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ousmane sonko

    FOCUS

    Senegal, inizia una settimana incerta

    di Stefania Ragusa 8 Marzo 2021
    Scritto da Stefania Ragusa

    Comincia oggi la mobilitazione di tre giorni indetta in tutto il Paese dalla piattaforma Aar sunu democratie. Dopo un fine settimana di calma apparente e grande nervosismo, scandito da appelli andati a vuoto al presidente Macky Sall, affinché prendesse la parola, nella tarda serata di ieri è arrivato un segnale distensivo: il pubblico ministero ha revocato la custodia a vista per Ousmane Sonko e le sue guardie del corpo, custodia che era scattata mercoledì scorso, in relazione all’accusa di disturbo dell’ordine pubblico e partecipazione a una manifestazione non autorizzata. Le guardie del corpo sono state rimesse immediatamente in libertà, mentre Sonko deve comparire oggi alle 11 davanti al decano dei giudici. Un suo possibile rilascio dovrebbe dipendere dall’esito di questo confronto.
    Questa revoca, sostengono vari osservatori, dovrebbe essere il preludio per un rilascio su larga scala di buona parte dei manifestanti arrestati.

    Un secondo segnale, non di lettura immediata ma rilevante nella complessa cornice politica e sociale senegalese, è rappresentato dalla comunicazioni arrivate dai capi religiosi. I califfi che guidano le confraternite, attraverso il portavoce del giorno Serigne Mansour Sy, hanno fatto sapere di avere parlato con il presidente, che questi li avrebbe attentamente ascoltati spiegando le ragioni del suo silenzio. “Una consultazione franca, egualitaria, indulgente e essenziale… Non è mai troppo tardi”, ha detto. Macky Sall non ha parlato ma starebbe lavorando anche lui per una soluzione negoziale.

    Ci sono contesti in cui non solo la più breve ma forse anche l’unico tratto  possibile per unire due punti non è la linea retta ma un arabesco. Il Senegal è  stato con ogni probabilità fino a oggi uno di questi. Adesso si tratta di capire però se e quanto l’arabesco che stra provando a ricamare Macky Sall, scegliendo il silenzio e la mediazione dei califfi, potrà davvero attutire l’onda d’urto innescata dalla protesta. Protesta scatenata dal “caso Sonko”, ma che ha radici molto più profonde e rimanda alle condizioni di vita sempre più difficili, alla violazione di diritti fondamentali e alla distanza siderale che si è prodotta tra governo e cittadini.

    L’hashtag #FreeSenegal, lanciato dopo l’arresto di Sonko, ha superato il milione di utilizzi: sono stati postati quasi 1,3 milioni di tweet in 2 giorni e la tensione resta alta. Le vittime accertate degli scontri sono salite a 5 dopo la notizia del decesso di un adolescente colpito a Diaobé, nel sud del Senegal, sabato.
    In seguito al contestato intervento del ministero dell’Interno, Antoine Felix Abdoulaye Diome, che venerdì ha promesso di utilizzare “tutti i mezzi necessari per un ritorno all’ordine”, il movimento Aar sunu democratie, ossia movimento per la difesa della democrazia, che riunisce esponenti delle associazioni e dell’opposizione, ha indetto, come si diceva, tre giorni di mobilitazione in tutto il Paese, a partire da oggi. Una mobilitazione pacifica, presentata come invito a scendere “in massa per le strade di Dakar e nelle regioni, dipartimenti, comuni e villaggi per 3 giorni da lunedì 8 marzo, giorno di lotta e affermazione dei diritti delle donne, che saranno invitate a uscire e camminare a fianco di i loro nipoti e figli per aiutarli nella loro ricerca di un futuro migliore ”.

    Le autorità hanno comunque deciso di mantenere e rafforzare le misure di sicurezza. Il divieto di circolazione per moto e motorini è stato prolungato fino alle 21 di mercoledì e i ministeri dell’Educazione e quello del Lavoro e della Formazione professionale hanno annunciato la chiusura delle scuole, per ragioni di sicurezza, per l’intera settimana.
    Dakar è blindata. Sono stati visti carri armati confluire verso il Plateau, il quartiere centrale della capitale, dove si trovano il tribunale e gli altri palazzi delle istituzioni. Nei supermercati sabato e domenica sono state registrate lunghe file: in una situazione di incertezza, chi ne ha la possibilità ha fatto provviste.

    Ieri è intervenuto il mediatore della Repubblica, una figura che non ha un corrispettivo nel nostro ordinamento. Alioune Badara Cissé ha preso la parola – in autonomia, ha tenuto a precisare – per invitare i giovani ad aver cura del loro futuro e censurare la distanza che si è prodotta tra la politica cosiddetta alta e la strada. «Ho gridato ovunque che dobbiamo smetterla di avere un Senegal a due velocità», ha detto. «Abbiamo bisogno di compassione per la nostra gente. Finché restiamo al piano di sopra e pensiamo di non dover rendere conto a nessuno, gonfiamo il petto perché siamo stati criticati ma non faremo mai un lavoro utile».

    In serata è tornato a parlare l’ex presidente Abdoulaye Wade, rivolgendosi al presidente Macky Sall ma utilizzando l’intervento per attaccare il ministro dell’Interno. «Non dovresti ascoltare magistrati che si sono rivelati bugiardi come Antoine Felix Diome nel caso Karim Wade. Alcuni magistrati cercano di indovinare cosa può piacere al presidente e lo fanno con zelo ma mancano di sincerità», ha detto. Diome, prima di diventare ministro dell’Interno, è stato infatti il magistrato che ha indagato su Karim Wade, figlio dell’ex presidente e liquidato giudiziariamente alle ultime elezioni presidenziali.

    L’attivista Alioune Tine, fondatore e presidente del think tank Afrikajom, ha incontrato ieri i rappresentanti delle diverse confraternite religiose e ribadito che «il rilascio di Sonko e di tutti i detenuti politici è la chiave per la pacificazione in attesa di misure audaci che annunciano le forti rotture attese dai cittadini. La pressione sulle autorità deve essere ridotta per consentire loro di adottare misure per placare». Tine ha sottolineato varie volte la necessità che il presidente in carica dica esplicitamente di non avere ambizioni per un terzo mandato.

    Ieri è stata diffusa inoltre una comunicazione congiunta delle ambasciate dei Paesi aderenti all’Unione Europea, a cui si sono unite quelle di Canada, Corea del Sud, Giappone, Regno Unito, Stati Uniti e Svizzera, in cui si esprime apprensione e si auspica una soluzione pacifica, in linea con la storia e la vocazione del Paese. “Facciamo appello alla moderazione, a evitare la violenza, alla protezione delle persone e dei beni, così come a un ripristino pacifico della calma e del dialogo”, vi si legge.

    Il presidente della Commissione dell‘Unione Africana, Moussa Faki Mahamat, ha espresso sabato la propria «preoccupazione di fronte agli avvenimenti in Senegal, la perdita di vite umane e i danni materiali», condannato «gli atti di violenza e saccheggio e ogni inclinazione alla sediziosità», e ribadito «il suo attaccamento a una soluzione di tutte le crisi e tensioni africane con mezzi pacifici, dialogo, nel rispetto dell’ordine, della pace civile e dello stato di diritto».
    La Commissione Ecowas, dopo aver condannato le violenze, ha invitato «tutte le parti a esercitare moderazione e mantenere la calma» e le autorità, in particolare, a «allentare le tensioni e garantire la libertà di manifestare pacificamente, in conformità con le leggi in vigore».

    In buona sostanza, tutti hanno parlato, tranne Macky Sall.

    (Stefania Ragusa)

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