di Maria Scaffidi
Oltre 13 milioni di profughi, ospedali al collasso e la nuova minaccia dei droni sui civili: il dramma del conflitto dimenticato dove l’unica a perdere è la popolazione
Il conflitto armato tra le Forze armate sudanesi (Saf) e i paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf) non ha ancora un vincitore, ma da quando è cominciato, il 15 aprile del 2023, ha decretato certamente uno sconfitto: la popolazione. Sono i civili che stanno pagando il tributo più pesante subendo bombardamenti, attacchi, violenze sessuali, fame ed epidemie.
Secondo i dati più recenti dell’Alto commissario dell’Onu per i rifugiati (Unhcr), in poco più di tre anni almeno 13 milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle proprie case, città, villaggi per cercare riparo altrove. Una parte di loro anche oltre confine.
Uno dei Paesi più interessati da quest’ondata di rifugiati è il Ciad che al momento (sempre dati Unhcr) ospita 1,2 milioni di rifugiati provenienti dal Sudan ma anche dal Centrafrica e dal Camerun. Il Ciad è uno dei Paesi in cui l’Unhcr svolge le operazioni di maggiore portata nella regione. Con il sostegno di altre agenzie delle Nazioni Unite e di 40 organizzazioni non governative, l’Unhcr fornisce alloggi di emergenza, beni di prima necessità e assistenza umanitaria. Ed è un po’ la cartina di tornasole di quanto sta avvenendo in Sudan, dove proprio a causa del conflitto è molto difficile entrare o recuperare notizie da fonti indipendenti.
In un reportage pubblicato da Afp, si ripercorre uno dei drammi di questo conflitto, combattuto con una ferocia antica ma con mezzi moderni: anche in Sudan, sono arrivati i droni con i loro carichi di bombe a basso costo e i più «fortunati» tra i feriti hanno trovato assistenza medica in Ciad. Come Faouzi che si è risvegliato a Tine, in Ciad, con il volto ustionato e l’occhio destro perso dopo essere stato colpito da un drone sul versante sudanese del confine. Faouzi, 18 anni di età, è stato colpito da un drone delle Rsf il 10 giugno mentre stava pascolando il bestiame.
«Il crescente utilizzo dei droni ha trasformato radicalmente il panorama della sicurezza in Sudan», ha riferito il Global Centre for the Responsibility to Protect. «Negli ultimi mesi, tali attacchi si sono intensificati drasticamente e hanno dimostrato una precisione sempre maggiore nel colpire spazi civili, tra cui mercati, quartieri residenziali, ospedali e infrastrutture civili essenziali».
Dall’inizio di maggio, gli attacchi con i droni si sono fatti più frequenti nei dintorni di Tine, una città situata sul versante sudanese del confine tra Ciad e Sudan. Questo – si legge ancora nel reportage di Afp – ha portato a un afflusso continuo di feriti che giungono nella ciadiana Tine. Secondo Medici senza frontiere (Msf), ong che opera nella regione, dall’inaugurazione dell’ospedale di Tine a febbraio il 90% delle persone ricoverate in chirurgia è stato vittima di attacchi con droni con ferite che provocano ustioni, perdita di arti, fratture e lacerazioni.
«L’intero sistema sanitario sul versante sudanese è stato destabilizzato», ha detto ancora ad Afp Cisse Boucari Hamadoum, coordinatore del progetto di Msf a Tine. «Il personale sanitario è fuggito, le strutture sanitarie sono state distrutte o sono diventate inaccessibili, quindi Tine è il primo ospedale accessibile per le vittime provenienti dall’altra parte del confine».
E che in Sudan le strutture sanitarie siano al collasso non è conseguenza casuale del conflitto. Secondo un rapporto del gruppo Insecurity Insight, dall’inizio della guerra sono stati registrati 755 attacchi contro centri sanitari o ospedali. Una guerra totale dove chi perde davvero è la popolazione.



