di Valentina Giulia Milani
Il conflitto civile ha provocato la peggiore crisi di sfollati al mondo e un possibile smembramento territoriale. Mentre la vittoria militare appare lontana, il Paese scivola verso uno stato di instabilità cronica
La guerra in Sudan, iniziata il 15 aprile 2023, si avvia, tre anni dopo, verso una possibile frammentazione del Paese o, in alternativa, un ritorno ai negoziati sotto pressione internazionale, mentre resta meno probabile uno scenario di vittoria militare netta. È quanto emerge da un’analisi del Nordic Africa Institute. Il rapporto, intitolato «Split, talks or takeover – three scenarios for the Sudan war» (Divisione, negoziati o presa del potere – tre scenari per la guerra in Sudan), descrive un conflitto ormai giunto a un punto di svolta, dopo essere passato da scontro di potere tra esercito e Forze di supporto rapido (Rsf) a una guerra prolungata, caratterizzata da frammentazione statale, crisi umanitaria e crescente coinvolgimento esterno.
Una guerra di logoramento
Secondo il rapporto, firmato dagli studiosi Assem Abu Hatab e Federico Donelli, lo scenario più probabile è quello di una guerra di logoramento senza vincitori, con la progressiva istituzionalizzazione di due entità parallele. L’esercito consoliderebbe il controllo nelle aree nord-orientali, mentre le Rsf rafforzerebbero la loro presenza in Darfur e Kordofan, dando luogo a un sistema di governance frammentato, con strutture amministrative, fiscali e di sicurezza separate. In questo quadro, il Sudan rischia di trasformarsi in uno Stato “ibrido”, simile alla Libia, con autorità concorrenti, confini porosi e crisi umanitarie croniche.

Ritorno ai negoziati
Il secondo scenario ipotizza un ritorno ai negoziati (falliti varie volte) possibile solo in caso di mutamento delle strategie degli attori regionali. In particolare, una riduzione del sostegno degli Emirati Arabi Uniti alle Rsf e una maggiore pressione di Arabia Saudita ed Egitto sull’esercito potrebbero creare le condizioni per un cessate il fuoco e l’avvio di un processo politico. Tuttavia, anche in questo caso, il percorso resterebbe fragile e condizionato da rivalità interne e interessi esterni divergenti.
La vittoria militare
Più incerto è lo scenario di una vittoria militare decisiva di una delle due parti. Secondo gli analisti, anche in caso di successo sul campo, il risultato sarebbe probabilmente un’escalation di violenze e rappresaglie, con ulteriore frammentazione e instabilità regionale.
Il rapporto evidenzia però come il conflitto sudanese sia ormai strettamente intrecciato con le dinamiche geopolitiche del Mar Rosso e del Corno d’Africa. Attori regionali e internazionali, tra cui Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed Egitto, ma anche Russia, Cina e Turchia, influenzano l’andamento della guerra attraverso forniture militari, sostegno finanziario e copertura diplomatica. Questo coinvolgimento ha trasformato il conflitto in una sorta di guerra per procura, rendendo più difficile qualsiasi soluzione negoziata.
I motori interni dello scontro
Alla base dello scontro restano tuttavia fattori interni profondi. Il rapporto richiama la frammentazione del sistema di sicurezza sudanese, eredità di anni di politiche che hanno affiancato forze regolari e milizie parallele, e la competizione economica tra i due schieramenti. Le Rsf, in particolare, si finanziano attraverso il controllo delle miniere d’oro e delle rotte commerciali, mentre l’esercito dispone di un ampio sistema di imprese legate all’apparato militare.
Un ulteriore elemento è rappresentato dalle storiche tensioni tra centro e periferia, con regioni marginalizzate come il Darfur che continuano a essere teatro di violenze e rivalità etniche. Queste dinamiche rendono il conflitto particolarmente resistente a compromessi politici. Il documento sottolinea anche il ruolo delle reti finanziarie e logistiche transnazionali, che permettono alle parti in guerra di sostenere le operazioni militari nonostante l’isolamento internazionale. Il flusso di oro verso i mercati globali, in particolare attraverso hub come Dubai, rappresenta una fonte cruciale di finanziamento per le Rsf.
Alla luce di questo quadro, gli autori invitano a un maggiore coordinamento internazionale per limitare il sostegno esterno ai belligeranti, rafforzare il controllo sulle filiere delle risorse e unificare gli sforzi di mediazione, oggi frammentati tra diversi attori regionali e internazionali. Senza un intervento più incisivo, conclude il rapporto, il rischio è quello di un conflitto prolungato che continui a destabilizzare non solo il Sudan, ma l’intera regione, con ripercussioni su rotte commerciali, flussi migratori e sicurezza nel Sahel, nel Corno d’Africa e lungo il Mar Rosso.
Una catastrofe da record
In attesa di una soluzione, in questi tre anni la guerra ha provocato un’ecatombe con un numero imprecisato di morti, tra i 150.000 e i 200.000, secondo le stime. In Sudan è in corso anche la più grande crisi di sfollamento al mondo: quasi 14 milioni di persone hanno abbandonato le proprie case. Di questi, circa 10 milioni sono sfollati interni, mentre 4 milioni fuggiti verso Paesi vicini come Ciad e Sud Sudan. Tra chi è rimasto, 28,9 milioni di persone vivono in condizioni di insicurezza alimentare.



