzo autobiografico che l’ha resa celebre, Sognavo l’Africa, da cui è stato tratto il film Sognando l’Africa, interpretato nel 2000 da Kim Basinger. Da allora l’ecoattivista non si è mai arresa e le sue battaglie animaliste le hanno causato l’avversione di numerosi bracconieri. «Da quando vivo in Kenya sono scampata a due attentati. Entrambi in periodi preelettorali, ossia i momenti in cui i politici, per comprarsi i voti, sono disposti a tutto. Lo scorso anno, nella fattispecie, alcuni uomini al potere promisero alle comunità di pastori pokot della zona l’autorizzazione a impossessarsi di terreni facenti parte della mia tenuta».

    Ad aggravare la situazione venne la siccità, che diminuì le pozze e i pascoli disponibili, già ipersfruttati dal bestiame eccessivo della zona. Spiega Kuki: «Molti trafficanti di armi, avorio, o droga, investono i loro enormi guadagni nei bovini perché esenti da tassazione. Così ingaggiano i Pokot perché si prendano cura delle loro mandrie; in cambio, regalano loro una mucca o due con la promessa che i vitellini che nasceranno saranno di loro proprietà». In questo modo, coloro che abitano intorno a Ol Ari Nyiro – “luogo di grandi sorgenti”, come è chiamata in lingua masai la Laikipia Nature Conservancy – vengono irretiti in un sistema di profitto che arricchisce solo chi quei luoghi non li vive davvero e quindi non deve fare i conti con i periodi di siccità durante i quali, pur di far brucare il prezioso bestiame, i pastori cercano di penetrare nelle tenute private.

    Kuki Gallman

    Divario impressionante

    «Noi provvediamo a distribuire cibo e favoriamo l’accesso alle nostre fonti d’acqua nei mesi più duri – fa presente Gallman –. Ma la questione andrebbe risolta all’origine iniziando a rispettare l’ecosistema. Se tutelata, la terra intorno alla mia riserva potrebbe essere sempre rigogliosa, garantendo la sopravvivenza a gente e bestiame». E mostra una foto satellitare nella quale il confine tra il suo polmone verde e la savana circostante è netto. Da una parte, la riserva che protegge ghepardi, giraffe, antilopi, elefanti, rinoceronti neri, leoni, scimmie, leopardi, bufali e decine di altre specie minacciate dall’uomo. Dall’altra, la terra bruciata in cui errano vacche scheletriche.

    Salta all’occhio l’enorme divario tra la ricchezza dei grandi proprietari terrieri e le comunità di pastori. I paradisi faunistici riservati a turisti facoltosi possono apparire come uno schiaffo a chi vive nell’area in condizioni di precarietà assoluta. «Quando qualcuno mi critica dicendo che ho più a cuore gli animali delle popolazioni locali, non sa di cosa sta parlando – risponde l’ambientalista –. La faccenda è complessa e richiederebbe una serie di interventi: anzitutto una collaborazione tra comunità locali, politici e possidenti di ranch. Inoltre bisognerebbe combattere i traffici illeciti e la corruzione. Diffondere una nuova sensibilità per la salvaguardia della natura, inserendo nei programmi scolastici l’educazione ambientale come materia obbligatoria. Soprattutto bisognerebbe promuovere lo sviluppo sociale e dell’ambiente, che devono andare a braccetto».

    Qualcosa sta già avvenendo. Negli ultimi anni la Gallmann Memorial Foundation ha costruito quattro cliniche mediche, una scuola e un centro dove i giovani studiano i segreti della natura.

    «Il problema non è la natura»

    Non solo. «Abbiamo piantato un milione di alberi nelle varie comunità. Il disboscamento è una delle principali cause del riscaldamento globale. Animali e persone muoiono. È ora di produrre in modo sostenibile».

    La scrittrice, che ha appena terminato la scrittura di un nuovo libro (forse uscirà in Italia il prossimo anno), non abbassa la guardia nei confronti dei bracconieri, a cui da anni ha dichiarato guerra collaborando con il Kenya Wildlife Service, l’organismo governativo preposto alla tutela dell’ambiente che però spesso si trova a corto di fondi. «Il nostro team di quaranta ranger pattuglia Laikipia giorno e notte, ma non basta: occorre un maggiore sforzo governativo».

    Gallmann confida nel nuovo ministro dell’ambiente, Charles Sunkuli, confermato dal governo di Uhuru Kenyatta, che si sta distinguendo per l’attenzione concreta alla natura. «Ha severamente proibito ogni forma di disboscamento», sorride Kuki, per poi precisare che «la siccità è ciclica, ma non è detto che si debba trasformare in carestia. Il problema non è la natura, è l’uomo. E la soluzione è nelle nostre mani».

    (testo e foto di Valentina Giulia Milani)

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