La presenza brasiliana in Africa e l’Ibsa Dialogue Forum

di Tommaso Meo

di Eleonora MontaniCentro Studi Amistades

Il Brasile di Lula nutre un profondo interesse strategico per il continente africano: ne è un esempio il ravvivato Ibsa Dialogue Forum, siglato con India e Sudafrica nel 2003. Cosa aspettarsi per il futuro della cooperazione Sud-Sud?

L’intreccio culturale, sociale, etnico e identitario che lega il Brasile all’Africa, stretto in virtù della tratta atlantica a partire dal XVI secolo, ha posto le basi affinché il gigante latinoamericano e il continente africano sviluppassero nell’epoca contemporanea profonde relazioni diplomatiche, politiche ed economiche. La politica estera brasiliana inizia a indirizzarsi all’altra sponda dell’Atlantico a partire dagli anni ‘40 del Novecento e si rafforza ulteriormente negli anni ‘60 durante i governi di Jânio da Silva Quadros e João Goulart, in corrispondenza del successo dei movimenti indipendentisti del continente africano.

L’Africa costituisce un partner centrale per il Brasile: oltre a rappresentare un alleato diplomatico, portatore di istanze di multilateralismo all’interno delle istituzioni internazionali, dal punto di vista economico, ha storicamente svolto il ruolo di fornitore energetico (in particolare, relativamente alle forniture di greggio di Nigeria e Angola).

Indubitabilmente, gli ostacoli alle relazioni tra i due soggetti non furono semplici da oltrepassare: i Paesi africani, pur indipendenti e sovrani, erano ancora legati a doppio filo alle economie delle potenze coloniali europee e i mercati interni erano piuttosto disarticolati e industrialmente poco sviluppati. Ciononostante, le iniziative di cooperazione e partenariato non si arrestarono di fronte agli scogli iniziali: nel 1986, con la Risoluzione 41/11 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, viene istituita la Zona di Pace e Cooperazione dell’Atlantico del Sud (Zopacas) che conta 24 Paesi membri tra cui il Brasile e molti Paesi dell’Africa occidentale. Sorta nella fase finale della Guerra Fredda, l’istituzione puntava a tutelare le economie degli Stati aderenti dalle tensioni ancora accese tra i due emisferi. Un decennio più tardi a Lisbona viene fondata la Comunità dei Paesi di Lingua Portoghese (Cplp) da Portogallo, Brasile, Angola, Capo Verde, Mozambico, Guinea-Bissau e São Tomé e Príncipe, a cui si aggiungeranno Timor Est e, da ultimo, la Guinea Equatoriale. Nazioni unite da un patrimonio linguistico comune e dalla volontà di perseguire gli ideali democratici.

Se si guarda al secolo attuale, emerge chiaramente che le relazioni Brasile-Africa sono state rilanciate durante i due mandati presidenziali di Lula (il mandato 2003-2011 e il mandato in corso). Fervente sostenitore della rilevanza strategica del “Sud Globale”, Lula ha promosso e incoraggiato partnership con diversi Paesi africani. Dal 2010 ha dato vita a un partenariato strategico con l’Angola, terra che ospita la comunità brasiliana più ampia del continente, e ha stretto accordi nell’ambito della sicurezza con Stati quali Nigeria (addestramento), Namibia (cooperazione navale) e Uganda (operazioni di peacekeeping). Partner primario per il Brasile è il Sudafrica, con cui condivide l’appartenenza ai Brics e all’Ibsa Dialogue Forum (India, Brasile, Sudafrica).

L’istituzione dell’IBSA è aneddotica e pregna di significato: nel 2003 gli allora leader dei tre Stati fondatori furono invitati come osservatori alla riunione del G8 prevista a Evian, in Francia. Percependo il ruolo marginale da loro ricoperto in siffatta cornice diplomatica, decisero allora di creare una propria organizzazione. Celebre l’esclamazione del Presidente Lula a commentare tale determinazione: «Non vogliamo partecipare al banchetto dei potenti per mangiare solo il dolce. Vogliamo il piatto principale, il dolce e anche il caffè».

Il forum tricontinentale definì sé stesso nei propri valori democratici e nelle affinità tra i membri: contesti pluralisti, multiculturali, multietnici, multilinguistici e multireligiosi. Esponenti e portavoci di quel mondo in via di sviluppo che stava emergendo prepotentemente nello scenario internazionale all’inizio del secolo.

Sebbene fu principalmente l’aspetto economico ad avvicinare i tre partner, le implicazioni politiche del Forum non tardarono a manifestarsi: una platea di riferimento potenziale di (allora) 1,2 miliardi di persone, un mercato interno da 1,2 trilioni di dollari e un commercio estero da 300 miliardi di dollari. Dal punto di vista politico, l’Ibsa Dialogue Forum costituì un peculiare e strabiliante esempio di organizzazione multilaterale transcontinentale, benché gli elementi strettamenti politici che univano gli Stati membri si limitassero alle similari condizioni socioeconomiche e agli orientamenti affini all’interno delle proprie regioni geografiche di riferimento.

La coesione interna al Forum è stata costruita tramite l’individuazione di settori all’interno dei quali sviluppare politiche comuni: l’Ibsa ha dato vita a ben sedici tavoli di lavoro tematici condivisi su energia, difesa, agricoltura e ambiente. Tuttavia, la difficoltà di integrare fino in fondo le economie degli Stati membri ha messo nuovamente in risalto le criticità della cooperazione Sud-Sud, rendendo il futuro dell’IBSA Dialogue Forum piuttosto incerto. Incertezza che, con l’espansione dei Brics, oltre alle modificazioni politiche interne e geopolitiche regionali, negli anni successivi ha de facto reso inoperativo il Forum.

Ebbene, dopo 14 anni di inattività, lo scorso anno Brasile, India e Sudafrica si sono nuovamente riuniti a Johannesburg per il sesto summit dell’Ibsa Dialogue Forum, a margine del ventesimo incontro del G20, generando non poche aspettative in merito a tale improvvisa resurrezione. Se si guarda allo scenario geopolitico attuale, risultano facilmente identificabili le ragioni che hanno condotto i tre Paesi a riconsiderare l’opzione di ravvivare il Forum IBSA.

Il gruppo Brics, che a partire dal 2009 aveva offuscato le timide intenzioni di cooperazione trilaterale, ha subìto profonde variazioni negli anni recenti: tra il 2024 e il 2025 sono entrati a far parte del blocco Stati quali Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Iran e Indonesia. L’allargamento della composita formazione, favorita in ottica di maggior diffusione degli obiettivi Brics a livello internazionale, ha al contrario reso meno fluido il funzionamento dell’alleanza a causa di profonde divergenze tra gli Stati membri nell’approcciarsi ai principali conflitti globali (si pensi alle posture dei singoli in merito al conflitto russo-ucraino o, in maniera ancora più evidente, all’attuale Guerra del Golfo). Inoltre, le tensioni commerciali scatenate dal Presidente USA Donald Trump all’indomani del suo secondo insediamento alla Casa Bianca e i corollari economici che esse hanno generato – secondi soltanto al senso di smarrimento occidentale per la crisi dell’ordine liberale fino ad ora vigente – hanno reso imperativo per alcuni Paesi (ormai emersi più che emergenti), come i membri Ibsa, la promozione in modo unitario e univoco delle proprie istanze.

Quali saranno i prossimi passi che verranno compiuti in un’ottica di consolidamento della cooperazione tra gli Stati del “Sud Globale” è ancora difficile da prevedere. Non pochi sono gli interrogativi e le criticità, globali e politico-elettorali (il Brasile si affaccia alle Presidenziali di ottobre 2026), che potrebbero comportare discontinuità, cambi di scenario e ulteriori battute d’arresto. Ad ogni modo, ciò che rileva in questa sede è la ritrovata consapevolezza che nell’attuale “nuovo ordine globale” in fase di costruzione, prepotentemente declinato in chiave multipolare, il peso specifico di attori e organizzazioni come i Paesi Ibsa potrebbe davvero riuscire a trasformare gli equilibri di potenza.

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