Il giovane coreografo ivoriano, in residenza a Firenze, porta in scena l’attesa e la sofferenza di chi cerca una via verso l’Europa. Da giovedì 8 ottobre lo spettacolo sarà per le strade di Abidjan
Non c’è il sipario di un teatro né la luce calda dei riflettori. Lo scenario è una fermata del tram nel cuore del centro storico di Firenze, tra il viavai dei passanti e la coda di un dibattito sul ruolo dell’arte nelle relazioni transnazionali. È in questa cornice che ci fermiamo a parlare con un artista della scena contemporanea ivoriana.
Accanto a noi cammina Morel Yannick Bao, che si presenta come il più giovane coreografo della Costa d’Avorio. È la sua prima volta in Italia. È qui con il progetto A-free-ca, promosso da Florence Gospel Choir School e dall’associazione Good World Citizen come manifesto di libertà e residenza artistica. Ha vissuto questo soggiorno tra studio, confronto e testimonianza con al centro Odyssey: la sua opera nata per mostrare pubblicamente le sofferenze di chi tenta di raggiungere l’Europa.
Abbiamo davanti un artista abitato da una consapevolezza lucida sul ruolo sociale dell’arte. È da qui che inizia il nostro dialogo.
Da dove parte Odyssey?
Ero in Marocco per un viaggio personale, con altri progetti e altre idee in testa. Lì, per la prima volta, sono entrato in contatto diretto con le testimonianze, le storie e le condizioni di vita di tanti giovani dell’Africa occidentale: senegalesi, burkinabé, miei connazionali ivoriani. Erano fermi, in attesa di una via verso l’Europa. Non conoscevo la profondità del dolore che quel viaggio comporta. Non conoscevo neanche le attese forzate e quell’immobilismo che i soli occhi dei miei interlocutori hanno mostrato tutto il tempo.
Tornato in Costa d’Avorio ho capito che non potevo restare indifferente. Né come artista, né come persona. Mi sono allora chiesto come portare in scena qualcosa di così forte senza ricorrere a immagini esplicite, e come trasformare quella sofferenza in un movimento capace di arrivare dritto al cuore delle persone. Per informare, sensibilizzare, fare qualcosa.
Odyssey si è tradotta in questo: uno spettacolo di teatro-danza di 45 minuti con 5 ballerini. Un debutto reso possibile con un sostegno dell’Unione Europea, del Ministero della Cultura ivoriano e del Centre National des Arts et de la Culture, che ne hanno finanziato la prima fase. Oggi, però, il futuro dello spettacolo, che finora racconta solo la fase precedente alla traversata e che qui non vuole fermarsi, riposa interamente su un impegno mio e della mia compagnia, la Cab Art.
Come si è svolto il processo creativo del vostro spettacolo? Tu avevi visto con i tuoi occhi, ma i tuoi ballerini?
Cosa vuol dire “viaggio”? Come si fa passare un messaggio attraverso la danza? Sono le domande che porto in ogni incontro. Ti rimando a domande che pongo agli altri, che ho posto a me stesso e alla mia compagnia.

Mettere in scena Odyssey è stato difficilissimo. La maggior parte dei miei danzatori non sapeva cosa vivono i nostri vicini per raggiungere l’Europa. Io avevo visto e parlato con molti di quei giovani, ma come restituire un dolore simile? Per mesi abbiamo studiato articoli, reportage, documentari, video durissimi, locali e internazionali. Ci siamo mossi tra informazioni online e letture continue. È stato emotivamente pesante. Ricordo che alla fine della prima presentazione con Cab Art, siamo scoppiati tutti in un pianto. Lì abbiamo sentito tutto il peso della responsabilità di ciò che stavamo portando in scena.
Il corpo diventa in qualche modo la mappa vivente del viaggio.
La mia danza usa il corpo come un vero archivio di memoria. I passi cercano di riprodurre l’attesa sfinente, la paura della frontiera, la forza della comunità. Attraverso quadri scenici per noi potenti, i danzatori incarnano speranze, pericoli e silenzi che avvolgono quei momenti e quelle attese. Il mio ruolo come artista non è decidere al posto del pubblico. È porre domande e creare uno spazio in cui la riflessione possa cominciare. In cui ti puoi fermare.
A chi parla quindi il tuo spettacolo? Dove passa il confine tra informare e dissuadere?
Il confine è sottilissimo. Con Odyssey non voglio dire ai giovani «Non partite» né imporre una decisione. Voglio prima di tutto dare accesso a una realtà, a testimonianze e storie che a volte si ascoltano senza misurarne davvero il peso. Altre volte, come nel nostro caso, non si conoscevano così pienamente.
Non offro al pubblico una risposta già pronta. Voglio uno spazio in cui ciascuno possa interrogare le proprie scelte, conoscere tutte le dinamiche che spesso restano sullo sfondo e guardare questa realtà con occhi diversi.
Mi rivolgo quindi a chi convive con l’idea di partire, ma anche a chi quel viaggio lo porta già vissuto sulla pelle. Il mio unico scopo è informare, sensibilizzare, fare cultura. Non sono contro la migrazione e non mi permetterei mai di giudicare la scelta di nessuno. So che alcuni potrebbero guardarmi e dire: «Tu non sei al mio posto, non vivi la mia realtà, non puoi capirmi». Ed è vero. La decisione di un essere umano non si piega con la forza, né con discorsi calati dall’alto. Ma attraverso l’emozione e il cortocircuito dell’arte si possono insinuare dubbi e aprire domande, a volte anche nuove.Odyssey mostra.
Perché proprio Odyssey?
Un’odissea è un viaggio segnato da prove, incertezze, immobilismo e ricerca. Per me la parola racconta il percorso di quei giovani che partono in cerca di una vita che immaginano migliore. Voglio soprattutto raccontare l’umano che sta dietro al fenomeno migratorio. Dietro ogni partenza ci sono un sogno, una famiglia, una storia e anche delle ferite. Ci sono le persone.

Dal giorno 8 al 30 ottobre sarete ad Abidjan. Cosa succederà?
L’arte deve spogliarsi della sua aura elitaria e tornare ad abitare i luoghi dove le persone vivono, immaginano e sperano. La mia è un’arte di prossimità.
In quelle date saremo nelle strade e nelle piazze di Abidjan con una serie di performance totalmente gratuite, realizzate insieme a diverse realtà locali per si spera oltre 15.000 persone. Le performance sono interamente a carico mio e dei ballerini ma vogliamo muoverci tra la gente, stare a contatto con loro nel viavai quotidiano.
Vogliamo portare il teatro-danza direttamente nei quartieri, nella vita di tutti i giorni. È lì che si misura la credibilità di un artista; è lì che la danza diventa forza d’impatto. Non posso sapere chi, nella folla, stia preparando a quel viaggio e chi no. Chi ha un parente che ha lasciato il Paese e chi no. Ma so che in quel cerchio di corpi che ballano posso accendere una scintilla. Nel mio Paese c’è bisogno di fiducia.
Che posto ha la tappa italiana nel tuo percorso?
Venire qui era fondamentale per capire come vengono accolte le persone migranti dopo l’arrivo, in particolare chi ha attraversato il mare. Volevo comprendere le loro condizioni dopo un percorso così traumatico. Volevo ascoltare le loro testimonianze, raccogliere le loro opinioni e includere e coinvolgerle nella prosecuzione dello spettacolo.
Ogni giorno un appuntamento, spesso più di uno: colloqui con gli operatori e gli ospiti del Sistema Sai, gli incontri con le associazioni del territorio toscano, le conversazioni con studenti e giornalisti, laboratori artistici… Un’agenda fitta, costruita per ascoltare e incontrare, in diverse realtà.

In questi primi 45 minuti raccontiamo ciò che avviene prima della traversata. Ma il lavoro di Cab è ampliare l’opera per documentare anche la drammaticità della traversata. Un percorso artistico e umano che, prima del rientro ad Abidjan e dopo la tappa italiana, farà scalo anche in Francia per continuare a studiare.
In un contesto complesso, che valore ha oggi il tuo investimento nella cultura?
In Costa d’Avorio le risorse vengono indirizzate verso settori prioritari come l’agricoltura, e il settore culturale non ha la stessa forza. Investire nella cultura significa però credere nella formazione della coscienza sociale e nella memoria collettiva, ed è fondamentale.
La cultura è uno strumento indispensabile di dialogo e, in un certo senso, di prevenzione. Anche se le opportunità sono difficili da costruire, portare avanti un progetto artistico come questo è il mio modo di restituire la complessità e la dimensione umana di fronte a tanta sofferenza. Parliamo di un progetto artistico, ma soprattutto personale.



