di Céline Camoin
Un rapporto dell’International Crisis Group rivela le nuove dinamiche del gruppo qaedista, tra vuoti diplomatici, economia sommersa e l’espansione verso il Golfo di Guinea
Il sanguinoso attacco sferrato dai miliziani dello Jnim (Jama’at nusrat al-Islam wal-Muslimin), il Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani, contro l’aeroporto di Niamey, in Niger, il 18 giugno, ha confermato l’espansione della minaccia jihadista in Africa occidentale, evidenziando una ridefinizione delle dinamiche del terrore nell’intera macroregione come documentato nell’ultimo rapporto dell’International Crisis group (Igc). Nel cuore del Sahel, l’alleanza tra i governi militari dell’area (Niger, Burkina Faso e Mali, uniti nell’Alleanza degli Stati del Sahel, l’Aes) e la rottura con gli organismi sovranazionali stanno offrendo spazi di manovra inediti alle sigle insorgenti, trasformando il territorio in un epicentro globale dell’instabilità.
Secondo lo studio pubblicato dall’organizzazione internazionale, la priorità assoluta nelle strategie di attacco del cartello terroristico affiliato ad Al Qaeda resta il contrasto frontale all’Aes. La coalizione “sovranista” è finita nel mirino della galassia fondamentalista, che vede nei governi golpisti il proprio principale ostacolo politico e militare, ma anche l’avversario più vulnerabile a causa della perdita dei supporti strategici precedentemente forniti da partner occidentali come la Francia.
Il “blackout diplomatico” che favorisce Al Qaeda
Le forti tensioni diplomatiche e politiche accumulate tra i membri dell’Aes e l’Ecowas (la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale) si stanno rivelando del tutto deleterie per la conduzione della lotta alle formazioni radicali. Il rapporto del Crisis group evidenzia come il progressivo isolamento delle giunte militari saheliane e il loro formale recesso dalla comunità economica abbiano interrotto i canali tradizionali di cooperazione giudiziaria, lo scambio tempestivo di informazioni sensibili e il coordinamento delle operazioni di pattugliamento transfrontaliero.
Questo blackout diplomatico impedisce di fatto la creazione di un fronte comune, permettendo ai miliziani di sfruttare le porosità dei confini e le dispute tra Stati per trovare rifugio o riorganizzare i propri ranghi subito dopo aver compiuto incursioni. Senza un’azione concertata a livello regionale, l’efficacia delle controffensive nazionali risulta gravemente compromessa, lasciando ampie porzioni di territorio prive di un controllo reale.
La strategia dello Stato parallelo
Per comprendere le radici di questa minaccia, occorre ricordare come è nato lo Jnim nel marzo del 2017. L’organizzazione è sorta dalla fusione di quattro preesistenti movimenti di matrice qaedista attivi nella regione saheliana, uniti sotto la leadership carismatica di Iyad Ag Ghali con l’obiettivo dichiarato di unificare gli sforzi dell’insurrezione islamista contro le forze locali e internazionali. Da quel momento, il gruppo ha saputo calibrare i propri metodi di insediamento sul territorio attraverso una sofisticata strategia di penetrazione sociale e istituzionale, ben lontana dall’uso esclusivo della forza bruta.
I metodi di insediamento dello Jnim si fondano sulla progressiva e metodica edificazione di uno Stato parallelo nelle aree rurali e periferiche dove la presenza ufficiale delle istituzioni statali è storicamente debole o del tutto assente. Laddove i rappresentanti del governo centrale fuggono, i comandanti della formazione subentrano offrendo servizi essenziali alla popolazione locale. I miliziani si occupano di amministrare una forma rigorosa ma prevedibile di giustizia comunitaria attraverso l’applicazione della legge islamica, risolvendo dispute terriere e conflitti tra pastori e agricoltori che i tribunali statali non erano mai riusciti a sanare. Inoltre, l’organizzazione assicura una rudimentale sicurezza locale contro il banditismo comune, regola l’accesso ai mercati e ai pascoli, e garantisce persino forme elementari di assistenza sociale e sanitaria. Questo approccio punta a conquistare la legittimità e il consenso delle comunità locali, rendendo l’insediamento del gruppo estremamente resiliente e difficile da sradicare con i soli strumenti militari.
L’espansione verso il Golfo di Guinea
La minaccia non si limita più alle sole zone desertiche, poiché i jihadisti stanno progressivamente estendendo la loro ombra verso i Paesi del golfo di Guinea, minacciando la stabilità di nazioni come il Benin e il Togo. Le dinamiche economiche locali vengono pesantemente influenzate da questa espansione; ad esempio, i proventi derivanti dai riscatti e dai traffici illeciti alimentano casse che gestiscono somme ingenti, convertite regolarmente per finanziare le operazioni logistiche. Nel tessuto economico frammentato della regione, la capacità finanziaria dello Jnim consente di arruolare giovani disoccupati offrendo loro compensi mensili nettamente superiori alla media locale, spesso equivalenti a circa centomila franchi Cfa (circa 152 euro), una cifra che rappresenta una forte attrattiva nei villaggi più poveri.
La militarizzazione estrema promossa dalle giunte dell’Aes, priva di una seria componente di sviluppo economico e di ricostruzione dei servizi civili, rischia di esacerbare i risentimenti locali anziché placarli. Gli esperti del Crisis group avvertono che, senza un radicale mutamento di rotta che includa il ripristino della cooperazione con i partner regionali e una strategia centrata sul buon governo e sulla presenza civile dello Stato, l’espansione dello Jnim continuerà nei prossimi anni, minando le fondamenta stesse della stabilità dell’Africa occidentale.



